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L’acqua
affiorava dalla terra assecondando gli avvallamenti e confluendo tutta nei vari
ingressi del Fiume Aniene. Quelle
sorgenti coprivano un’ampia zona del
territorio, una volta in superficie trovavano da sole il proprio tragitto in
direzione del
mare, in direzione di quella agglomerazione materna da cui erano
attratte ancor prima di venire alla luce. I fossi si ammantavano
del grigio
delle pietre e del rossiccio delle foglie morte, ogni cosa appariva come un’estensione
d’ombra, evocatrice di una Natura
affascinante. La parte alta della salita per
Monte Tarino si vincolava tra le mani dell’inverno, la neve si addossava ancora
su
molti rilievi circostanti, evidenziando profili nuovi e sconosciuti per me
che non ero mai stata sui Monti Simbruini. Il filo di cresta
mostrava le due
facce della primavera, ormai il calore del sole si era appropriato di molte
facce a Sud, scoprendo la terra e i timidi
inneschi di vegetazione; mentre i
versanti a Nord trattenevano a fatica enormi cornici di neve. Tra le croci di
vetta correvano i
profili del Gran Sasso e di altre montagne, mentre
riconoscevo bene l’inconfondibile Piana del Fucino che, con la scomposizione
geometrica dei suoi colori, dava vita alla sua identità. Scendevamo da quel
crinale in direzione del Vallone di Acqua
Corore, le foglie secche schiacciate
dall’ultima neve costituivano un suolo perfetto. Altre sorgenti del Fiume
Aniene prendevano
vita sotto i nostri piedi, apparivano in silenzio e mano mano
prendevano voce nel lungo viaggio della loro esistenza.

Scoprivamo in
moto le terre dell’antica Sabina, alla ricerca di un assaggio di primavera.
Tanti paesi si arroccavano sui loro promontori difensivi, guardando dall’alto
le vallate sottostanti grazie al predominio della propria posizione. Quelle
terre un tempo erano appartenute ai più valorosi guerrieri ambiti da Roma, avevano
visto conflitti e scontri sanguinosi, avevano visto
l’onore e il riscatto nella
più antica storia del centro d’Italia. I millenni erano scivolati su quelle
terre bellissime, ormai rivestite da uliveti e folte vegetazioni. I paesi si
collegavano tra loro attraverso lunghe strade immerse nella natura, poco
trafficate e aperte su affacci panoramici di grande bellezza. Nei pressi di
Cottanello scoprivamo l’antico eremo di San Cataldo, incastonato
nella roccia, talmente
ben inserito da sembrare esso stesso frutto della mano della Natura. La piccola cappella è lunga 6 metri e larga
3,35. Su due pilastri di ingresso si trovano le pitture di santi probabilmente
Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino. Anche il primo vano era tutto pieno di
pitture di santi ma queste sono in gran parte distrutte. A sinistra di chi
entra si ammira un
magnifico affresco del secolo XII di stile bizantino.
L’affresco riproduce il Redentore, sorreggente una croce con la mano destra
benedicente con la palma sinistra aperta, alla maniera greca, seduto su un alto
seggio; a destra e a sinistra del seggio sono riprodotti gli apostoli in manti
rosei, disposti su due file, ciascuna di tre. Sotto gli apostoli di destra sono
raffigurate due
belve che si affrontano; sotto il seggio del Redentore e sotto
gli apostoli di sinistra si allineano le sei sante. A destra le sei sante sono
precedute dall’Offerente della pittura che leva le mani supplici al Redentore.
La ieraticità, l’atteggiamento assorto di quelle figure, distaccate e lontane
dalle cose del mondo, esercitano sull’osservante una suggestione profonda e
ispirano
un naturale rispetto. Il Redentore porta impresso sul ginocchio destro
il “TAU” segno biblico di salvezza che prefigura la croce, dipinto a tempera in
età successiva a quella in cui furono eseguiti gli affreschi, che a detta degli
esperti in materia, sarebbe stato apporto da San Francesco in uno dei suoi
frequenti viaggi. Il santo ovunque sostasse si sceglieva un romitorio roccioso
e
difficilmente accessibile, ove si raccoglieva in meditazione e preghiera. Un
altro affresco rappresenta la Vergine col bambino che rimonta al 1443, mentre
nella volta a crociera della cappellina, sono istoriati affreschi di epoca
posteriore e di stile barocco rappresentanti l’espulsione di Adamo ed Eva dal
paradiso terrestre. (Notizie tratte da un cartello informativo del
luogo). Il
viaggio riprendeva in direzione di altri paesi, ne scoprivamo tanti, uno più
bello dell’altro, custoditi dalla riservatezza degli abitanti. Tra questi
visitavamo a piedi il piccolo borgo di Catino, il castello che lo sormontava
meritava di essere guardato da vicino. Le vie del piccolo paese salivano in
direzione del maniero tenendo strette le tante piccole case che lo
componevano.
I vicoli vivevano il profumo delle fresie e di tutti i fiori possibili che
potevano esser contenuti nei vasi, mischiati ai buonissimi odori che provenivano
dalle cucine. Nonostante non incontrassimo nessuno lungo la via sentivamo la
vita dietro le porte e le finestre, sentivamo i pochi residenti che vigilavano
sul proprio abitato. Una dolina carsica
di forma circolare. La Rocca
è posizionata sul fianco sud, una parete verticale
di roccia compatta. La Torre alta più di venti metri, pentagonale, con il
vertice acuto a nord-est. E' perfettamente conservata al netto della parte
apicale. Costruita con pezzame di pietra a fitta tessitura muraria talvolta
avvicendato con blocchi di maggiori dimensioni, con spigoli perfettamente
regolari di pietra
scalpellinata, si restringe leggermente verso la vetta per
successivi quattro livelli. Mentre sono ben conservate la Torre, la cortina sul
lato est e i due torrioni d'angolo, lo stato di rudere della parte restante
della Rocca e le alterazioni subite sollecitano diverse letture riguardo l'architettura
e l'impianto. Un fortilizio come si presume fosse quello di Catino può
giustificarsi solo con
la funzione di assolvere un compito militare di grande
contenuto strategico. Alla Rocca e tutto concentrato sulla ripida parete
rocciosa di sud-ovest della dolina, si aggiunse il borgo il cui impianto
urbanistico conserva fedelmente la struttura primitiva a parte le modificazioni
edilizie intervenute nel tempo. Nel panorama locale, tali resti sono
assolutamente unici per
tipologia fortificatoria dell'impianto,
l'accuratezza costruttiva, per l'immagine di potenza che suggeriscono in quel
sistema di simboli tipicamente medievale e lo stato di conservazione.
(Notizie tratte da qui). La moto ci permetteva di concepire il viaggio stesso
come meta, ci spostavamo con piacere attraverso strade poco trafficate, alla
scoperta di luoghi nuovi ai nostri
occhi. La bellissima e famosa Abbazia di
Farfa era l’ultima tappa del nostro viaggio improvvisato, il lunedì mattina ce
la faceva scoprire nel silenzio religioso cha meritava un luogo tanto sacro quanto
importante.
Le vie della monticazione si svelavano sotto il peso
delle nuvole, tutte quelle tonalità grigie vestivano montagne e vallate, e
lasciavano percepire la primavera giusto dalla presenza dei crochi, molti di
essi erano chiusi a causa dell’umidità, e si
piantavano nel terreno come
piccole presenze. Il Tempietto di Sant’Eusanio sui piani di Fugno mostrava a
distanza di pochi anni
un ampliamento della struttura, lo stazzo adiacente
accoglieva una stalla e non tradiva la sua funzione tradizionale: accadeva
adesso come accadeva nel passato che una chiesa di montagna diventasse ricovero
pastorale, ma non mi aspettavo una cosa del
genere anche ai giorni nostri. Dal
crinale di Monte Ruzza lo sguardo si apriva maggiormente sulle vallate
sottostanti,
ricamate da carrarecce lunghe e solitarie, le nuvole tendevano
sempre più a dissolversi rivelando così ulteriori panorami. La
neve resisteva
solo in pochissimi punti, ormai la primavera era giunta e si percepiva
nonostante il maltempo e le precipitazioni.
Andavamo alla ricerca del sentiero
di congiunzione tra i Piani di Fugno e l’abbazia di San Crisante, tutto si
perdeva nell’inganno di
poche tracce di animali: quello che un tempo viveva la
continua frequentazione dell’uomo ormai giaceva nel silenzio di stazzi semi-abbandonati,
inglobati nella natura e vissuti solo di passaggio.
Il promontorio
di Punta Aderci permetteva al vento di pettinare i suoi fili d’erba: lo
Scirocco planava su quei pendii fino a prendere la rincorsa per il grande salto
nel vuoto sul mare. Le nuvole
svaporavano in appannamenti soffusi, l’umidità
aumentava la percezione di freddo ed ogni cosa giaceva nel silenzio di quella
energia misteriosa che appartiene ai romantici. Il mare fuori
stagione aveva il
sapore della nostalgia, di un luogo vissuto fuori il giusto tempo e per questo al di là delle intenzioni, al di là dei pensieri, al di là di quella conca profonda,
misteriosa e
sconosciuta, che conteneva l’oblio più assoluto delle cose che non
potevamo vedere: noi scrutavamo solo la sua superficie liscia e
rassicurante, ma sapevamo bene che sotto di essa
fermentavano tantissime
energie ignote. In fondo il mare era
come la montagna. Il tardo pomeriggio
lasciava scorrere sulla costa i colori appena rischiarati della sera, più il
tempo avanzava
e più tutto pareva rasserenarsi, come se si stesse cercando una
quiete preparatoria al riposo della notte. Alcuni trabocchi vivevano il suono
della risacca, e si lasciavano andare alla
melodia dei flutti delle onde. I
faraglioni di conglomerato si innalzavano sulla spiaggia come delle sentinelle
che scrutavano l’orizzonte, mentre il crepuscolo giungeva distendendo ogni
cosa. La riva si vestiva e svestiva ogni volta del suo manto d’acqua,
rilasciando conchiglie e gusci di ricci di mare, mentre verso l’interno tante
piccole dune animavano quella superficie
spiegata. La notte dava voce al faro
di Punta Penna, che rischiarava ogni lontananza con giri di luce alternati. Laggiù,
persi nel buio, alcuni barlumi provenivano dal promontorio del
Gargano, il mare
e la notte si fondevano in un tutt’uno impossibile. La Riserva Naturale di Punta Aderci tutela il tratto di costa
naturalisticamente più bello e interessante d’Abruzzo:
un susseguirsi di
spiagge di sabbia e ciottoli, di alte falesie e scogliere, di paesaggi agricoli
e macchia mediterranea. La Riserva si estende per 285 ettari dalla spiaggia di
Punta Penna
alla foce del Fiume Sinello. Il promontorio di Punta Aderci
caratterizza l’intera area abbracciando il parco e i sottostanti fondali
marini, offrendo una visuale a 360° su tutta la Riserva, a
cui fa da sfondo, la
sera, il rosso del tramonto che disegna i profili delle montagne dei tre parchi
nazionali: Majella, Gran Sasso-Laga e i Monti Sibillini. La Riserva ospita
comunità di
piante resistenti al salmastro, al calore e al vento secondo una
sequenza che, dalla battigia verso l’interno, vede insediarsi prima piante
pioniere – come il ravastrello – poi specie della
duna mobile – come la
gramigna delle spiagge – e infine quelle della duna fissa fino alla comparsa
delle piante arbustive e della macchia mediterranea. Le dune e l’ambiente
fluviale si prestano
bene all’osservazione naturalistica e al birdwatching. Qui
svernano e sostano molte specie di uccelli come aironi, svassi, sterne,
cormorani, il falco di palude e il fratino che campeggia non a caso nel logo di
Punta Aderci. (Notizie tratte da un cartello informativo del luogo).
