sabato 13 aprile 2013

Anello di Monte Tarino

L’acqua affiorava dalla terra assecondando gli avvallamenti e confluendo tutta nei vari ingressi del Fiume Aniene. Quellesorgenti coprivano un’ampia zona del territorio, una volta in superficie trovavano da sole il proprio tragitto in direzione delmare, in direzione di quella agglomerazione materna da cui erano attratte ancor prima di venire alla luce. I fossi si ammantavanodel grigio delle pietre e del rossiccio delle foglie morte, ogni cosa appariva come un’estensione d’ombra, evocatrice di una Naturaaffascinante. La parte alta della salita per Monte Tarino si vincolava tra le mani dell’inverno, la neve si addossava ancora sumolti rilievi circostanti, evidenziando profili nuovi e sconosciuti per me che non ero mai stata sui Monti Simbruini. Il filo di crestamostrava le due facce della primavera, ormai il calore del sole si era appropriato di molte facce a Sud, scoprendo la terra e i timidiinneschi di vegetazione; mentre i versanti a Nord trattenevano a fatica enormi cornici di neve. Tra le croci di vetta correvano iprofili del Gran Sasso e di altre montagne, mentre riconoscevo bene l’inconfondibile Piana del Fucino che, con la scomposizionegeometrica dei suoi colori, dava vita alla sua identità. Scendevamo da quel crinale in direzione del Vallone di AcquaCorore, le foglie secche schiacciate dall’ultima neve costituivano un suolo perfetto. Altre sorgenti del Fiume Aniene prendevanovita sotto i nostri piedi, apparivano in silenzio e mano mano prendevano voce nel lungo viaggio della loro esistenza.

lunedì 8 aprile 2013

Viaggio in moto nelle terre dell'antica Sabina - L'Eremo di San Cataldo a Cottanello, il Castello di Catino e l'Abbazia di Farfa

Scoprivamo in moto le terre dell’antica Sabina, alla ricerca di un assaggio di primavera. Tanti paesi si arroccavano sui loro promontori difensivi, guardando dall’alto le vallate sottostanti grazie al predominio della propria posizione. Quelle terre un tempo erano appartenute ai più valorosi guerrieri ambiti da Roma, avevano visto conflitti e scontri sanguinosi, avevano vistol’onore e il riscatto nella più antica storia del centro d’Italia. I millenni erano scivolati su quelle terre bellissime, ormai rivestite da uliveti e folte vegetazioni. I paesi si collegavano tra loro attraverso lunghe strade immerse nella natura, poco trafficate e aperte su affacci panoramici di grande bellezza. Nei pressi di Cottanello scoprivamo l’antico eremo di San Cataldo, incastonatonella roccia, talmente ben inserito da sembrare esso stesso frutto della mano della Natura. La piccola cappella è lunga 6 metri e larga 3,35. Su due pilastri di ingresso si trovano le pitture di santi probabilmente Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino. Anche il primo vano era tutto pieno di pitture di santi ma queste sono in gran parte distrutte. A sinistra di chi entra si ammira unmagnifico affresco del secolo XII di stile bizantino. L’affresco riproduce il Redentore, sorreggente una croce con la mano destra benedicente con la palma sinistra aperta, alla maniera greca, seduto su un alto seggio; a destra e a sinistra del seggio sono riprodotti gli apostoli in manti rosei, disposti su due file, ciascuna di tre. Sotto gli apostoli di destra sono raffigurate duebelve che si affrontano; sotto il seggio del Redentore e sotto gli apostoli di sinistra si allineano le sei sante. A destra le sei sante sono precedute dall’Offerente della pittura che leva le mani supplici al Redentore. La ieraticità, l’atteggiamento assorto di quelle figure, distaccate e lontane dalle cose del mondo, esercitano sull’osservante una suggestione profonda e ispiranoun naturale rispetto. Il Redentore porta impresso sul ginocchio destro il “TAU” segno biblico di salvezza che prefigura la croce, dipinto a tempera in età successiva a quella in cui furono eseguiti gli affreschi, che a detta degli esperti in materia, sarebbe stato apporto da San Francesco in uno dei suoi frequenti viaggi. Il santo ovunque sostasse si sceglieva un romitorio roccioso edifficilmente accessibile, ove si raccoglieva in meditazione e preghiera. Un altro affresco rappresenta la Vergine col bambino che rimonta al 1443, mentre nella volta a crociera della cappellina, sono istoriati affreschi di epoca posteriore e di stile barocco rappresentanti l’espulsione di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. (Notizie tratte da un cartello informativo delluogo). Il viaggio riprendeva in direzione di altri paesi, ne scoprivamo tanti, uno più bello dell’altro, custoditi dalla riservatezza degli abitanti. Tra questi visitavamo a piedi il piccolo borgo di Catino, il castello che lo sormontava meritava di essere guardato da vicino. Le vie del piccolo paese salivano in direzione del maniero tenendo strette le tante piccole case che locomponevano. I vicoli vivevano il profumo delle fresie e di tutti i fiori possibili che potevano esser contenuti nei vasi, mischiati ai buonissimi odori che provenivano dalle cucine. Nonostante non incontrassimo nessuno lungo la via sentivamo la vita dietro le porte e le finestre, sentivamo i pochi residenti che vigilavano sul proprio abitato. Una dolina carsica di forma circolare. La Roccaè posizionata sul fianco sud, una parete verticale di roccia compatta. La Torre alta più di venti metri, pentagonale, con il vertice acuto a nord-est. E' perfettamente conservata al netto della parte apicale. Costruita con pezzame di pietra a fitta tessitura muraria talvolta avvicendato con blocchi di maggiori dimensioni, con spigoli perfettamente regolari di pietrascalpellinata, si restringe leggermente verso la vetta per successivi quattro livelli. Mentre sono ben conservate la Torre, la cortina sul lato est e i due torrioni d'angolo, lo stato di rudere della parte restante della Rocca e le alterazioni subite sollecitano diverse letture riguardo l'architettura e l'impianto. Un fortilizio come si presume fosse quello di Catino può giustificarsi solo conla funzione di assolvere un compito militare di grande contenuto strategico. Alla Rocca e tutto concentrato sulla ripida parete rocciosa di sud-ovest della dolina, si aggiunse il borgo il cui impianto urbanistico conserva fedelmente la struttura primitiva a parte le modificazioni edilizie intervenute nel tempo. Nel panorama locale, tali resti sono assolutamente unici pertipologia fortificatoria dell'impianto, l'accuratezza costruttiva, per l'immagine di potenza che suggeriscono in quel sistema di simboli tipicamente medievale e lo stato di conservazione. (Notizie tratte da qui). La moto ci permetteva di concepire il viaggio stesso come meta, ci spostavamo con piacere attraverso strade poco trafficate, alla scoperta di luoghi nuovi ai nostriocchi. La bellissima e famosa Abbazia di Farfa era l’ultima tappa del nostro viaggio improvvisato, il lunedì mattina ce la faceva scoprire nel silenzio religioso cha meritava un luogo tanto sacro quanto importante.

domenica 7 aprile 2013

Anello da Filetto a Monte Ruzza

Le vie della monticazione si svelavano sotto il peso delle nuvole, tutte quelle tonalità grigie vestivano montagne e vallate, elasciavano percepire la primavera giusto dalla presenza dei crochi, molti di essi erano chiusi a causa dell’umidità, e sipiantavano nel terreno come piccole presenze. Il Tempietto di Sant’Eusanio sui piani di Fugno mostrava a distanza di pochi anniun ampliamento della struttura, lo stazzo adiacente accoglieva una stalla e non tradiva la sua funzione tradizionale: accadevaadesso come accadeva nel passato che una chiesa di montagna diventasse ricovero pastorale, ma non mi aspettavo una cosa delgenere anche ai giorni nostri. Dal crinale di Monte Ruzza lo sguardo si apriva maggiormente sulle vallate sottostanti,ricamate da carrarecce lunghe e solitarie, le nuvole tendevano sempre più a dissolversi rivelando così ulteriori panorami. Laneve resisteva solo in pochissimi punti, ormai la primavera era giunta e si percepiva nonostante il maltempo e le precipitazioni.Andavamo alla ricerca del sentiero di congiunzione tra i Piani di Fugno e l’abbazia di San Crisante, tutto si perdeva nell’inganno dipoche tracce di animali: quello che un tempo viveva la continua frequentazione dell’uomo ormai giaceva nel silenzio di stazzi semi-abbandonati, inglobati nella natura e vissuti solo di passaggio.

domenica 24 marzo 2013

Punta Aderci e Punta Penna

Il promontorio di Punta Aderci permetteva al vento di pettinare i suoi fili d’erba: lo Scirocco planava su quei pendii fino a prendere la rincorsa per il grande salto nel vuoto sul mare. Le nuvolesvaporavano in appannamenti soffusi, l’umidità aumentava la percezione di freddo ed ogni cosa giaceva nel silenzio di quella energia misteriosa che appartiene ai romantici. Il mare fuoristagione aveva il sapore della nostalgia, di un luogo vissuto fuori il giusto tempo e per questo al di là delle intenzioni, al di là dei pensieri, al di là di quella conca profonda, misteriosa esconosciuta, che conteneva l’oblio più assoluto delle cose che non potevamo vedere: noi scrutavamo solo la sua superficie liscia e rassicurante, ma sapevamo bene che sotto di essafermentavano tantissime energie ignote. In fondo il mare era come la montagna. Il tardo pomeriggio lasciava scorrere sulla costa i colori appena rischiarati della sera, più il tempo avanzavae più tutto pareva rasserenarsi, come se si stesse cercando una quiete preparatoria al riposo della notte. Alcuni trabocchi vivevano il suono della risacca, e si lasciavano andare allamelodia dei flutti delle onde. I faraglioni di conglomerato si innalzavano sulla spiaggia come delle sentinelle che scrutavano l’orizzonte, mentre il crepuscolo giungeva distendendo ognicosa. La riva si vestiva e svestiva ogni volta del suo manto d’acqua, rilasciando conchiglie e gusci di ricci di mare, mentre verso l’interno tante piccole dune animavano quella superficiespiegata. La notte dava voce al faro di Punta Penna, che rischiarava ogni lontananza con giri di luce alternati. Laggiù, persi nel buio, alcuni barlumi provenivano dal promontorio delGargano, il mare e la notte si fondevano in un tutt’uno impossibile. La Riserva Naturale di Punta Aderci tutela il tratto di costa naturalisticamente più bello e interessante d’Abruzzo:un susseguirsi di spiagge di sabbia e ciottoli, di alte falesie e scogliere, di paesaggi agricoli e macchia mediterranea. La Riserva si estende per 285 ettari dalla spiaggia di Punta Pennaalla foce del Fiume Sinello. Il promontorio di Punta Aderci caratterizza l’intera area abbracciando il parco e i sottostanti fondali marini, offrendo una visuale a 360° su tutta la Riserva, acui fa da sfondo, la sera, il rosso del tramonto che disegna i profili delle montagne dei tre parchi nazionali: Majella, Gran Sasso-Laga e i Monti Sibillini. La Riserva ospita comunità dipiante resistenti al salmastro, al calore e al vento secondo una sequenza che, dalla battigia verso l’interno, vede insediarsi prima piante pioniere – come il ravastrello – poi specie delladuna mobile – come la gramigna delle spiagge – e infine quelle della duna fissa fino alla comparsa delle piante arbustive e della macchia mediterranea. Le dune e l’ambiente fluviale si prestanobene all’osservazione naturalistica e al birdwatching. Qui svernano e sostano molte specie di uccelli come aironi, svassi, sterne, cormorani, il falco di palude e il fratino che campeggia non a caso nel logo di Punta Aderci. (Notizie tratte da un cartello informativo del luogo).