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giovedì 14 maggio 2020

Anello di Monte San Franco dal Ponte della Lama e per la Madonna della Zecca

Salivamo dal Ponte della Lama lungo la dorsale di Monte San Franco, sotto il peso di un cielo coperto ma stabile e il vento caldo delloScirocco. I panorami erano velati, ma nonostante questo comunque bellissimi, confusi tra sovrapposizioni di prospettive aeree in grado dialleggerirne le visuali. I piccoli fiori di montagna ci donavano la bellezza di infiniti microcosmi: in un ambiente apparentemente spogliocome quello l’attività frenetica degli insetti, intenti a bottinarne il nettare, celebrava la vita. I profili indecisi delle montagne custodivano iframmenti di neve come vaghi ricordi del freddo, mente dal basso, nel fitto dei boschi, riecheggiava il canto del cuculo a segnare la finedell’inverno. Seguivamo il filo di cresta al di sopra delle Valli dell’Inferno e del Paradiso, per poi scendere nei prati sottostanti dovele peonie selvatiche tenevano ancora per sè la bellezza dei loro boccioli, lasciando alla nostra immaginazione soltanto il potenziale del lorofascino. Ai margini del sentiero, sulla via del ritorno, alle pendici occidentali di Monte San Franco, giaceva nell’ombra l’edicola rupestredella Madonna della Zecca, la cui raffigurazione prendeva forma in una piccola statuina alloggiata in una nicchia, ai lati di un modestosgrottamento, la cui collocazione era stata celebrata dagli Alpini il 14 agosto 1955, ma che tuttavia risultava già preesistente. 

lunedì 30 novembre 2015

Verso il Panepucci

La neve aveva ricoperto il bosco di silenzio, ammantando alberi e pendii. I tronchi di faggio trovavano risalto in quel candore eapparivano come presenze sospese. Il volo improvviso di una civetta catturava la nostra attenzione. Il bosco riposava sotto una coperta chesapeva già d’inverno.

sabato 27 luglio 2013

Una notte a Monte San Franco

La sera lasciava scivolare sulle montagne i colori del tramonto, come se un’energia particolare cercasse di concentrarsi il piùpossibile sull’intensità dei toni, di trattenere ancora la bellezza di una calda giornata d’estate, prima di lasciarli andare. Il Lago diCampotosto si stendeva sotto le tonalità dell’indaco, viveva del flebile riflesso della volta rischiarata del cielo, come se la nottedesse ancora per un attimo il consenso a distinguere le forme del creato. Adattavamo i nostri occhi al buio, ascoltavamo il boscotanto da farne parte. Attorno al fuoco avevamo concentrato il nostro spazio, lo alimentavamo come se fosse una presenza.Alcuni escursionisti percorrevano di notte la Valle del Paradiso, una fila di piccole luci scendeva in direzione del Chiarino, mentrele loro voci si mischiavano alla materia della notte. L’indomani l’alba rivelava nuovamente la bellezza, la luce rada del solevestiva d’oro i filamenti d’erba, tanto da renderli ancora più preziosi. Monte San Franco lasciava ammirare le sue fiorituretardive, fin sotto alla valle dell’Inferno. Alcune rocce si ponevano verticalmente, uscendo dal terreno come l’ossatura dellamontagna. All’interno di quei vecchi circhi glaciali il caldo si concentrava con forza, tornavamo così di nuovo nel bosco, sempre pronto ad accoglierci e a darci riparo.

domenica 24 ottobre 2010

Valle del Paradiso

Antonella Panepucci Alessandri nata a L’Aquila il 12 febbraio 1945 periva il 13 giugno 1976 lungo il canalone Bissolati durante una discesa sciistica del Corno Grande, già da lei compiuta in prima assoluta nel maggio del 1971. Intitolando questo rifugio adAntonella Alessandri Panepucci, i soci della Sezione Aquilana del Club Alpino Italiano intendono ricordare in forma duratura una vita che, pur nel brevissimo spazio di un respiro, significò purezza e poesia e riassunse in sé, fino al limite della scomparsa perdutacon la morte, quel meraviglioso, inspiegabile, sublime assurdo che è e rimane l’alpinismo. Antonella vive in ognuno di noi. Rivive, in ogni modo, nelle peonie, nei miosotis, nelle genziane di questi prati: fiore tra i fiori, azzurro con azzurro. Avevo trovatoqueste parole di memoria incorniciate in un piccolo quadretto dentro il Rifugio Panepucci. Com’era bella Antonella. Ho visto una sua foto incorniciata affianco a quel quadretto, la ritraeva serena, armoniosa, in sintonia con tutto quello che la circondava. Bella. Èmorta a 31 anni, quando aveva la mia età. Immagino che non sia stato un caso che abbiano voluto legarne la memoria a questo rifugio: qui siamo poco sopra la Valle del Paradiso. Le peonie della Valle del Paradiso sono le più belle che io abbia mai incontrato,sul finire della primavera il loro colore s’infuoca di un’energia così intensa e calda che pare vibrare, fino quasi a farsi percepire. D’estate la terra si carica di un calore dolce che rilascia poi mano mano nell’autunno, canto di nostalgia delle anime sensibili, ultimamelodia prima dell’inverno, quando ogni cosa si riveste di bianco e silenzio, rumore sottile di un minuscolo fiocco di neve che cade. La Valle del Paradiso innevata è bellissima, è così rigorosa e solenne che solo ad immaginarla vestita di bianco comincio già aperdermi dentro di lei. Come mi sento piccola di fronte a tutto questo. No, non è stato un caso che abbiano scelto proprio questo rifugio da dedicare ad Antonella. Qui non c’è solo la bellezza della natura, c’è qualcosa di più, e questo qualcosa potrebbe essere lei.

domenica 2 maggio 2010

Monte San Franco, la Sorgente e il Rifugio Panepucci


L'escursione di oggi era nel contesto del corso di escursionismo di base del CAI dell'Aquila, quindi un giro abbastanza tranquillo in cui la caratteristica principale era quella di conoscersi tutti un po' meglio (tra l'altro è stata la prima uscita). Inizialmente la meta era focalizzata sul Rifugio Panepucci (la scelta da come ho capito è ricaduta lì a causa del tempo, non eccessivamente bello). Fortuna che siamo andati oltre. Siamo saliti in direzione del Passo del Belvedere (quasi vicino al punto che meno di un mese fa mi ha fatto piangere con gli sci!), e da lì in salita lungo la Cresta di Rotigliano. Mancava poco poco poco poco alla croce, ma tra i tempi, il tempo e il contesto siamo riscesi tutti al rifugio dove ci aspettavano gli altri del gruppo che non erano saliti. Va benissimo anche così. Credo che quella zona sia una delle più belle del Gran Sasso: la Valle del Paradiso, il Corvo in lontananza, i Coppi di San Franco e Monte Ienca (e la Laga e tutto il resto...) fanno da scenografia perfetta ad un esempio di bellezza ideale d'Abruzzo! Dal Passo del Belvedere c'è un salto di circa trecento metri che apre la vista sulla vallata sottostante dove sgorga la Sorgente del Chiarinello, mi ha fatto molta impressione vedere lì i resti di un bosco distrutto, sradicato e scaraventato a valle da una valanga. A fine corso, mentre riscendevamo nel bosco per tornare alle macchine, ho incontrato Varenne, sempre attivo come un treno nonostante non dormisse da 48 ore (per me non è umano). Gli avevo chiesto se mi accompagnava alla Sorgente di San Franco, perchè non c'ero mai stata, ero curiosa, e non mi andava di tornare a casa. Le indicazioni stradali segnano per bene il percorso, che inizia proprio lungo il tragitto che dal Valico delle Capannelle conduce ad Assergi. In mezz'ora siamo su. Addossata alla montagna c'è una minuscola cappella pastorale, bellissima. Nella parte superiore, intorno all'icona del Santo, ci sono i vari omaggi che le persone passando hanno lasciato lì, oggetti comuni di chi, trovandosi in quel contesto, si è voluto privare di qualcosa che aveva addosso (e non è facile scegliere cosa lasciare...). In basso a sinistra c'è un piccolo cartello che parla dell'Acqua di San Franco, e dice: in questa cappellina dedicata al Santo, edificata superiormente a due cabine entro le quali l'acqua scaturisce dalla roccia, si può osservare una lapide che ricorda il restauro fatto nel 1945 e, sopra la lapide, un pannello composto da 24 formelle in maiolica che raffigura il miracolo del Santo: vi fu posto in occasione della costruzione della chiesetta da Matteo e Luigi Cappelli nel 1854. E' interessante notare, nella parte alta di tale quadro, la rappresentazione della sorgente ed alcune persone che vi si bagnano completamente nude. Non è escluso che tale usanza fosse un tempo più comune di oggi. Il 5 giugno, ricorrenza della morte del Santo, numerosi pellegrini giungono alla sorgente provenienti dai paesi vicini e da alcuni paesi della Marsica e del Pescarese. Dopo aver visitato la cappella ed asciugato il sudore della salita i fedeli vanno a bagnarsi alla sorgente. Si riempiono bottiglie e taniche per riportare a casa l'acqua che sarà distribuita ai vicini e spedita ai parenti emigrati. L'acqua di San Franco, usata per curare ogni genere di malattia, ha la sua specifica applicazione nelle malattie della pelle. Ricordo di quando mia nonna mi raccontava che da giovane andava alla sorgente con le sue compagne, per lavarsi e chiedere la grazia al Santo... ci sono dei posti che appartengono proprio alla nostra identità, sono le nostre radici, la nostra struttura. C'è chi nasce, chi muore, il tempo continua sempre a fluire nel suo ciclo naturale, attraversando stagioni e periodi diversi, però questi posti sono sempre lì, magari un po' segnati, però presenti. Non apprezzare questo è da stupidi.

martedì 6 aprile 2010

Monte San Franco versante Nord e Sud


Questo è un giorno molto particolare. Sono stata indecisa fino all'ultimo su cosa fare oggi. Giorni addietro ero rimasta d'accordo con Cavallo Pazzo sull'eventualità di salire su Monte San Franco con gli sci, perchè le scorse escursioni mi avevano invogliato ad andare oltre. Quando ieri ci siamo sentiti mi ha confermato l'uscita, dicendomi che sarebbero venuti con noi anche altri suoi amici scialpinisti, ma che tuttavia era una situazione tranquilla e fattibile... solo dopo ho saputo che erano tutti sciatori esperti di un certo livello (tra cui pure maestri e gareggiatori di scialpinismo!)... Le calde giornate di aprile ci davano la possibilità di trovare la neve solo nel versante a Nord, così lasciate le macchine nei pressi della sbarra che chiude la strada (che va al Rifugio Antonella Alessandri Panepucci), ci incamminiamo a piedi, ovviamente tutti con gli sci attaccati allo zaino. Io ero la pecora nera, l'unica con gli sci da fondo escursionismo. A parte Cavallo Pazzo che tira come un treno, anche gli altri non scherzavano, non vorrei dire una fesseria ma ci avremo messo su per giù una trentina di minuti ad arrivare al rifugio. Poco prima della fine del bosco la neve ci ha dato la possibilità di mettere gli sci. Andava tutto bene: ero caduta solo una volta. Svalicato il piano del rifugio riprediamo la salita per la Valle del Paradiso, sempre più ripida, e più salivo e più pensavo “come farò a scendere?”.. il contesto era diverso dal solito che conoscevo, non potevo pretendere né attenzione (né compassione) né tantomeno condizionare il gruppo... lungi da me poi l'idea di condizionare gli altri! (Non mi è mai piaciuta come cosa e non la farò mai!) quello era solo un mio problema. Sotto di noi ormai non c'era più neve, ma solo ghiaccio (non mancava molto alla Cresta di Rotigliano), e alle parole “ragazzi è caso che mettiamo i ramponi” ho realizzato che non ero proprio in grado di sostenere quella salita... non avevo gli sci da alpinismo, figuriamoci i ramponi! (tra l'altro mai messi in vita mia). Mi ero irrigidita troppo, non riuscivo a tenere il ghiaccio nemmeno di lama, cadevo sempre. Mi sono sentita piccola, inadatta, inadeguata e stupida solo per il fatto di aver pensato di riuscire a fare quel giro con la mia poca esperienza. Inotre mi sentivo ulteriormente mortificata se pensavo al gruppo che mi guardava dalla cresta e che aspettava. La montagna è una bestia nera, è bellissima quando si lascia assecondare, ma diventa crudele quando ti mette a confronto con le tue paure e i tuoi limiti. Chiamo il mio amico Cavallo Pazzo e gli dico che non avrei proseguito oltre, ma che sarei riscesa e andata via. Lui, vedendomi così, mi ha detto che sarebbe risceso con me, o che almeno mi avrebbe messo in sicurezza, capivo che si sentiva combattuto dal fatto che non voleva lasciarmi sola, e dalla responsabilità della guida del gruppo. Davvero proprio non potevo mandare all'aria l'escursione di sei persone per colpa mia. Gli ho dovuto dire che li avrei aspettati al rifugio per farlo andare con gli altri. Quando mi sono ritrovata da sola mi sono lasciata andare in un pianto liberatorio. Ma non era un pianto relativo solo al non esser riuscita a salire, dentro c'era di tutto, soprattutto l'ansia accumulata in questi ultimi giorni per la ricorrenza di oggi, un confronto con la realtà inevitabile. Ho pianto per tutta la discesa nel bosco, avevo proprio bisogno di sfogarmi. Solo quando sono arrivata alla macchina ho sorriso. Ero ancora più determinata a salire in cima. Senza nemmeno pensarci ho tolto le scarpe da fondo e ho messo gli scarponi da trekking. Sono andata verso il versante Sud di Monte San Franco, nei pressi del Ponte della Lama (1290 m). Parcheggio la macchina e comincio a salire. Era una di quelle condizioni assolute in cui non si sente niente e nessuno, e che anche se mentalmente mi domandavo dove diavolo andassi da sola, altrettanto mi rispondevo che quello che non dovevo fare, in fondo, già lo stavo facendo. Mi chiama Pietro (Cavallo Pazzo) per sapere dove fossi, appena gli dico dove sonomi dice di aspettarlo che sarebbe venuto anche lui. Non so quanto ci abbiamo messo da lì per arrivare sulla cima di Monte San Franco (2132 m), so solo che oggi volevo andarci e che ci sono arrivata.