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Sotto il cavalcavia nei pressi di Tocco da Casauria si
intravedeva un piccolo edificio abbandonato, erano i resti della chiesa di
San
Martino di Tremonti. La sua origine risaliva all’XI secolo, e si collegava al
castello di Alberico, un antico insediamento
longobardo edificato nel 1016 che mirava
allora a ritagliarsi un’autonomia dall’Abbazia Casauriense che dominava quelle
terre; nel secolo successivo venne tuttavia annesso, divenendo poi in epoca
angioina suffeudo di Tocco. Fara inter
montes,
essere tra le montagne
tra Rocca Tagliata e Monte Rotondo. Quello che ne rimaneva ora erano pochi
resti dismessi e anonimi,
l’elevazione di piccoli archi ancora in piedi, la
volta del portico, l’arco del presbiterio, e il campaniletto a vela. Tra il
fiume e la
ferrovia, la piccola chiesa viveva la sua desolazione tra una
vegetazione incolta di arbusti e rovi mossi a richiudere l’unica strada
d’accesso. Di seguito un articolo a riguardo: https://parolmente.it/la-chiesa-di-san-martino-di-tremonti-a-tocco-da-casauria-pe/
Luoghi remoti, fugati nel silenzio della pietra scaldata al
sole, tra nature incolte ed educate, tra antichi uliveti e vecchie vigne,
dove
sentieri bordati di sassi tracciavano ancora remoti passaggi. Giungevamo così
al Borgo di San Silvestro, leggermente rialzato
su un lieve declivio a ridosso
della valle. “Tutto era rimasto al suo
posto, ma su tutto il tempo aveva inciso il proprio segno” riportava
un
cartello descrittivo del luogo, dove case, orti e muretti si leggevano ancora,
ma divelti e scoperchiati dall’abbandono.
La piccola
chiesa di San Silvestro era il cuore di quel minuscolo borgo
dimenticato, dove un tempo la vita scorreva tra le murature e i
profili in
pietra. Poco distanti, le Pagliare di Ofena si innalzavano sulla valle con
maggior elevazione. Trovavamo qui un borgo
parzialmente ristrutturato ma che da
tempo aveva arrestato i suoi lavori, si percepiva una situazione immobile,
fermata nella
memoria e dalle azioni, in attesa. Il piccolo campanile a vela
della Chiesa del Colle dava all’insieme di edifici un carattere distintivo,
il
suo restauro aveva svelato tracce di affreschi e memorie lontane; non c’erano
stati stravolgimenti, l’essenza rigorosa della pietra era
stata mantenuta con
rispetto di quello che rappresentava. Un’altra realtà remota era la Chiesa di
Santa Maria di Borgo
Collevenatorio, distante qualche chilometro, anch'essa memoria della
Baronia. Recenti lavori di consolidamento avevano ristrutturato
gli archi della volta e posto tiranti, ma tutto appariva ugualmente sospeso, come
in attesa di ulteriori passaggi.
La pietra si svelava nel suo rigore silenzioso, portatrice
di simboli
antichi, dall’oscurità della cripta della Santissima Trinità alla
luce eterna dell’Incompiuta che come unico rivestimento aveva la
volta del
cielo. Venosa era un luogo affascinante che si poneva
come caposaldo lungo la
Via Appia – Regina Viarum – ci raccontava
il suo passato importante, attraverso
vie basolate, terme, taberne
ed altre domus. Una testa musiva di medusa
rammentava il tempo
e allontanava il male, ma la bellezza più grande era sulle
pareti
lisce e ossidate della pietra, che immemore svelava fiori della vita,
nodi apocalittici, cinte e sigilli nei luoghi più improbabili. Ogni
pietra era
una scoperta che testimoniava il passaggio di culture
longobarde ed ebraiche, richiami
simbolici al sacro Tempio di
Salmone a Gerusalemme.
Pietra Cappa dava volto all’Aspromonte sacro e ancestrale, con una magnifica grande roccia tondeggiate eretta al di
sopra dei boschi,
dominante il paesaggio come un culmine unificante terra e cielo. Le lisce pareti
verticali, levigate dai millenni,
spiccavano nel verde intenso di lecci, querce
e corbezzoli, tra la Fiumara Bonamico e la Fiumara Careri. La consapevolezza
di
essere in un luogo unico prendeva corpo ad ogni passo, lungo il suo bellissimo sentiero
stranamente poco frequentato. Il valore
spirituale al limite del sublime aveva
riscontro anche nei luoghi circostanti, tra mirabili meteore dimorate da ascetari.
Poco distante, le Rocce di San Pietro
testimoniavano la sede di insediamenti rupestri, la loro costruzione risaliva probabilmente
tra il IX e il XII secolo, per mano di monaci basiliani.