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Luoghi remoti, fugati nel silenzio della pietra scaldata al
sole, tra nature incolte ed educate, tra antichi uliveti e vecchie vigne,
dove
sentieri bordati di sassi tracciavano ancora remoti passaggi. Giungevamo così
al Borgo di San Silvestro, leggermente rialzato
su un lieve declivio a ridosso
della valle. “Tutto era rimasto al suo
posto, ma su tutto il tempo aveva inciso il proprio segno” riportava
un
cartello descrittivo del luogo, dove case, orti e muretti si leggevano ancora,
ma divelti e scoperchiati dall’abbandono.
La piccola
chiesa di San Silvestro era il cuore di quel minuscolo borgo
dimenticato, dove un tempo la vita scorreva tra le murature e i
profili in
pietra. Poco distanti, le Pagliare di Ofena si innalzavano sulla valle con
maggior elevazione. Trovavamo qui un borgo
parzialmente ristrutturato ma che da
tempo aveva arrestato i suoi lavori, si percepiva una situazione immobile,
fermata nella
memoria e dalle azioni, in attesa. Il piccolo campanile a vela
della Chiesa del Colle dava all’insieme di edifici un carattere distintivo,
il
suo restauro aveva svelato tracce di affreschi e memorie lontane; non c’erano
stati stravolgimenti, l’essenza rigorosa della pietra era
stata mantenuta con
rispetto di quello che rappresentava. Un’altra realtà remota era la Chiesa di
Santa Maria di Borgo
Collevenatorio, distante qualche chilometro, anch'essa memoria della
Baronia. Recenti lavori di consolidamento avevano ristrutturato
gli archi della volta e posto tiranti, ma tutto appariva ugualmente sospeso, come
in attesa di ulteriori passaggi.
La pietra si svelava nel suo rigore silenzioso, portatrice
di simboli
antichi, dall’oscurità della cripta della Santissima Trinità alla
luce eterna dell’Incompiuta che come unico rivestimento aveva la
volta del
cielo. Venosa era un luogo affascinante che si poneva
come caposaldo lungo la
Via Appia – Regina Viarum – ci raccontava
il suo passato importante, attraverso
vie basolate, terme, taberne
ed altre domus. Una testa musiva di medusa
rammentava il tempo
e allontanava il male, ma la bellezza più grande era sulle
pareti
lisce e ossidate della pietra, che immemore svelava fiori della vita,
nodi apocalittici, cinte e sigilli nei luoghi più improbabili. Ogni
pietra era
una scoperta che testimoniava il passaggio di culture
longobarde ed ebraiche, richiami
simbolici al sacro Tempio di
Salmone a Gerusalemme.
Pietra Cappa dava volto all’Aspromonte sacro e ancestrale, con una magnifica grande roccia tondeggiate eretta al di
sopra dei boschi,
dominante il paesaggio come un culmine unificante terra e cielo. Le lisce pareti
verticali, levigate dai millenni,
spiccavano nel verde intenso di lecci, querce
e corbezzoli, tra la Fiumara Bonamico e la Fiumara Careri. La consapevolezza
di
essere in un luogo unico prendeva corpo ad ogni passo, lungo il suo bellissimo sentiero
stranamente poco frequentato. Il valore
spirituale al limite del sublime aveva
riscontro anche nei luoghi circostanti, tra mirabili meteore dimorate da ascetari.
Poco distante, le Rocce di San Pietro
testimoniavano la sede di insediamenti rupestri, la loro costruzione risaliva probabilmente
tra il IX e il XII secolo, per mano di monaci basiliani.
Un intricato gioco musivo svelava raffigurazioni mitologiche
e antiche geometrie: la Villa Romana di Casignana era uno dei volti più
belli
dell’antica Roma nella Calabria meridionale. La memoria di antiche magnificenze
si affacciava sul mare azzurro della
Costa dei Gelsomini, divisa purtroppo
dalla Statale 106 e dal tragitto ferroviario. Tra frigidarium, tepidarium e calidarium,
vasche e passaggi articolavano gli ambienti dove prendevano ancora vita il mito
di quattro nereidi sedute sul dorso di mostri
marini dalla coda
pinnata, con le fattezze di un leone, una tigre, un toro e un cavallo. Un Bacco,
ebbro di vino, sostenuto
da un piccolo satiro, versava del vino in un grande
vaso, ma a scorrere imperturbabilmente era il tempo che nonostante la fermezza
delle antiche manifatture, continuava eterno a deporre i suoi veli su ogni
operato passato e futuro.
Il relitto del Torino era una delle due navi della celebre
‘Spedizione dei Mille’ di Garibaldi, comandata da Nino Bixio e affondata dalla
flotta borbonica a Melito di Porto Salvo. I resti di quel grande piroscafo
riposavano da 165 anni sul fondo del mare, da quella notte tra
il 18 e il 19
agosto 1860 quando seguendo rotte indirette per eludere la flotta nemica si
incagliò sul fondale definendo una
situazione inizialmente drammatica ma che
divenne strategica: tutti gli uomini riuscirono a sbarcare scrivendo la storia
del
Risorgimento Italiano, mentre la Franklin, l’altra nave di Garibaldi, con issata
bandiera americana filava in salvo. Il Torino fu
successivamente cannoneggiato
dalla Marina Reale Borbonica, da allora i suoi grandi resti giacevano
silenziosi a pochi passi dalla
costa calabrese, con grandissima emozione ci
nuotavamo sopra, come volando dentro una memoria fluida sospesa nel tempo. Lo
scheletro dello scafo appariva come l’ossatura di una grande balena, una suggestione
rievocante Giona e la sua trasformazione,
tra
un groviglio di legni e lamiere, coperti di alghe e abitati dai pesci, svelanti
i resti della sala macchine, con i motori, il cannone e
parte dell’artiglieria,
simboli, presagi e allusioni di metafore presenti.