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Torre Zancale ammirava la Costa degli Infreschi e la
spiaggia di Marina di Camerota, la sua posizione protesa nel mare godeva di un
ottimo
punto di avvistamento. Edificata nel 1566 faceva parte di un ampio
sistema difensivo contro i corsari. Dalla Spiaggia Lentiscelle partiva il
sentiero per gli Infreschi, la vegetazione mediterranea ancora rigogliosa ci
sorprendeva con i suoi profumi e particolari fioriture di crochi,
mentre la
temperatura calda tradiva la stagione rendendo ancora più piacevole il
percorso. Sotto di noi vi era Cala Fortuna, con la sua costa
verticale e
strapiombante, ammirata in un punto panoramico dal riposo di un’amaca. Oltre
ancora vi era la suggestiva Cala Monte di
Luna, sovrastata di rocce e raggiungibile
dal mare. Il sentiero per gli Infreschi passava all’interno, lo seguivamo in parte
fino alla bellissima
Cala Bianca, raccolta tra rocce e silenzio, tra
vegetazione e bellezza. In quel lembo di mare le acque trovavano la quiete,
poche voci
risuonavano tra il rumore quieto della risacca, lasciando al cuore come un
canto di nostalgia e il desiderio di ritornare.
Sulla cima del Monte Marsicano la
caratteristica croce con la bandiera orifiamma seguiva il flusso del vento. Immersi
in una nuvola non
avevamo il riferimento dei panorami, soltanto stratificazioni
di candori, toni su toni di bianco sul bianco, che mano a mano scendevamo
prendevano il calore dei colori gialli e aranciati dell’erba secca. Più scendevamo
e più si accendevano i toni del rosso, che vibranti nel
bosco ci avvolgevano
nella bellezza intima dell’autunno. Dal bianco al rosso seguivo la cromia della
trasformazione, la bellezza trovava il
culmine nel silenzio e nella
contemplazione della natura, che tutto unisce e contiene.
Tornavo sulla montagna di Pettino dopo un anno e tre mesi
dall’ultimo incendio che l’aveva devastata, ancora erano visibili i segni del
fuoco
sulla base dei tronchi anneriti, parti del bosco erano andate distrutte
mentre altre avevano ripreso la vita, segnando il suolo con nuovi fondi
erbosi
ed il frutto di alcune pigne che testimoniavano la ripresa del ciclo vitale
degli alberi. Il bosco ci proteggeva da una leggera pioggia fin
dove arrivava,
oltre vi era la vista della montagna sulla sua città. Per aspera ad astra – attraverso le asperità fino alle stelle – era
un
monito inciso sulla croce di Croce Cozza, lo tenevamo a mente lungo tutto il
crinale intessuto di vecchi e nuovi sentieri, curati da chi aveva
a cuore la
montagna fuori porta. La tristezza giungeva dove era cessata la vita, file di
alberi spenti e anneriti, morti, in equilibrio sospeso,
non lasciavano scorgere
nulla più in là del loro scheletrico grigiore. Oltre Monte Pettino, la Crocetta
e la Madonna Fore percorrevamo un
nuovo sentiero sul Colle Nocelle,
aperto tra i cespugli di ginestra a riposo e lo sguardo sui colori autunnali di
piante superstiti. Tornava
la vita.
L’anticima di Toppe Vurgo non aveva il nome, era isolata e
modesta, non aveva caratteristiche rilevanti o notorietà, di fatto subordinata
ad un’altra montagna già di suo poco nota. Eppure aveva anch’essa il fascino
dei panorami, il valore di essere raggiunta, la quiete di un luogo
libero da
ogni definizione. Era là comunque con la stessa importanza, quell’importanza che
gli uomini attribuivano da sempre alle montagne
per definirle. Oggi aveva un
grande valore.
La pioggia andava e veniva nei boschi, tra chiusure e
schiarite, lungo i sentieri conosciuti della Valle Donica, tra Monte San
Lorenzo e Monte
Marine, toccando tratti dell’antico acquedotto romano di Lavaretum. Il Rifugio Santa Pupa segnava
l’ingresso ai prati superiori, oltre vi era la
Piana di Aielli, raccolta tra le
sue modeste cime, poco visibili a causa della nebbia. Le nuvole toccavano terra
ma la strada era evidente e
rasserenante, come una guida sincera a cui
affidarsi lasciando libera la mente. I prati di erba rasa si modulavano a
seconda degli avvallamenti,
si delimitavano con vecchi fili di ferro spinati e bordure
di rosa canina selvatica. Le schiarite portavano il belvedere sui panorami, sui
luoghi di
appartenenza dove un tempo vivevo e che comunque mi erano cari.
L’Eremo di Sant’Angelo si apriva a strapiombo sul versante meridionale del Monte di Roccatagliata, situato tra l’abitato di Bussi sul
Tirino e quello di Castiglione a Casauria. Lo raggiungevamo percorrendo inizialmente una comoda strada sterrata che partiva dal
cimitero di Bussi, per poi lasciarla alla ricerca di sentieri inesistenti, con l’unico riferimento delle coordinate. L’antico luogo di culto risaliva
al XII secolo, lo
testificava un documento di donazione al Monastero di Casauria fra gli anni
1131-1136. Due enormi finestre nella
roccia sormontate da un muro caratterizzavano
quell’antica dimora appartata e solitaria. Un’apertura sulla volta individuava
un piano
superiore purtroppo inaccessibile, numerosi buchi sulle pareti suggerivano
la presenza di un probabile soppalco in legno, ma oltre la
pietra adesso non vi
era più nulla. A sinistra dell’ingresso due piccoli vani si incavavano
ulteriormente nella montagna, quello poco più
profondo manteneva maggiormente il
calore, e pareva accoglierci come un piccolo ventre di madre terra. I luoghi dell’Angelo definivano
sempre spazi
sublimi, spesso intermediari tra cielo e terra, aree sacre ricche di
suggestione e fascino dove la riflessione umana trovava ogni
volta i suoi
limiti e ammirava l’eterno. Per approfondimenti sull'eremo suggerisco il libro di Edoardo
Micati, “la Montagna e il Sacro – riti e
paesaggi religiosi in Abruzzo”, Carsa Edizioni, 2018.