giovedì 9 settembre 2010

Grotta del Cervo di Pietrasecca


Di ritorno da Tivoli abbiamo pensato di fare tappa a Pietrasecca, una frazione del comune di Carsoli, con l’intenzione di visitarne le grotte. Quella della grotta è una dimensione molto particolare, ha secondo me un valore simbolico molto forte vista la sua conformazione: è il ventre della terra, l’oblio femminile più puro che contiene, un altrove inconscio in grado di terrorizzare. Sono del parere che in questi luoghi si debba osservare il massimo rispetto, perché da un momento all’altro potremmo esserne inghiottiti. La visita è stata una coincidenza molto fortunata, senza saperlo abbiamo chiamato proprio poco prima di una apertura extra-ordinaria a favore di uno speleologo: felicissimi ci siamo uniti al piccolo gruppo. A guidarci c’erano due ragazze, due guide speleologiche che facevano trasparire un grande amore per quell’antro misterioso: parlavano dell’inverno come il periodo in cui la loro grotta si sarebbe finalmente riposata, mi sono bastate queste poche parole per capire la cura che rivolgevano a quella cavità, e la cosa mi è piaciuta molto. Aperto l’ingresso la luce ha messo in fuga i tanti ragni e grilli delle caverne che dimoravano proprio in prossimità della soglia. Dotati di casco, lampade frontali e guanti vivevamo la nostra condizione di ospitalità: lo spazio circostante prendeva volume ai nostri movimenti di luce, mutando di volta in volta e dando corpo così alla propria identità. Un’illuminazione fissa non sarebbe mai stata altrettanto bella, avrebbe appiattito e smorzato molta bellezza di quel luogo così meraviglioso: la realtà non esiste, è solo quello che percepiamo. Dall’ingresso siamo scesi lungo un cunicolo che porta nella sala inferiore e prende il nome di Salone degli Antenati, lì sono stati rinvenuti reperti paleontologici di grande importanza del Pleistocene Superiore, resti attribuiti a quattro mammiferi, quali un orso, una lince, una pantera e un cervo (da cui prende il nome la grotta). Lì sono rinvenute anche antiche monete di datazione differente, alcune riferibili al IV-V secolo d.C. ed una attribuita al XV secolo. Chissà come ci sono finite lì, quale storia ce le ha portate. Per diversi secoli la Grotta del Cervo di Pietrasecca è rimasta nascosta, suggellata dalla frana di un potente terremoto che l’ha conservata intatta fino al 1984, anno della sua riscoperta. Il metodo atomico di datazione Uranio – Torio ne ha stabilito l’età: la prima fase iniziale di concrezionamento risale a ben 850.000 anni fa. La sala successiva che si incontra è quella delle Vaschette, dove a terra molteplici incavi concrezionati nel periodo di maggior stillicidio fungono da bacini per un’insolita e bellissima pavimentazione lastricata d’acqua. Le stalattiti e le stalagmiti investite di luce sembravano delle anime buone, ed ogni cosa sembrava coperta da diamanti. Quel luccichio richiamava alla memoria le stelle, eppure eravamo lì, sotto terra. Le nostre guide speleologiche ci hanno invitato a spegnere tutte le luci e a rimanere in silenzio per entrare a far parte di quel tutto assoluto fatto di buio e oblio, per diventare noi stessi parte della grotta. È stata davvero un’esperienza emozionante, una sospensione assoluta in grado di varcare un’altra dimensione. Cercando su internet qualche informazione da fornire a riguardo ho trovato la pagina che il sito di Pietrasecca dedica alle sue grotte - link.

Parco Villa Gregoriana di Tivoli, il Fiume Aniene e la Valle dell'Inferno


Il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano – è stato fondato nel 1975 con lo scopo di tutelare e salvaguardare il patrimonio naturale e artistico del nostro bellissimo paese (link). Uno dei Beni tutelato da questa rispettabilissima associazione è la Villa Gregoriana a Tivoli. Questo parco bellissimo prende il nome da Papa Gregorio XVI, che nel 1835 destinò al pubblico la fruizione di questo posto meraviglioso. Nel secolo successivo, purtroppo, seguì un lungo periodo di degrado a causa dell’abbandono del luogo, ma fortunatamente il FAI è intervenuto, negli ultimi anni, a tutela e salvaguardia di questo sito, compiendo un recupero a mio giudizio eccellente. Il Parco della Villa Gregoriana è nato di conseguenza alla deviazione dell’Aniene, fiume che nasce dai monti Simbruini. Questa operazione, necessaria ai fini della sicurezza, ha dato alla luce ad un luogo suggestivo fatto di cascate, boschi, grotte e testimonianze archeologiche. Alcuni affacci sulla grande cascata danno la possibilità di ammirarne la bellezza e di intuire l’ingente opera d’ingegneria idraulica fatta a riguardo: con un salto di 105 metri verso la Valle di Truglia è stato rettificato il corso del fiume, risparmiando così alla città le sue rovinose piene. Il sentiero turistico passa per i resti della Villa di Manlio Vospico, e si direziona mano mano verso la Valle dell’Inferno. I ruderi della Villa sono databili tra la fine del I sec. a.C. La tecnica costruttiva usata è costituita da opus incertum di calcare, tipica dell’era repubblicana. I ruderi attualmente visibili erano sottostanti alla residenza. Il primo ambiente interno era adibito a vivarium e comunicava con la parte superiore; il grande ambiente centrale era probabilmente adibito a piscina per l’allevamento ittico, utilizzando l’acqua convogliata dall’acquedotto proveniente dal canale artificiale della Stipa. I vari belvedere si affacciano ovunque concedendo ai visitatori molteplici pause, una cosa che mi è piaciuta molto è che ogni panchina e ogni albero sono dedicati alla memoria di qualcuno, un amico, un parente, un amore. La parte visitabile più bassa della Villa si insinua nella Grotta delle Sirene, lì l’acqua scroscia e si arrotola in un turbine dinamico, seguendo vie impensabili tra meandri bui e insidiosi, èqui che ho compreso il senso dell’Orrido e Sublime, pensavo a Medusa e a Jean Clair, solo dopo ho accostato questa immagine alle letture sottovoce. L’altra grotta importante è quella di Nettuno, che si raggiunge passando per il Cunicolo del Miollis, un intervento di costruzione del paesaggio romantico ottocentesco che si addentra nella roccia viva attraverso un traforo finestrato. L’energia di questi luoghi è superba, rimane inalterata sebbene il contesto sia molto turistico. A concludere la bellezza del percorso sono i Templi di Vesta e della decima Sibilla, posizionate sovrastanti la Valle dell’Inferno. Per qualsiasi informazione c’è il sito web del Parco Villa Gregoriana, dettagliato e con tutte le indicazioni possibili.

martedì 7 settembre 2010

Cima del Papa sulle Malecoste e Pizzo Cefalone dall'Osservatorio del Gran Sasso


Lungo la Cresta delle Malecoste c’è la Cima del Gendarme (2425 m), una vetta che dal 18 maggio del 2005 ha preso il nome di Cima Giovanni Paolo II. Poco sotto la sua estremità hanno collocato una grossa croce in ferro in memoria di questo grande uomo e papa. Ho sempre stimato tanto questa persona, perché era costantemente alla ricerca del dialogo e del confronto, e poi era un grande amante e appassionato di montagna, soprattutto di questa zona. Partite dall’Osservatorio del Gran Sasso (2135 m) abbiamo seguito il solito sentiero che per il Passo del Lupo conduce a Pizzo Cefalone. Da lì abbiamo proseguito in direzione delle Malecoste. Dallo svincolo in poi il sentiero è segnato solo con dei piccoli segnetti blu, delle virgole poco visibili da rendere il percorso come una sorta di caccia al tesoro molto divertente tra i passaggi su roccia che identificano questa zona. C’è solo una cosa da tenere a mente: un ometto di pietra in cresta, poco dopo l’inizio, che depista troppo il passaggio indicato dai segni, però con un po’ di flessibilità ogni cosa è percorribile (al limite si tornaindietro e si cerca un’altra via). La parte visibile della croce è quella del retro, non si sa come mi sono dovuta aggrappare per fotografare anche la parte davanti considerando lo strapiombo, comunque alla fine sono riuscita ad avere anche quest’altro punto di vista: sulla croce oltre all’icona che raffigura papa Giovanni Paolo II c’è anche quella di Celestino V, di San Massimo, di Sant’Equizio e di San Bernardino: tutti grandi personaggi del territorio. C’erano molte cose attaccate alle croce come omaggio a Karol Wojtyla, persino un rosario islamico, ma la cosa non mi ha sorpreso più di tanto perché era stimato proprio da tutti. Tornate indietro siamo salite anche su Pizzo Cefalone (2533 m), non potevamo non andarci, perché sarebbe stata quasi una mancanza di rispetto!

domenica 5 settembre 2010

Pacentro e la corsa degli zingari


La prima domenica di settembre si svolge a Pacentro la corsa degli zingari, un evento molto particolare che coincide con i festeggiamenti della Madonna di Loreto. Si tratta di una corsa in montagna eseguita a piedi nudi, che prima scende per un sentiero scosceso tra le rocce affilate di Colle Ardinghi, stante di fronte al paese, e poi risale fino alla Chiesa della Madonna di Loreto, traguardo della competizione, situata al centro del piccolo borgo. I partecipanti (tutti ragazzi del posto) si sono radunati nei pressi di un’enorme roccia che prende il nome di Pietra Spaccata (un enorme masso dipinto con i colori della bandiera dell’Italia) e ai primi rintocchi della campana della piccola chiesa si sono lanciati velocemente nella competizione, sopportando il dolore di tutte le ferite procurate mano mano durante la corsa, arrivando a destinazione con i piedi sanguinanti. A scanso di equivoci per zingaro, nel dialetto arcaico di Pacentro, non si intende il nomade gitano, ma colui che cammina a piedi scalzi perché povero e così morto di fame da non possedere nulla, neppure le scarpe. Il vincitore proprio per questo, tra le tante cose che riceve, ha in premio anche un taglio di stoffa con cui confezionarsi un vestito, premio simbolico e indicativo della tradizione. Oggi lì c’era davvero tantissima gente. Ad emozionarmi è stata soprattutto la corsa degli zingarelli, gara minore che anticipava l’evento, dove a concorrere erano i bambini che seguivano un percorso a piedi nudi per le disarticolate vie del paese lastricate di basalto. Mi facevano tantissima tenerezza, perché la loro giovane età amplificava di molto l’importanza della prova che si prestavano a sostenere. Pacentro è davvero un bellissimo borgo medioevale, il suo Castello data un periodo originario che va dall’X-XI sec. A colpirmi sono state soprattutto le sue meravigliose torri quadrate, che viste da sotto tolgono decisamente il fiato. Nei momenti in cui la folla era concentrata ad assistere ai festeggiamenti ho approfittato per dare un’occhiata in giro, ed ogni cosa che vedevo mi piaceva: è un paese che merita davvero di essere visitato.

mercoledì 1 settembre 2010

Monte Camicia e lo stemma aragonese


Finalmente torno su. Dopo due settimane di astinenza, anche il solo pensiero di riandare in montagna mi faceva stare bene. È incredibile come mi mancava. Mi sento costantemente come un magnete calamitato verso dove l’energia è possibilmente più pura. Poco importa se stanotte ho dormito in macchina – che non è il massimo della comodità (a L’Aquila se retretteca!) – questa immagine di benessere della montagna è bastata da sola a ridistendere tutti i muscoli, mi dà gioia, piacere, pace. Da un po’ di tempo tenevo a mente Monte Camicia (2564 m) perché quando ci sono andata a giugno c’era ancora la neve dalla testata del Vradda in su, tanto da non farmi proseguire oltre perché non portavo i ramponi (li avevo lasciati in macchina per solidarietà alla mia amica che li aveva dimenticati: di comune accordo avevamo deciso di salire fino a dove era possibile, e di rigirarci in caso di neve e ghiaccio). Penso sempre che la bellezza non sta nella cima, certo anche in quella, ma soprattutto sta nel percorso, dall’inizio alla fine, dall’andata al ritorno, è tutto quello che ci coinvolge al nostro passaggio. Ricordo quella giornata bellissima, quasi come quella di oggi, che con il cielo nitido e ricamato da nuvole scandiva lo spazio ritmandone la profondità. Non ho mai visto in vita mia la linea del mare così netta! Quasi quasi si intuiva anche la linea della spiaggia. Siamo salite da Fonte Vetica (1604 m), seguendo il percorso che corre sulla dorsale di Monte Tremoggia (2331 m). Appena arrivate in cresta, sulla Sella di Fonte Fredda (1994 m), il teramano appariva come una grande coperta in patchwork adagiata sulle varie collinette sottostanti. Quanto mi piaceva! Intorno a noi, mano mano che salivamo, c’era una distesa di stelle alpine, delicate e bellissime, che si confondevano timidamente nella natura arida che le accoglieva (fino a 412 euro di multa a chi le raccoglie). Il percorso che porta in cima è davvero comodo e facile, abbiamo impiegato circa due ore e mezza per arrivare su. La piccola croce era adornata di nastrini e fettucce colorate, legate lì come a voler sigillare una promessa o un desiderio da affidare al vento. Personalmente non amo queste cose, qui non siamo in Nepal ma in Abruzzo, e sulla cima di queste montagne è consentito solo di lasciare un pezzettino di cuore, nulla di più. (Chissà perché l’uomo sente sempre il bisogno di lasciare una traccia del proprio passaggio… bo… la mia comunque è solo un’opinione: non condivido queste cose, ma le rispetto). Siamo riscese passando per il percorso che segue il canale del Vradda, e in un’ora e venti eravamo alla macchina. Mesi fa, leggendo un libro molto bello (Gran Sasso le più belle escursioni, di Alesi, Calibani e Palermi), ero rimasta molto incuriosita da un paragrafo che parlava di uno stemma aragonese alle pendici del monte Camicia. Dovevo assolutamente trovarlo. Mi ero ripromessa che come sarei riandata su Monte Camicia avrei senza dubbio cercato quello stemma. E alla fine ce l’ho fatta (grazie soprattutto alle indicazioni di un amico). Sasso dopo sasso alla fine sono riuscita a localizzarlo! Quanta storia passa di qui. Riporto il paragrafo a citazione. Alle falde di monte Camicia, nella località detta sotto l’altare, trovasi un grande masso di pietra, del tutto isolato, sul quale è scolpito, in grandi dimensioni, lo stemma mediceo”. Così afferma Oreste Sulli nel suo “Castel del Monte”. Gli amici del CAI aquilano, che per la storia legata al territorio montano hanno una grande passione ed il fiuto dei profondi intenditori, lo hanno subito localizzato ed hanno scoperto che non si tratta di uno stemma dei Medici, ma di quello di Pietro d’Aragona (1472-1491), “riprodotto con l’inquadramento invertito: i pali d’Aragona al posto delle croci potenziate del Ducato di Calabria” (C. Tobia – Boll. CAI L’Aquila, giugno 1993). Ma chi ha scolpito lo stemma e perché? Un pastore per passatempo o c’è dell’altro? Lasciamo la parola al brillante storico Alessandro Clementi. “Una ipotesi: Alfonso d’Aragona istituì nel 1447 la Dogana di Foggia che organizzò in forme razionali e stabili il fenomeno spontaneo della transumanza che fin dalla preistoria aveva costituito il nerbo economico della regione dei grandi altipiani abruzzesi. La funzione principale della Dogana fu quella di assegnare le “locazioni” ovvero le porzioni di pascolo nel territorio del Tavoliere in base alla “professazione” ovvero alla dichiarazione del numero dei capi che si intendeva introdurre in Puglia. Lo stemma scolpito in questa roccia era con molta probabilità legato a qualche funzione amministrativa (quale è ancora da accertare) legata alla Dogana”. (Gran Sasso - le più belle escursioni, di Alberico Alesi, Maurizio Calibani, Antonio Palermi).