Questo è un giorno molto particolare. Sono stata indecisa fino all'ultimo su cosa fare oggi. Giorni addietro ero rimasta d'accordo con Cavallo Pazzo sull'eventualità di salire su Monte San Franco con gli sci, perchè le scorse escursioni mi avevano invogliato ad andare oltre. Quando ieri ci siamo sentiti mi ha confermato l'uscita, dicendomi che sarebbero venuti con noi anche altri suoi amici scialpinisti, ma che tuttavia era una situazione tranquilla e fattibile... solo dopo ho saputo che erano tutti sciatori esperti di un certo livello (tra cui pure maestri e gareggiatori di scialpinismo!)... Le calde giornate di aprile ci davano la possibilità di trovare la neve solo nel versante a Nord, così lasciate le macchine nei pressi della sbarra che chiude la strada (che va al Rifugio Antonella Alessandri Panepucci), ci incamminiamo a piedi, ovviamente tutti con gli sci attaccati allo zaino. Io ero la pecora nera, l'unica con gli sci da fondo escursionismo. A parte Cavallo Pazzo che tira come un treno, anche gli altri non scherzavano, non vorrei dire una fesseria ma ci avremo messo su per giù una trentina di minuti ad arrivare al rifugio. Poco prima della fine del bosco la neve ci ha dato la possibilità di mettere gli sci. Andava tutto bene: ero caduta solo una volta. Svalicato il piano del rifugio riprediamo la salita per la Valle del Paradiso, sempre più ripida, e più salivo e più pensavo “come farò a scendere?”.. il contesto era diverso dal solito che conoscevo, non potevo pretendere né attenzione (né compassione) né tantomeno condizionare il gruppo... lungi da me poi l'idea di condizionare gli altri! (Non mi è mai piaciuta come cosa e non la farò mai!) quello era solo un mio problema. Sotto di noi ormai non c'era più neve, ma solo ghiaccio (non mancava molto alla Cresta di Rotigliano), e alle parole “ragazzi è caso che mettiamo i ramponi” ho realizzato che non ero proprio in grado di sostenere quella salita... non avevo gli sci da alpinismo, figuriamoci i ramponi! (tra l'altro mai messi in vita mia). Mi ero irrigidita troppo, non riuscivo a tenere il ghiaccio nemmeno di lama, cadevo sempre. Mi sono sentita piccola, inadatta, inadeguata e stupida solo per il fatto di aver pensato di riuscire a fare quel giro con la mia poca esperienza. Inotre mi sentivo ulteriormente mortificata se pensavo al gruppo che mi guardava dalla cresta e che aspettava. La montagna è una bestia nera, è bellissima quando si lascia assecondare, ma diventa crudele quando ti mette a confronto con le tue paure e i tuoi limiti. Chiamo il mio amico Cavallo Pazzo e gli dico che non avrei proseguito oltre, ma che sarei riscesa e andata via. Lui, vedendomi così, mi ha detto che sarebbe risceso con me, o che almeno mi avrebbe messo in sicurezza, capivo che si sentiva combattuto dal fatto che non voleva lasciarmi sola, e dalla responsabilità della guida del gruppo. Davvero proprio non potevo mandare all'aria l'escursione di sei persone per colpa mia. Gli ho dovuto dire che li avrei aspettati al rifugio per farlo andare con gli altri. Quando mi sono ritrovata da sola mi sono lasciata andare in un pianto liberatorio. Ma non era un pianto relativo solo al non esser riuscita a salire, dentro c'era di tutto, soprattutto l'ansia accumulata in questi ultimi giorni per la ricorrenza di oggi, un confronto con la realtà inevitabile. Ho pianto per tutta la discesa nel bosco, avevo proprio bisogno di sfogarmi. Solo quando sono arrivata alla macchina ho sorriso. Ero ancora più determinata a salire in cima. Senza nemmeno pensarci ho tolto le scarpe da fondo e ho messo gli scarponi da trekking. Sono andata verso il versante Sud di Monte San Franco, nei pressi del Ponte della Lama (1290 m). Parcheggio la macchina e comincio a salire. Era una di quelle condizioni assolute in cui non si sente niente e nessuno, e che anche se mentalmente mi domandavo dove diavolo andassi da sola, altrettanto mi rispondevo che quello che non dovevo fare, in fondo, già lo stavo facendo. Mi chiama Pietro (Cavallo Pazzo) per sapere dove fossi, appena gli dico dove sonomi dice di aspettarlo che sarebbe venuto anche lui. Non so quanto ci abbiamo messo da lì per arrivare sulla cima di Monte San Franco (2132 m), so solo che oggi volevo andarci e che ci sono arrivata.
Monte Calvo (1898 m) l'avevo conosciuto sotto i colori dell'autunno, caldi, avvolgenti, e il sentiero che mi ci aveva portato la prima volta partiva da Rocca di Corno. Questa mattina invece ne abbiamo seguito un altro, molto più breve, che parte da Sella di Corno. Lasciata l'auto nella piccola piazzetta del paese, Piazza San Pietro (996 m), ci siamo portati nei pressi del fontanile da cui inizia la carrareccia da seguire. Da lì il sentiero è semplice, a leggere la carta si segue la direzione del Rio Falconetto fino a Valle Cupa, da dove è possibile tenere il riferimento visivo: si sale tenendosi alla sinistra della montagnola su cui sono disposte tutte le antenne del Ponte Radio. Ci si ricongiunge ad una strada (che poi sarebbe quella che parte dalla stazione di Sella di Corno e che porta alle antenne), dove è ancora più facile orientarsi verso la cima. Monte Calvo (1898 m) è solitamente una montagna molto esposta, la fortuna di oggi èstata quella di esser stati graziati dal vento. E' un giro davvero semplice che impiega poche ore (scarse 4 complessivamente) e ha un dislivello di 900 metri.
Monte Ocre (2204 m) è una delle montagne che più amo. Forse perchè la riconosco un po' ovunque: basta alzare lo sguardo che è sempre lì, a portata di vista, e non solo da L'Aquila, ma anche da molti paesi che la circondano. Ricordo di quando ci sono salita la prima volta, era fine luglio e faceva caldo. Il cielo d'estate, la terra riarsa, il vento ambrato che dava sollievo... avevo conosciuto così questa montagna, ora ero felicissima di riscoprirla di nuovo sotto un'altra veste, sì perchè ogni volta è una riscoperta. E' vero che le montagne sono sempre lì, ma è vero anche che basta una piccola variazione per rinnovarle. Spesso cambiano anche nell'arco della stessa giornata, annientando la possibilità di darle per scontate. Lasciata la macchina al piccolo paese di Ripa di Bagno (816 m) ci incamminiamo per il lungo percorso che abbiamo deciso di intraprendere. Il sentiero è ripido fin da subito, il dislivello da fare è superiore ai 1400 metri (molto superiore se si considerano anche i saliscendi). Saliamo per un percorso che si incanala tra le rocce, fa impressione quanti massi sono franati lì a causa del terremoto. Percorriamo una strada che passa sotto la piccola chiesa della Madonna delle Canali (963 m), per il Fossato di Fonte Machè, il rifugio di Pesco Croce (1342 m), fino ad arrivare al Male Passo (1488 m). Da qui ci direzioniamo verso il Valico dei Monti di Bagno (1792 m). C'era un vento così forte lassù che sembrava schiaffeggiarci, frapponeva resistenza, e a volte spostava. Abbiamo cercato di seguire un percorso un po' più riparato, salendo in direzione dei Tre Bauzi (2150 m).
Purtoppo proprio lì siamo stati costretti a fermarci, l'ultimo tratto che saliva sulla vetta di Monte Ocre (2204 m) era completamente innevato, troppo ripido, e noi non eravamo attrezzati per farlo (e pensare che proprio ieri un caro amico mi ha regalato una bellissima piccozza!)... mentre dal versante a sud, di certo più pulito, soffiava un vento troppo forte da sostenere. Va bene anche così, bisogna anche saper rinunciare. Con la montagna non si scherza. Da Ripa di Bagno ai Tre Bauzi abbiamo impiegato 4 ore e 45 minuti a salire. Dopo una brevissima pausa (in un punto riparato) siamo riscesi, variando il percorso fino a Vallemara, ricongiungendoci poi al Male Passo, e poi di nuovo giù, fino a tornare a Ripa di Bagno, impiegando a scendere forse tre ore e mezza. Tra un mese ci riproviamo.
L'intenzione di oggi era quella di raggiungere, con gli sci da escursionismo, il Lago della Duchessa partendo da Prato Capito. Anche se abbastanza impegnativo come giro in fin dei conti credo sia fattibile, ma l'unico grande, enorme, grandissimo problema è stato invece quello della neve di fine marzo: una vera colla! Partiti intorno alle 9 abbiamo fatto il solito sentiero che passa nel bosco di Cerasolo, direzionandoci poi verso la Valle del Morretano. Ricordo di quando l'ho fatta per la prima volta, era calata una nebbia così fitta che ci ha costretto a tornare indietro a una centinaia di metri dalla fine. A pensarci adesso credo sia stato meglio così, avrei sicuramente trovato difficoltà a fare l'ultimo tratto, troppo ripido per chi inizia a sciare da poco (rileggendo il blog ho visto che era la mia seconda uscita con gli sci!). Arrivati al Valico del Morretano (1983 m) si apre lo spettacolo sulla Valle del Puzzillo! Da lì abbiamo continuato a salire costeggiando il Campitello e sciando sulla neve di una vecchia valanga ormai sporcata dalle pioggie e dai venti. Raggiunto un punto un po' più pianeggiante degli altri abbiamo ammirato tutta la vallata che si apriva enorme sotto ai nostri occhi... in lontanaza si vedeva bene anche il Rifugio Sebastiani che con la sua bandiera alzata ha innescato la possibilità di sabotare tutti i buoni propositi di continuare l'escursione: continuare il giro per arrivare al Lago della Duchessa o andare a mangiare un piatto di pasta al Rifugio Sebastiani? Decidiamo di svalicare prima il Passo del Puzzillo (2073 m) e poi magari da lì vedere cosa fare... Ma fatta quella sorte impettata (ripida ripida ripida) a me personalmente proprio non andava di tornare indietro! Guardando la carta il Lago della Duchessa (1788 m) era a poco più di due chilometri da dove ci trovavamo noi... certo, per raggiungerlo dovevamo fare un altro svalicamento notevole, però in fin dei conti (con tanta buona volontà) si poteva fare... Decidono però (per esperienza) di cambiare il giro: quella non era la condizione adatta per raggiungerlo, avremmo dovuto anche togliere gli sci per un bel tratto di percorso. Tutti d'accordo scendiamo in direzione della Valle dell'Asino, qui la neve era buona (anche se alcuni tratti erano ghiacciati si sciava benissimo!), raggiungendo il Rifugio Campitello della Forestale (1720 m) e percorrendo tutta la Valle Quartarone fino ai Prati di Cerasolo, passando per il suo bellissimo bosco di faggi. Da lì abbiamo ripreso la solita strada per tornare a Prato Capito. Mano mano che scendevamo la neve degenerava in acqua... sembrava di sciare sulla granita al limone. L'ultimo tratto non si commenta. Sei ore e mezza circa.
Ormai è tanto che aspetto di vedere l'arrivo della primavera. Lo scorso anno l'attendevo con ansia, ma lo stravolgimento causato dal terremoto ha alterato tutti gli equilibri naturali: la terra ribolliva così tanto che la mattina del 6 aprile sono fioriti all'unisono tutti i mandorli e i peschi. E per quanto possa essere bella come immagine, in quel contesto era ovviamente drammatica. Sembrava un canto di addio, una melodia sinestetica che accompagnava uno strazio collettivo. E poi sono andata via. Quest'anno però sono qui. Con un altro punto di vista. Da quando frequento la montagna ho scoperto davvero un nuovo modo di percepire i fenomeni della natura (la pioggia, il vento, la neve, il ghiaccio, il freddo, il caldo...), così che ogni cosa mi sembra di riscoprirla di nuovo, quasi non ha nulla a che fare con l'immagine di prima. La primavera di quest'anno è sacra: i primi fiori, i primi colori, i primi profumi sono come dei miracoli. L'uscita di oggi è stata decisa un giorno per un altro. Già da un po' di tempo Mario D'Angelosante mi parlava di un posto meraviglioso nei Monti della Laga in cui lo stupore è costante e continuo, così appena mi ha chiamato non mi sono fatta sfuggire l'occasione, ho accantonato tutti gli impegni e mi sono unita al piccolissimo gruppo d'escursione. Percorso un tratto di Salaria siamo arrivati al piccolo paese medievale di Quintodecimo (407 m), da lì parte un percorso bellissimo che costeggia il fiume. Il rumore dell'acqua che scorre, il verde intenso delle piante e le molteplici fioriture incontrate lungo il sentiero, si accordavano tra loro nell'equilibrio perfetto del miracolo che tanto cercavo: ecco la primavera. La bellezza era proprio quella dei Monti della Laga, l'acqua sgorgava ovunque dando vita a molteplici giochi di cascate. Anche il bosco, per lo più di castagni, sembrava quello di una fiaba. Lungo il sentiero abbiamo incontrato diversi resti di antiche case in pietra in cui un tempo trovavano rifugio legnaioli e carbonai. Ma di tutte queste strutture la più bella era senza dubbio quella che si trovava alla fine del percorso, incastonata dietro la cascata di Fosso di Noce Andreana (872 m). Sembrava un luogo sacro, come se vincolato da qualche antico incantesimo. Tutto il giro impiega circa quatto ore, noi ci abbiamo messo più tempo perchè ci siamo soffermati ogni volta ad ammirare tutte le cascate che incontravamo lungo il percorso.
Quello di oggi è stato un giro che volevamo fare già da un po' di tempo, solo che se aspettavamo ancora lo avremmo fatto per il prossimo anno... la piana di Campo Imperatore oggi era tristemente maculata: la primavera ormai è giunta, si sente, e sta portando con sé la meraviglia dei suoi colori, dei suoi profumi, si sta risvegliando tutto l'incredibile mondo della vita, con i suoi meccanismi semplici articolati da una complessità impossibile da comprendere in maniera lineare. La neve, però, come è giusto che sia, se ne sta andando, come in ogni sano ciclo naturale che si rispetti. Parcheggiato poco oltre Racollo (nei pressi della sbarra che chiude la strada) abbiamo sciato su ogni minuscola striscia di neve che incontravamo (a bordo strada e nei piccoli avvallamenti) saltando da una parte all'altra e cercando di togliere gli sci il meno possibile (a fine stagione mi sa che li butto..). Fortuna che mano a mano che salivamo il bianco si uniformava sotto i nostri occhi, dandoci così la possibilità di sciare sul serio. Salite per Valle Coppone i riferimenti visivi che abbiamo incontrato sono quelli di un vecchio pozzo spaccato, che sulla carta vedo che prende il nome di Piscina (1766 m); e un vecchio rifugio in muratura, su Monte Archetto (1831 m), ridotto, purtroppo, in una condizione fatiscente. Continuando, siamo passate nella valle che separa Cima di Faiete e Costa Ceraso, in una zona che prende nome delle Archette, facendo poi una gradevolissima discesa che porta dritta dritta alla Fossa di Paganica (1680 m). Siamo arrivate fino al piccolo laghetto della piana, percorrendone i due terzi, e impiegando due ore precise dalla partenza. Non c'era nessuno lì, solo noi. Facevamo parte di un tutto decisamente immenso. Inizialmente volevamo eseguire un percorso ad anello per i Ruderi di Santo Egidio, ma poi ci abbiamo ripensato (perchè non c'era la neve), e ripreso di nuovo la gradevolissima discesa, che a sua volta si era trasformata in una bella impettata. Quattro ore precise precise.