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domenica 30 luglio 2017

Fonte Grotte di Monte Camicia

Fonte Grotte dava accesso ai meandri di Monte Camicia, alle sue vaschette concrezionate colme di acqua gelida, sempre più inevitabilinella progressione in strettoia. Fuori il caldo battente di fine luglio, dentro il freddo perenne del cuore della montagna. Scoprivoall’ingresso altri fossili di farfalle in fase di concrezionamento, si legavano per sempre alla roccia che le aveva accolte, in un abbraccioinfinito di materia differente, ma che presto sarebbe divenuta unica.

domenica 2 agosto 2015

Cercando l'alba sul Monte Camicia

La notte lasciava individuare tante piccole luci che salivano lungo il canale del Vradda. La luna rischiarava delicatamente i candoridel calcare, mentre gli occhi si adattavano a quella totalità silenziosa. Non era la prima volta che scoprivo l’alba inmontagna, ma era la prima volta che andavo a cercarla. Lungo il crinale roccioso della Sella del Tremoggia trovavamo un giacigliodove attenderla al riparo dal vento, l’aria si rischiarava delicatamente mano a mano che le luci dei paesi sottostanti sispegnevano all’ingresso del sole. Le pietre delle guglie rocciose si accendevano di toni caldi, ad osservarle scoprivamo la presenzadi un numeroso gruppo di camosci, rendendoci astanti di due spettacoli unici. Attendevamo sulla cima di Monte Camicia lostabilizzarsi del giorno, con un mare di nuvole intento a stagliarsi dietro la testata del Vradda e la compagnia unica della voce delvento.

domenica 26 luglio 2015

Fonte Grotte di Monte Camicia

La risorgenza più alta degli Appennini nascondeva il mistero di chirotteri e farfalle concrezionate. Tantissime vaschette d’acquane ricoprivano la parte bassa costringendo il passaggio sui cordoli delle concrezioni. L’acqua cristallina, tra la luce e il buio, siperdeva in un gioco di specchi, amplificando visioni e suggestioni, quello che ne rimaneva erano tante gradazioni di bianco,movimentate dall’effetto tortile di piccole stalattiti eccentriche. Il budello finale conduceva alla sala dei chirotteri, dove i primispeleologi avevano rinvenuto alcuni scheletri di pipistrelli risalenti a circa millecinquecento anni fa. Nonostantecontinuassi a cercare, non trovavo più all’ingresso le concrezioni delle farfalle.

Uscita sezionale organizzata dal Gruppo Grotte e Forre “Francesco de Marchi” Club Alpino Italiano – Sezione dell’Aquila

domenica 12 agosto 2012

Fonte Grotta di Monte Camicia

Fonte Grotta si raccoglieva rannicchiata sotto il grande Paginone, a malapena si distingueva, si vedeva appena la traccia che sulgrande ghiaione conduceva al suo ingresso. Un cespuglio di ortiche faceva da compagnia all’ormai arrugginita portad’ingresso, talmente vecchia e malandata che per aprirla bisognava spiccarla. Sentivamo il respiro della montagnagiungere sui nostri volti, entravamo nel freddo tepore della Terra, che in ogni cavità manifestava la sua condizione materna.Animavamo la grotta con la luce delle nostre lampade, e più ci addentravamo nella sua profondità più ci rendevamo conto cheera lei ad animarsi. L’acqua limpidissima scorreva sotto di noi modellando da millenni forme lattiginose, quel bianco assoluto sifaceva forza della notte, e appariva ai nostri occhi come quanto di più luminoso possa esserci. Quel buio era la dimora di antichecolonie di farfalle e di tricotteri, che da millenni risiedevano in quella cavità come ci suggerivano i loro fossili. Assistevamo allospettacolo del Tempo, alla trasformazione della materia, all’alchimia della concrezione che riportava ogni cosa al suostadio originale, mentre le farfalle, a loro volta, assistevano al nostro passaggio non curandosi della nostra presenza.

domenica 22 gennaio 2012

Il Fondo della Salsa: il sentiero Piergiorgio De Paulis, sotto la parete Nord di Monte Camicia

I pensieri risuonavano in quell’orrido inavvicinabile, come se dentro la testa avessero trovato la generazione di un eco. Quella roccia impenetrabile, così fredda e vecchia, si innalzava come una vertigine mostruosa. Rimanevamo in silenzio ad ascoltare ilrumore sordo dei sassi che si staccavano dalla parete, il loro battere sulla propria roccia madre, fino a sbriciolarsi nel fondo. Da lì la parete Nord di Monte Camicia assumeva tutta la sua massima espressione, era repulsiva da ogni angolazione, ericordava agli uomini il loro essere mortali. Lo strillo di un’aquila riecheggiava nel cielo, lasciandoci ammutoliti della sua inconfondibile presenza. Un enorme masso di roccia portava la memoria di due nomi, quello del pilota Marco Adinolfischiantatosi sulla parete e quello di un giovane alpinista aquilano, Piergiorgio De Paulis, a cui avevano dedicato proprio il percorso per raggiunge il Fondo della Salsa. Due storie differenti, entrambi da raccontare. Il 6 aprile del 1994 Monte Camicia si avvolgevanella nebbia, quella scarsa visibilità inghiottiva ogni cosa: il comandante Marco Adinolfi dell’Aereonautica Militare si era schiantato sulla parete Nord con il suo aereo cacciabombardiere AMX della base di Istrana, all’età di 27 anni, lasciando perdere suquella roccia tutte le sue tracce. Quattro anni prima, l’8 novembre 1990, questo giovane pilota si era già salvato da una morte simile, nelle campagne dell'Oltrepò pavese, riuscendo a lanciarsi con il paracadute, ma purtroppo adesso il destino non gli riservava unaseconda possibilità. I suoi commilitoni ne omaggiavano la memoria con una spada infissa nella roccia, e con un numero scritto con le pietre sopra la testata del Vradda: 264^, forse il numero della compagnia. (Quest’ultima notizia è senzafonte). Venti anni prima c’era la storia di Piergiorgio, un giovane alpinista aquilano impegnato alla prima ascensione invernale sulla parete Nord di Monte Camicia. Era la Vigilia di Natale del 1974. Nel dicembre del 1974, Domenico (Mimì) Alessandri, CarloLeone e Piergiorgio De Paulis, si cimentano anch'essi nell'impresa invernale. Dopo il tentativo di D'Angelo e Muzii, solo altre due cordate hanno percorso la parete, ma d'estate. Una di queste era condotta dallo stesso Alessandri, esperto alpinistaaquilano, con all'attivo difficili ripetizioni invernali e belle vie nuove nel massiccio del Gran Sasso (Diretta alla parete est dell'Occidentale, Diretta al terzo pilastro del Paretone). De Paulis, 19 anni, è il più giovane del terzetto, ma è già un alpinistacapace e animato da grandissima passione. Come ha scritto Alessandri, "era il migliore della sua generazione, a L'Aquila, in quel momento. Aveva, specialmente su ghiaccio, una tecnica istintiva che gli consentiva di muoversi con velocità e sicurezzanon comuni". La sera del 23 dicembre i tre sono ormai alti nella parete, all'altezza di un caratteristico forcellino e si accingono al terzo bivacco. Hanno proceduto lentamente, ma tranquillamente, su di una parete ghiacciatissima, utilizzando quello che era l'attrezzatura dell'epoca: ramponi tradizionali e la sola piccozza a becca dritta. Scrive Alessandri: "La tragedia ci piombò addosso, imprevedibile, fulminea, a sera quando, già fermi, operavano indipendentemente l'uno dall'altro nella preparazione del bivacco. Sullo sfondo bianco della montagna intravidi la sagoma di Piergiorgio, che si muoveva a pochi metri da me, volare indietro nel vuoto senza neanche un'esclamazione o un grido e scomparire in basso. Aveva preparato il suo ancoraggio con due chiodi, a venti centimetri uno dall'altro, nella stessa fessura orizzontale, vi aveva appeso del materiale trascurando di collegarli e si era agganciato al primo senza accorgersi che il secondo, più grosso, dilatando la fessura, ne aveva compromesso la stabilità". Alessandri e Leone rimangono soli e impotenti di fronte alla tragedia che si è compiuta silenziosa davanti ai loro occhi. Una breve perturbazione arriva a infierire in una notte già terribile. Cadono sassi, Leone viene ferito, è sotto shoc, e non è in grado di continuare. "Il buio della notte e il silenzio della montagna avvolgevano tutto in una quiete cosmica, ma sul piccolo terrazzino di ghiaccio, piombati in un indescrivibile stato di angoscia, iniziavamo una dura battaglia per la vita e ci accingevamo a superare la più tragica notte della nostra esistenza. Il profondo stato di angoscia vissuto per l'intera notte, in un assurdo dialogo con la morte, si dissolse di colpo alle tre del mattino", quando Alessandri matura la decisione di uscire da solo: "la via della vetta sembrò la più rapida, la più sicura, l'unica via d'uscita...". Mimì scala per ore ed ore, in una condizione mentale straordinaria. La concentrazione estrema scaccia la disperazione e la salita è accompagnata dalle "presenze" di Piergiorgio e di tutte le persone care che danno ancora senso a quello che sta facendo. Alle quattro del pomeriggio è fuori. "Mi sentivo come uno che fino a un momento prima era convinto di morire e si ritrova ancora vivo". L'operazione di soccorso del giorno dopo, a cui partecipa lo stesso Alessandri, è degna di menzione. Per la prima volta, infatti, viene impiegato in Appennino un elicottero per un recupero in parete. L'elicottero pilotato dal tenente Fischione, benché non specializzato in questo tipo d'interventi esegue una difficile manovra in "overing" e recupera col verricello Carlo Leone. La Nord d'inverno è stata in qualche modo superata, ma per i sopravvissuti "la salita fu, sotto il profilo umano e alpinistico, senza dubbio un fallimento, poiché non c'è parete al mondo che valga la vita di un uomo". Dopo questa vicenda dovranno passare tredici anni prima che qualcuno osi sfidare di nuovo la parete nella stagione fredda. (Tratto da qui).
Paolo De Angelis, Roberto Iafrate e Piergiorgio De Paulis dopo una salita allo Sperone Centrale del Corno Grande.

mercoledì 1 settembre 2010

Monte Camicia e lo stemma aragonese


Finalmente torno su. Dopo due settimane di astinenza, anche il solo pensiero di riandare in montagna mi faceva stare bene. È incredibile come mi mancava. Mi sento costantemente come un magnete calamitato verso dove l’energia è possibilmente più pura. Poco importa se stanotte ho dormito in macchina – che non è il massimo della comodità (a L’Aquila se retretteca!) – questa immagine di benessere della montagna è bastata da sola a ridistendere tutti i muscoli, mi dà gioia, piacere, pace. Da un po’ di tempo tenevo a mente Monte Camicia (2564 m) perché quando ci sono andata a giugno c’era ancora la neve dalla testata del Vradda in su, tanto da non farmi proseguire oltre perché non portavo i ramponi (li avevo lasciati in macchina per solidarietà alla mia amica che li aveva dimenticati: di comune accordo avevamo deciso di salire fino a dove era possibile, e di rigirarci in caso di neve e ghiaccio). Penso sempre che la bellezza non sta nella cima, certo anche in quella, ma soprattutto sta nel percorso, dall’inizio alla fine, dall’andata al ritorno, è tutto quello che ci coinvolge al nostro passaggio. Ricordo quella giornata bellissima, quasi come quella di oggi, che con il cielo nitido e ricamato da nuvole scandiva lo spazio ritmandone la profondità. Non ho mai visto in vita mia la linea del mare così netta! Quasi quasi si intuiva anche la linea della spiaggia. Siamo salite da Fonte Vetica (1604 m), seguendo il percorso che corre sulla dorsale di Monte Tremoggia (2331 m). Appena arrivate in cresta, sulla Sella di Fonte Fredda (1994 m), il teramano appariva come una grande coperta in patchwork adagiata sulle varie collinette sottostanti. Quanto mi piaceva! Intorno a noi, mano mano che salivamo, c’era una distesa di stelle alpine, delicate e bellissime, che si confondevano timidamente nella natura arida che le accoglieva (fino a 412 euro di multa a chi le raccoglie). Il percorso che porta in cima è davvero comodo e facile, abbiamo impiegato circa due ore e mezza per arrivare su. La piccola croce era adornata di nastrini e fettucce colorate, legate lì come a voler sigillare una promessa o un desiderio da affidare al vento. Personalmente non amo queste cose, qui non siamo in Nepal ma in Abruzzo, e sulla cima di queste montagne è consentito solo di lasciare un pezzettino di cuore, nulla di più. (Chissà perché l’uomo sente sempre il bisogno di lasciare una traccia del proprio passaggio… bo… la mia comunque è solo un’opinione: non condivido queste cose, ma le rispetto). Siamo riscese passando per il percorso che segue il canale del Vradda, e in un’ora e venti eravamo alla macchina. Mesi fa, leggendo un libro molto bello (Gran Sasso le più belle escursioni, di Alesi, Calibani e Palermi), ero rimasta molto incuriosita da un paragrafo che parlava di uno stemma aragonese alle pendici del monte Camicia. Dovevo assolutamente trovarlo. Mi ero ripromessa che come sarei riandata su Monte Camicia avrei senza dubbio cercato quello stemma. E alla fine ce l’ho fatta (grazie soprattutto alle indicazioni di un amico). Sasso dopo sasso alla fine sono riuscita a localizzarlo! Quanta storia passa di qui. Riporto il paragrafo a citazione. Alle falde di monte Camicia, nella località detta sotto l’altare, trovasi un grande masso di pietra, del tutto isolato, sul quale è scolpito, in grandi dimensioni, lo stemma mediceo”. Così afferma Oreste Sulli nel suo “Castel del Monte”. Gli amici del CAI aquilano, che per la storia legata al territorio montano hanno una grande passione ed il fiuto dei profondi intenditori, lo hanno subito localizzato ed hanno scoperto che non si tratta di uno stemma dei Medici, ma di quello di Pietro d’Aragona (1472-1491), “riprodotto con l’inquadramento invertito: i pali d’Aragona al posto delle croci potenziate del Ducato di Calabria” (C. Tobia – Boll. CAI L’Aquila, giugno 1993). Ma chi ha scolpito lo stemma e perché? Un pastore per passatempo o c’è dell’altro? Lasciamo la parola al brillante storico Alessandro Clementi. “Una ipotesi: Alfonso d’Aragona istituì nel 1447 la Dogana di Foggia che organizzò in forme razionali e stabili il fenomeno spontaneo della transumanza che fin dalla preistoria aveva costituito il nerbo economico della regione dei grandi altipiani abruzzesi. La funzione principale della Dogana fu quella di assegnare le “locazioni” ovvero le porzioni di pascolo nel territorio del Tavoliere in base alla “professazione” ovvero alla dichiarazione del numero dei capi che si intendeva introdurre in Puglia. Lo stemma scolpito in questa roccia era con molta probabilità legato a qualche funzione amministrativa (quale è ancora da accertare) legata alla Dogana”. (Gran Sasso - le più belle escursioni, di Alberico Alesi, Maurizio Calibani, Antonio Palermi).