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martedì 2 giugno 2020

Anello di Monte Ruzza dal Tempietto di Sant'Eusanio

La bellezza delle montagne minori era nei pendii solitari e silenziosi, nei luoghi remoti poco frequentati, meno conosciuti, ma non perquesto meno belli. A Nord di Filetto e Barisciano giacevano i pendii rasi dei contrafforti meridionali del Gran Sasso, montagne anonime che persecoli avevano visto la frequentazione dei pastori e dei contadini, e per millenni nuclei di popoli italici. Percorrevamo parte della lunga dorsaledi Monte Ruzza, partendo dal tempietto di Sant’Eusanio, al di sotto di un cielo instabile che a tratti lasciava schiudere il sole, tra colli eavvallamenti, con giochi di ombre. Le piante dei pini puntinavano la montagna come presenze, a volte raggruppate a volte solitarie, mentrevicino a noi resti di vecchi bossoli di obice esplosi e arrugginiti prendevano il colore della terra. Il cielo pesava su di noi con le suenubi, tanto da farci scegliere la via del ritorno, che trovavamo nel fondovalle della Piana di Fugnetto, tra il verde rigoglioso dell’erba.

giovedì 22 maggio 2014

Anello in mtb tra Onna e Assergi, lungo i sentieri della Resistenza e della Monticazione

Partivamo da Onna in direzione di Filetto, alla ricerca dei sentieri partigiani della Seconda Guerra Mondiale. Seguivamo unpercorso suggerito tra orti e campi coltivati di grano, ma perdendolo e ritrovandolo più volte a causa di nuove case enuove strade. La gente del posto ci indicava le vie secondarie che un tempo collegavano i paesi, dandoci così la possibilità diconoscere un nuovo percorso per Pescomaggiore. Passavamo vicino alle case di paglia e trovavamo il ristoro grazie ai fontanilisia dentro che fuori il paese, come Fonte la Conserva e Fonte Onega, mentre mano a mano si apriva la vista su Filetto e lavallata sottostante. I petali dei fiori parevano sgualcirsi al vento caldo di maggio, si offrivano agli insetti che ne trasportavano ilnettare, offrendo il meglio della loro breve bellezza. Una strada asfaltata conduceva ai Piani di Fugno, ammiravamo il versanteliscio di Monte Ruzza  puntinato da qualche pino e scoprivamo i seminterrati rifugi dei pastori che mantenevano ancora viva lamemoria degli anni della monticazione. Al valico di Capo La Forca una distesa di ranuncoli tingeva l’altopiano di giallo, unaquiete immensa riempiva il cuore con quella visione pacata, come se i colori della primavera colmassero anche l’anima con la lorobellezza. Le cime del Gran Sasso confondevano tra le nubi gli ultimi accumuli di neve, mentre la restante mole grandiosa rinnovava immense distese verdeggianti. 

domenica 7 aprile 2013

Anello da Filetto a Monte Ruzza

Le vie della monticazione si svelavano sotto il peso delle nuvole, tutte quelle tonalità grigie vestivano montagne e vallate, elasciavano percepire la primavera giusto dalla presenza dei crochi, molti di essi erano chiusi a causa dell’umidità, e sipiantavano nel terreno come piccole presenze. Il Tempietto di Sant’Eusanio sui piani di Fugno mostrava a distanza di pochi anniun ampliamento della struttura, lo stazzo adiacente accoglieva una stalla e non tradiva la sua funzione tradizionale: accadevaadesso come accadeva nel passato che una chiesa di montagna diventasse ricovero pastorale, ma non mi aspettavo una cosa delgenere anche ai giorni nostri. Dal crinale di Monte Ruzza lo sguardo si apriva maggiormente sulle vallate sottostanti,ricamate da carrarecce lunghe e solitarie, le nuvole tendevano sempre più a dissolversi rivelando così ulteriori panorami. Laneve resisteva solo in pochissimi punti, ormai la primavera era giunta e si percepiva nonostante il maltempo e le precipitazioni.Andavamo alla ricerca del sentiero di congiunzione tra i Piani di Fugno e l’abbazia di San Crisante, tutto si perdeva nell’inganno dipoche tracce di animali: quello che un tempo viveva la continua frequentazione dell’uomo ormai giaceva nel silenzio di stazzi semi-abbandonati, inglobati nella natura e vissuti solo di passaggio.

domenica 22 aprile 2012

Monte Carpesco dai Piani di Fugno

Il maltempo oscurava le montagne più alte, tutte in balia dei venti e dei vorticosi spostamenti delle nuvole. Le tonalità del grigio facevano in qualche modo da cappa al cielo, e i colori perdevano la vitalità, come se si smorzassero nei toni e setacciassero la luce.I Piani di Fugno si vestivano di quel colore sordo, giusto il Lago di Filetto faceva da specchio al cielo aprendo un varco di luce. La strada che attraversava i Piani di Fugnetto vedeva delimitare con del filo spinato una vecchia zona militare, mille buchetrivellavano quel terreno, segno di passate esercitazioni belliche. Vedevamo dal valico la sezione frontale di Monte Carpesco, circa due o tre volte avevo provato a salirlo, ma ogni volta avevo rinunciato, ora per un motivo ora per un altro quasi semprelegato al maltempo. Eppure era una montagna bassa, di facile accesso. Monte Carpesco era la montagna dei lupi, la sua fitta vegetazione permetteva tane e ripari nei suoi anfratti, a dispetto degli avvallamenti brulli  e delle radure spoglie che vi eranointorno. Quel punto di vista si apriva su una delle zone meno frequentate del Gran Sasso, lo sguardo si inabissava nel panorama uniformato dal colore dorato dell’erba secca. Il vento fortissimo soffiava da tutti gli avvallamenti laterali, rendendoci pocopiacevole la salita, così, a pochi metri dalla cima, io e la mia amica decidevamo nuovamente di rinunciare, anche se la montagna era piccola e facile e non c’erano pericoli oggettivi. Mi rendevo conto che preferivo sempre di più rinunciare alle cime delle montagnequando queste non erano accoglienti, piuttosto che continuare e salirle ugualmente. Perché? Perché non ne trovavo il senso. Una montagna, anche se piccola e di facile accesso, era pur sempre una montagna, un qualcosa di immortale e superlativo al miocospetto, rinunciare a salirla mi faceva sentire riconoscente ad una natura meravigliosa che si componeva di tutto, dalle vette più alte alle collinette più basse. Lungo la via del ritorno una deviazione ci faceva scoprire alcune vecchie grotte scavate daipastori, profonde e con ingressi di pietra, la sorpresa ci ripagava della rinuncia: forse la montagna aveva accolto il nostro segno di rispetto e a sua volta ci aveva fatto un dono.

giovedì 10 febbraio 2011

I Piani di Fugno e l'anticima di Monte Carpesco

La prepotente alta pressione di questi giorni aveva anticipato il flusso delle stagioni di un paio di mesi, non sembrava proprio di essere a febbraio, perché quello che appariva imitava di molto le ordinarie giornate di aprile. La neve si era sciolta in tantissimiposti, e l’erba pareva di nuovo rinverdirsi così richiamata dal sole, tutto pareva intorpidirsi come l’anticamera di un risveglio. Una segnalazione focalizzava la neve nei Piani di Fugno, non potevamo perdere questa occasione per andare a fare sciescursionismo. Non so per quale antica e romantica consapevolezza apprezziamo sempre di più tutte le cose nel loro percorso finale. La Piana di Fugno si celebrava come un’ultima resistenza alla primavera, sulla sua area tratteneva pochicentimetri di neve ghiacciata. Il piccolo Lago di Filetto era strutturato in un insolito congelamento che vedeva disegnati sulla sua superficie i profili di grossi cerchi, scanditi ognuno da diverse tonalità d’azzurro. Di lato a noi, mentre proseguivamoverso Fugnetto, la mole boscosa di Monte Ruzza ci faceva da intermediario col cielo, così terso, così limpido, così caldo. Il sole ci investiva con tutta la sua energia, infondendo un piacere diffuso in tutto il corpo. Quella era l’aria della Primavera. Troppoinconfondibile e troppo fuori contesto. Impotenti di fronte a tutto questo non potevamo far altro che godercela. Tra le tante cose interessanti da vedere lì intorno, la mia intenzione si direzionava come al solito verso Monte Carpesco. Non è un’elevazioneimportante, in pochi conoscono quella montagna, eppure io ne sono sempre rimasta molto affascinata a causa della sua forma e composizione. Ricordo la prima volta che vidi quella montagna, circa l’anno scorso, quando tutto intorno era innevato e candido,Monte Carpesco spiccava sopra tutti i punti di vista con la sua colorazione nera dovuta alla vegetazione che lo rivestiva. Anche la sua forma era molto particolare, sembrava la schiena di un dinosauro, una dorsale perfetta in grado di disegnare un profiloarmoniosissimo. Siamo salite fino alla sua anticima, ma avevamo addosso l’attrezzatura da sci da fondo e anche per questo chi era con me aveva deciso di rimandare. Ma il bello delle montagne è che sono sempre lì, in attesa, verrà di certo il momento giusto perguardarla, per scrutarla, per indagarla. Dall’anticima di Monte Carpesco si godeva un panorama stupefacente, pacato, rilassante. A colpirmi molto è stata la vista sul costone di Monte Ruzza, la poca neve rimasta si depositava nelle cavità della terra, livellandoperfettamente la superficie: questa particolarità permetteva la visibilità di tanti fori disposti perfettamente nel terreno, ognuno equidistante dall’altro, tanto che apparivano come una texture puntinata di un fumetto giapponese. Da come mi hanno detto,in quella zona sparavano granate e cannoni, in alcuni punti ci sono addirittura accantonati i resti di bossoli e granate, però mi hanno anche riferito che solitamente tutte queste esercitazioni si svolgevano nel versante a Sud. Questi fori erano troppogeometricamente organizzati per essere il frutto di un’esplosione, forse (anzi, quasi sicuramente) riguardavano il famoso rimboschimento che tanto identifica quella montagna, lasciato incompiuto per qualche motivo. Sarà di certo così.