domenica 10 febbraio 2019

La Grotta delle Praje di Lettomanoppello

“I viaggi non usati farsi che da pochi e raramente, sogliono avere molto dell’ideale: tali sono i viaggi degli alti monti, delle spesse foreste, de’ difficili mari, e delle caverne quasicchè inaccessibili”scriveva nel 1835 il poeta chietino Pasquale de Virgiliis, dandoci testimonianza della sua visione romantica del Sublime. Erano passati 184 anni da quando entrò nella Grotta delle Praje, alla luce dellefiaccole, tra la paura dell’ignoto e la meraviglia della Natura. Tra l’Orrido e il Sublime. Si era addentrato in quei meandri, dapprima stretti e fangosi, dove strisciare, per poi divenire ampi e dall’arialusinghiera e serena. Percorrevamo entrambe le condotte, e ovunque c’erano scritte sulle pareti che tenevano il conto delle testimonianze di chi in passato vi era stato. Di seguito la descrizione della visita allaGrotta delle Praje scritta da Pasquale de Virgiilis  nel 1835.

LA GROTTA DELLE PRAGLIE
"Son molte ed effimere le storie che si contano della Caverna delle Praglie. Io non posso rammentarmi di essa senza esser compreso in un tempo da maraviglia e da spavento, e que’ montanari parlano diquel luogo come di cosa misteriosa e terribile. Posta un miglio in su di Letto Manoppello in un selvaggio luogo, noi vi andammo alle 2 pomeridiane, tutti animosi e baldi per la cognizion d’un luogo, lanatura del quale fi no a quel dì ci era stato affatto ignoto. L’ingresso della Cava non altro ti presenta, che una buca rotonda, orizontale, appena capace a dar adito ad un uomo, e dove è d’uopo discendere ocon funi, o per mezzo di uomini che discesi prima de te faccian base delle loro spalle a’ tuoi piedi, e ti menino pian piano al basso. Così ci convenne fare, ed io primo ne feci prova attendendo che gli altrim’imitassero, ed in un momento tutti ci trovammo nel bujo. Discesi che fummo in quella cavità tenebrosa, ed accese le faci, che a tal uopo facemmo quivi portare da 6 provati montanari, eccoci in una stanzamisteriosa, che aprivasi a noi dinanzi come un gotico tempio, ma d’una fantastica e svariata architettura. Quivi erano informi colonne all’intorno chi più e chi men grandi, e la volta fatta a strati pendenti ediafani offriva l’aspetto di tanti drappi stesi ed ineguali, frastagliati nel lembo, d’un colore verdognolo, e bianco, simiglianti chi a lucido marmo, e chi a candido alabastro. Quindi gocciavan perpetue stille diacqua dalle acute stallattiti che pendean quà e là negli angoli della volta simili a candelotti di neve, e l’umidità delle pareti, il rossastro e fumante splendore delle torce ripercosso da quelle lucide punte cheparean diamanti e rubini, facevano un’alternativa la quale era la più bella cosa al mondo. A diritta ed a manca di questa prima cava si aprivano due altri spechi minori, de’ quali uno s’internava per  leviscere  del  monte  dal  lato  orientale,  l’altro dal  meridionale.  Noi entrammo nel primo: ma come la sua strettezza non dava agio a corpo umano internarvisi addentro; retrocedemmo, ed entrammo nelsecondo. Era una meraviglia vedere, come a misura che c’inoltravamo, e si squassavano le faci per rinvigorirne la fiamma, attraverso di quella densa ed umida tenebria rotta dallo splendorfioco e vacillante delle nostre torce, ci si spiegavano innanzi le interne viscere del monte in svariate forme e colori, ora più ampie, ora più strette, or ritorte ed or diritte, e mirabile sempremai per le suefantastiche sinuosità, e per que’ delicati, e lucidi massi di che eran formate le pareti e le volte, ora piane, ora spaccate in larghe fenditure simili agli archi degli antichi marmorei tempii, e sostenuti da informipilastri, e da picchi piramidali, ed alcuna volta anche pendenti a festoni, e goccianti sempre acque limpidissime e fresche. Le nostre cupe e sonore voci: i nostri passi risuonanti di più cupo e prolungatosonito: il bituminoso fumo delle torce che ci accecava gl’occhi: il terribile pensiero, che non si spegnessero, e ci lasciassero colà miseramente morire: l’asprezza del luogo, ed il timore che inmontando su quegl’umidi e sdrucciolevoli massi non avessimo a cadere e stritolarci le ossa: i continui pozzi di acqua che incontravamo per lo spazzo della cava, e che non potevam discernere e per  luogo, e per la trasparente limpidezza di essa: il desiderio di andar più oltre, e di scovrire nuove maraviglie; tutte queste cose ci comprendean l’anima sì fattamente che noi non pensavam né doveeravamo, né come fossimo entrati in quel meraviglioso, e terribile luogo. Può ben immaginarsi se io volgessi in quel punto il mio pensiero a Merlino, alla Sibilla, ed alle Catacombe di S. Gennaro: manulla eran queste a paragone della più che romantica grotta delle Praglie. Là non era né la nereggiante ardesia, non lo scisto calcario, non la bianca marna, né il ruvido tufo, ma tutto era incrostato di stillattite sì terso, sì lucido, e sì regolare, che tu lo avresti creduto marmo, e marmo lavorato. Oh! quanto meravigliosa e terribile si era la natura in quel luogo! noi pensavamo alla terra come se fossimo in inferno; l’aria ci sembrava più lusinghiera e serena, ed il pensiero che non fossimo colà schiacciati e sepolti da quelle volte cadenti, ci faceva raccapricciare, abbrividire. Ci eravam un miglio, o poco meno in quelle cave inoltrati, ora montando, ora scendendo, ed ora camminando carponi, ed arrampicandoci su quelle umide pietre, allorché ci accorgemmo, che le faci erano per mancare. Ci si chiuse la mente all’idea del pericolo a che avremmo potuto incorrere avvenendo che si fossero spenti del tutto, e noi per un momento provammo la disperazione della morte. Pur retrocedemmo a rompicollo, e nulla curando le continue cadute e la probabilità di smarrirci per que’ cavernosi laberinti: compresi tutto dal pensiero di riveder la luce, dopo moltissime giravolte ed andirivieni ci trovammo alfi ne nell’ingresso della cava, e di là riuscimmo tutti lordi e fangosi, come se fossimo stati immersi nella broda de’ superbi di Dante; e così ritornammo a Letto-Manoppello. Non dirò come si formino queste cave, e di che specie sieno le stallattite, credendo che sia, o debba esser privilegio comune la scienza naturale: dirò solo che il nostro M. Majella è fecondissimo di simili cave, ma niuna è tanto bella e svariata come quella delle Praglie, la cui lunghezza e profondità è fino ad ora un mistero. Pasquale de Virgiliis, 1835.

domenica 20 gennaio 2019

Sci da fondo ai Prati di Cretarola

Tre quarti di luna bastavano a schiarire la notte, tanto da far bruciare il chiarore delle stelle, la neve depositata ovunque dava forza a quel riflesso che si estendeva lungo prospettive lontane, lasciando tuttavia ben leggere paesi e montagne. L’indomani seguivamo i percorsi sullaregione della creta, tormentata da dossi, dove si apriva la bocca di un canyon che dava accesso al bacino del Fiume Tavo. I Prati di Cretarola erano completamente ricoperti di neve, e percorsi in parte da una piccola pista da fondo che girava su se stessa. I cieli erano grigi e ditanto in tanto si chiudevano in leggere nevicate. La quiete e la bellezza di Campo Imperatore rendevano ancor più straordinario quell’ambiente così unico.

domenica 6 gennaio 2019

La Rocca di San Vittorino

Della Rocca di San Vittorino non ne rimanevano che poche mura e i resti di un’antica torre normanna. Nonostante quel paese fosseconsiderato uno dei più importanti dal punto di vista dell’archeologia cristiana d’Abruzzo, il suo castello riversava nel più totale stato diabbandono. Ubicato su di un modesto rilievo proteso verso la Valle dell’Aterno, un tempo dominava l’antica città romana di Amiternum.Dal suo prospetto erano ben visibili sia il Teatro che l’Anfiteatro, la visuale comunicativa con i fortilizi di Barete, Pizzoli e Preturo, e trattidelle importanti Via Caecilia, Via Catalina e Via Claudia Nova. Tra rovi e arbusti, la neve aveva disteso il suo manto non lasciando leggere ilimiti dei basamenti, ne rimanevano il silenzio ed una percezione distesa di antiche memorie.

L'antico Convento della Madonna delle Grazie di Coppito e l'ipogeo di Colle Macchione

Sulla sommità di Colle Macchione giacevano i resti monumentali della Madonna delle Grazie, un antico convento fondato nella prima metà del XII secolo dal vescovo Dodone. Nonostante le varie trasformazioniarchitettoniche subite nei secoli, erano ancora visibili i segni della primitiva costruzione che ne valorizzava l’utilizzo del materiale di risulta romano, come il bellissimo timpano d’ingresso della chiesa, o lamemoria dei due leoni lapidei provenienti dall'antica Foruli, disposti finora a l’Aquila sulla soglia della Chiesa di San Pietro a Coppito, a seguito della sua fondazione. Da fuori la recinzione scrutavamo amalapena l’interno abbellito da preziose paraste, deturpato non solo dall'incuria del tempo e dai terremoti ma anche dall'idiozia umana che ne aveva imbrattato gli affreschi. Tutta l’area non era accessibile, erainteramente recintata a favore dei restauri, ma che tuttavia parevano essersi fermati da tempo. La neve si era posata su quel silenzio come se tutto il tempo passato fosse solo una breve parentesi persa nell'eternità.Ad Est, nel pendio sottostante, si apriva l’ingresso di una piccola grotta, antropizzata da una porta e da una finestra per la probabile funzione di ricovero per gli animali, entravamo nella sua zona d’ombra ed anche lìil tempo pareva essersi fermato. La grotta manifesta segni di instabilità ed è sconsigliabile accedervi, esiste per questo un rilievo 3D realizzato da Mattia Iannella per chi volesse visitarla almeno virtualmente.

lunedì 31 dicembre 2018

Capodanno a Jovana

Alla base occidentale della Serra Sparvera vi era il Vallone delle Masserie, interamente percorso da una lunga strada bianca che dalla Cantoniera Mimola giungeva fino a Scanno. Nel cuore di quella valle ciaccoglieva l’agriturismo Jovana, una struttura ricettiva che da anni coniugava perfettamente l’ospitalità con l’autenticità del territorio, era stato uno dei primi agriturismi ad esser aperto in Abruzzo. Giunti lasera prima avevamo negli occhi la bellezza di una notte rischiarata dalle stelle, il silenzio e la fortunata apparizione di un lupo. L’indomani invece portava in dono la neve, scesa inosservata nelle ore del riposo.Da Valle Cupa fino a Scanno seguivamo la via che ad una ad una svelava le masserie della valle, lungo l’antica via glareata che ormai era completamente ricoperta di neve. L’antico castello di Jovana Vecchiamostrava i resti delle sue mura medievali, ancora slanciate su un piccolo colle, ora spazzato dal vento, a ribadirne la presenza. Scendevamo lungo la valle in direzione di Scanno, trovando prima laMasseria di Cristo, un vecchio pagliaro in pietra dall’architettura a condola, e poi la Masseria Collafrino, ancora attiva delle sue funzioni e custodita da dodici pastori abruzzesi. Veniva poi Scanno, con le sue viegremite di gente e di decori nell’ultimo giorno dell’anno. Dopo la breve visita tornavamo nel silenzio a risalire la valle, mentre la neve scendeva sempre più abbondante ad ovattare la visione delle luci del paese. Lasera a cena avevamo il privilegio di essere seduti assieme alla famiglia di Liborio, il capofamiglia pastore dell’agriturismo Jovana che ci ospitava, un brindisi di augurio e le parole più belle che mi ha dettoportate nel cuore. Grazie Liborio, grazie Roberta, grazie Antonietta, grazie Lorenzo, torneremo sicuramente a trovarvi per trascorrere insieme altro tempo prezioso.
Località: Jovana Comune di Scanno 67038 - AQ, ITA. Sito web: http://www.jovana.it/ Tel: 0864 74657 Email: info@jovana.it Facebook: https://www.facebook.com/groups/Agriturismo.Jovana/

sabato 22 dicembre 2018

Lo sconosciuto insediamento di Colle San Mauro

Sulla cima di Colle San Mauro giacevano i resti di un antico basamento circolare con annessi alcuni gradoni in pietra, quella conformazionecosì particolare, e così situata, lasciava supporre un’antica torre di avvistamento, magari edificata lì proprio per avere un controllosull’importante valle di Amiternum. Non vi erano documentazioni in merito, e neppure l’IGM ne riportava la presenza. Conobbi questo sitoanni fa, accompagnata da Mario D’Angelosante, fu proprio lui a trovarlo e a farmelo vedere per primo; ne parlai con archeologi estudiosi ma nessuno ne sapeva nulla. Oggi come allora la vista mirava l’ampia valle coperta di neve, dove strade e file di alberi neframmentavano la visuale. Si riconoscevano i paesi, mentre le montagne mostravano altri profili, ma restando sempre le stesse,immemori e familiari. Seguivamo i percorsi senza conoscerli, ma riuscendo sempre a trovare la giusta strada.

sabato 1 dicembre 2018

Grotta Nuova del Rio Garrafo

Mi piaceva sempre uscire dal buio della grotta al primo rischiarare della sera, che oltre il varco notturno trovava certezza solo nel flebilebagliore delle stelle. Sotto di noi il fiume proseguiva il suo corso con movimento costante, sopra di noi il bosco raccoglieva il riposo come afermarsi. Presto sarebbe giunto anche l’inverno a frenare ancora di più ogni cosa. La Grotta aveva alternato i suoi passaggi in una serie dipiccoli pozzi, divenendo mano a mano sempre più calda grazie alle sue sorgenti termali sul fondo. Faceva molto caldo lì sotto, avvoltidall’odore di zolfo eravamo andati via senza fare il bagno rituale. Ora eravamo fuori, sulla via del ritorno, a seguire i sentieri nel bosco,mentre la notte terrestre accorciava mano a mano tutte le distanze.