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Alcune fonti storiche ipotizzano che nel Bosco Martese passasse la via Metella, un lungo tracciato di grandissima importanza in grado di collegare Amatrice con le colline di Campli e Civitella del
Tronto. Probabilmente, alla luce di questa affermazione, fu proprio questa la via percorsa da Annibale durante il suo viaggio tra Spoleto e l’Adriatico, tra la battaglia di Trasimeno e quella di
Canne. Di qui sono passati briganti e guerrieri, condottieri, nobili e disgraziati in cerca di fuga. Chissà quante cose avranno visto questi meravigliosi alberi ad alto fusto, che dall’alto delle loro
fronde tutto osservano, assorbendo la storia e rilasciandola nel pieno della sua suggestione. Questa selva è la più grande dei Monti della Laga, e secondo la tradizione romana i suoi alberi altissimi
rendono omaggio a Marte. Il Bosco Martese ci forniva il passaggio per raggiungere le Cascate della Morricana, scelte da me come regalo per il mio compleanno. Non poteva esserci giorno più bello
per visitarle, perché non c’era solo la bellezza della piena, ma anche la straordinaria coincidenza di un immenso letto di neve causato da una gigantesca slavina. Il getto della cascata scavavaquell’enorme massa bianca impastata di terra e di alberi, liberando cunicoli bassi dove l’acqua scorreva intensamente. Di tanto in tanto riaffiorava come una sorgente, dando corpo ai
suggestivi pensieri sulla comprensione del Sublime. Era bellissima. Quella dimensione di Natura selvaggia era in assoluto il regalo più bello che potessi ricevere.
Lasciata la Riserva Naturale di Zompo Lo Schioppo eravamo intenzionati a proseguire la giornata percorrendo una delle vallate più belle e più famose dell’intero Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise: la Val di Rose. La caratteristica che
maggiormente risaltava la notorietà di questo luogo stava soprattutto nel facile avvistamento del Camoscio Appenninico, uno degli animali più rari e più protetti della fauna italiana. Da Civitella Alfedena il sentiero saliva mano mano articolandosi
all’interno di una bellissima faggeta, mentre alle nostre spalle il Lago di Barrea rifletteva i turbinosi movimenti celesti che avvenivano in cielo. Sul fare del pomeriggio tutti i rumori si ammorbidivano alla ricerca del silenzio, come se effettivamente
ogni cosa si accomodasse alla ricerca di un giaciglio per la notte: il bosco si preparava al riposo e noi eravamo immersi in quel tepore unico e accogliente. L’anfiteatro glaciale di Monte Boccanera, una volta fuori dalla vegetazione, si imponeva
maestoso su di noi. Numerose lingue di neve lambivano lateralmente i ghiaioni, tra rocce scoscese e ripide pareti verticali. Non vedevamo ancora i camosci, ma vedevamo piuttosto il cielo compattarsi nel fronte freddo, che sapevamo
sarebbe sopraggiunto a breve. Sulla via del ritorno tutto scivolava: le foglie ammorbidivano il passo in una piacevole discesa che ci liberava da tutti i pensieri e ci restituiva al quotidiano. Appena il tempo di arrivare, che la pioggia rompeva
i suoi ultimi equilibri con il cielo, cominciando a scendere su di noi e sulle nostre vite.
L’elemento acqua è presente in ogni ambiente della Riserva, dalle più alte sorgenti poste a quota 1700 metri, fino a lambire i centri abitati alle quote più basse. Ma c’è anche un’acqua che non si vede, quella che scorre nascosta nelle cavità della
montagna. Il fenomeno carsico qui è assai diffuso: da lungo tempo le acque acidule delle precipitazioni atmosferiche si infiltrano nelle fratture che frammentano questi monti e ne sciolgono lentamente le rocce calcaree. Il risultato è una
costellazione di pozzi e cavità a imbuto (doline) sulle alture, una rete di cunicoli sotterranei e grotte in parte allagati e numerose sorgenti che sgorgano non appena l’acqua incontra uno strato non permeabile che ne impedisce la discesa. Quella dello Zompo
è una delle rare sorgenti carsiche intermittenti dell’Appennino; sgorga da una parete calcarea verticale e da vita ad una spettacolare cascata di oltre 80 metri di altezza. Il momento migliore per vederla è in primavera quando la falda acquifera siinnalza per lo scioglimento delle nevi. Dagli studi compiuti, appare che il periodo di alimentazione della cascata (aprile-giugno) corrisponde a quello in cui si riempiono i condotti carsici, con portate minime in autunno (0.85 mc/sec) e massime
in primavera (2.7 mc/sec). La temperatura delle acque varia da un minimo di 6,3 ad un massimo di 11.1 gradi centigradi, mentre la bassa salinità totale, pari a 140 mg/l, la rende un’acqua oligo-minerale. (Testo tratto da un cartello informativo della Riserva
Naturale Zompo Lo Schioppo – sito web). L’acqua arrivava a noi polverizzata, diffondendosi ovunque e contraddistinguendo in questo modo una vegetazione rigogliosissima. Il sottobosco si arricchiva di rivoli d’acqua e farfaracci, felci, ciclamini e di
tantissime fragoline di bosco. Il salto della cascata era davvero imponente sopra le nostre teste, considerata la più alta di tutto l’Appennino, era nel pieno della sua portata.
La Cartiera del Vetoio è un luogo privato di grandissima bellezza, situato nel mezzo dell’area urbana aquilana. Accedervi è stato come fare un salto in un’altra dimensione, dove i rumori della città si spengono dando spazio solo al canto degli uccelli e allo
scrosciare dell’acqua. La sorgente del fiume Vetoio si origina proprio all’interno del lago, amplificando così la suggestione di quel paradiso, perché rompe l’idea statica che comunemente appartiene ad un qualsiasi lago, rendendolo mobile, fluido, vivo
ed in continuo movimento. Mesi fa, in occasione di una cena molto raffinata, mi recai presso la Cartiera del Vetoio, e fin da subito fui molto incuriosita da quella struttura, così ben tenuta e curata, ristrutturata con la sana intelligenza che mira alla
salvaguardia di un bene, al fine di non perdere nessun aspetto storico e culturale. Da tempo desideravo tornarci per ammirarla anche di giorno, occasione capitata oggi, trovando la fortunata coincidenza di incontrare Nicoletta, una dei proprietari. La sua
accoglienza è stata molto ospitale, e nonostante fossi un’intrusa mi ha accolto a casa sua gentilmente, permettendomi non solo di ammirare quel paradiso, ma anche di condividerne i suoi scorci più belli. Le sponde del lago erano vestite di un verde intenso,perlato dal giallo oro dei ranuncoli, mentre le fronde dei salici scendevano dall’alto, trovando, nel contatto con lo specchio d’acqua, un romantico mito di Narciso. La bellezza del Sublime trovava manifestazione in ogni angolo di quel contesto: così
animato di suggestioni antiche parlava una lingua fatta di ricordi e nostalgie. Nicoletta e i suoi fratelli compivano l’atto d’amore iniziato dal padre, che, così innamorato di quel luogo, mirava al suo recupero e alla sua salvaguardia operando nel più totale
rispetto della Natura: portare a termine quel progetto è stato davvero un bellissimo omaggio alla sua memoria. Attualmente la Cartiera è un ambiente polifunzionale in grado di ospitare convegni e ricevimenti, nel sito www.lacartieradelvetoio.it ci sono tutte le informazioni a riguardo.
“I Monti d’Oro” è il titolo della mia mostra personale che ho esposto all’interno del castello di Rocca Calascio. Ho sempre rifiutato di dipingere le montagne, perché la pittura prende l’anima delle cose, ed io non potevo prendere l’anima della Montagna: anche il solo tentativo mi suonava come un atto di
mancanza di rispetto. La Natura è così perfetta che bisogna ammirarla senza filtri, bisogna salirci sulle sue cime per fruirne la bellezza (a 360 gradi e con tutti gli organi sensoriali), è una cosa che non si può raccontare, che non si può percepire trasversalmente tramite altri, ma che deve avvenire per forza con
una presa diretta, esattamente come è diretto il nostro rapporto con Dio. Siamo solo noi e il mondo, il resto sono solo secondari punti di vista. Quando mi è stata data la possibilità di poter utilizzare come sala espositiva il castello di Rocca Calascio ho pensato però che non potevo non parlare della Montagna, tanto
eccezionale era quel contesto. L’importanza di quel castello era così grande che già di suo componeva parte dell’opera che vi sarebbe stata esposta, io dovevo solo completare a modo mio quello spazio, ed è per questo che ho pensato all’oro zecchino, il più puro che potessi trovare. L’oro era il significato e il simbolo
della ricchezza delle montagne d’Abruzzo, che dalle pecore allo zafferano mi avevano dato lo spunto ad adottare questo titolo, ripreso da un libro molto interessante scritto dalla Dott.ssa Maria Rita Berardi, e che si intitola appunto “I monti d’oro. Identità urbana e conflitti territoriali nella storia dell’Aquila medievale”.
Le cime delle montagne sono dei luoghi sacri, sono le estensioni fisiche più estreme, dove è la terra a voler toccare il cielo e non viceversa. È questo il luogo dove accadono i miracoli, dove le preghiere arrivano prima al divino, perché hanno meno tragitto da compiere. È qui che si viene ascoltati meglio dall’Universo, è
qui che bisogna chiedere o rinnegare, è qui che si riesce meglio a prendere coscienza di sé. Qui si centra il proprio asse di equilibrio con la linea di testa delle montagne, e non è una cosa da poco. Dagli altipiani ai contrafforti tutto si innalza in una vorticosa danza verticale che dal basso della terra raccoglie tutto e sale, alla
ricerca della redenzione. Tutto è oro, tutto è ricchezza, non esiste tesoro più grande del punto di vista perfetto che rivolto verso il mondo fa prima da specchio a noi stessi. La nostra anima è lì, sulle vie dell’oro, dove ogni angolo è anticamera di Paradiso. Il Gran Sasso non è solo un massiccio montuoso, è un carattere, è una
tempra, è la distinzione perfetta delle genti d’Abruzzo. QUI c'è il link per la pagina del mio sito web che tratta nello specifico la mostra.
Il castello di Rocca Calascio è un luogo di grandissima bellezza, le sue forme così lineari si accostano perfettamente a quell’ideale unico e perfetto di castello che spesso ritorna nei sogni e nelle favole, nella fantasia dei bambini e nelle suggestioni dei grandi. Ammirare quelle forme permette di
dare corpo tangibile alla fantasia, come se la dimensione onirica di colpo diventasse concreta, aprendo il varco della porta dei sogni. Da lassù tutto gira, percorrendo profili sconfinati di montagne, scansioni interminabili di nuvole, e fughe prospettiche dove sono proprio i nostri sogni a correre.
Il Gran Sasso, il Sirente, la Majella, da quel punto di vista diventano fratelli, trovando la loro unione sulla linea di orizzonte comune. Un sito molto interessante (www.icastelli.it) fornisce alcune informazioni sul castello di Rocca Calascio che riporto di seguito a citazione: Il fortilizio di
Rocca Calascio, situato a 1460 metri d'altezza, è tra le fortificazioni più alte d'Italia e domina da tale altura la valle del Tirino e della piana di Navelli. Il suo impianto è di uso esclusivamente militare e si caratterizza per la capacità con la
quale riesce a fondersi con l'impervio territorio circostante, dal quale non risulta affatto condizionato; è evidente come la sua sia una posizione assolutamente favorevole dal punto di vista difensivo. La struttura, in pietra bianchissima, ha una pianta quadrata: presenta agli angoli quattro torri cilindriche
considerevolmente scarpate e un mastio quadrato al centro, il quale costituisce il più interno corpo militare di difesa del castello. Alla rocca si accedeva mediante un ingresso posto sul lato est, a circa 5 metri di altezza, raggiungibile dalla corte esterna sottostante mediante una scala lignea retrattile che
veniva poggiata su due mensole in pietra tuttora visibili al di sotto della soglia di ingresso. Efficacissimo punto di osservazione militare, permetteva di comunicare con gli altri castelli, fino alla costa adriatica, mediante l'ausilio di torce durante la notte e di specchi nelle ore diurne. Ai piedi della rocca sono presenti anche
i ruderi dell'antico borgo, al quale essa è collegata con un ponte di legno. Nel 1703 un disastroso terremoto ha danneggiato sia la rocca che il borgo. Restauri conservativi ed integrativi sono stati compiuti tra il 1986 ed il 1989; essi hanno contrastato il degrado strutturale favorendo il recupero architettonico e funzionale
dell'intero fabbricato ed in particolare della torre centrale quadrata. Gli interventi di risanamento hanno permesso all'intera area di essere oggi discretamente conservata e visitabile. Rocca Calascio è anche famosa per aver ospitato, in più occasioni, grandi set cinematografici, tra cui i films "Lady
Hawke" , "Il Viaggio della Sposa", "Padre Pio", "Il Nome della Rosa", "L'orizzonte degli eventi". Per la bellezza di questi luoghi, l'industria cinematografica ha nominato tutta la zona da Rocca Calascio a Santo Stefano di Sessanio, "set per eccellenza". La visita al castello è inserita negli itinerari nel Parco Nazionale del
Gran Sasso-Laga. (Dott. Andrea Orlando). Sempre sullo stesso sito ho trovato altre informazioni interessanti che trattano nello specifico la sua storia: La prima citazione di Rocca Calascio si ha in un documento del 1380, dove viene descritta come torre di avvistamento isolata, la cui originaria costruzione è da
collocarsi però intorno all'anno 1000. Ad Antonio Piccolomini si deve attribuire, verso il 1480, la realizzazione delle 4 torri attorno all'originario torrione di Rocca Calascio, il muro di cinta attorno al paese e la ricostruzione di gran parte dell'abitato distrutto dal furioso terremoto del 1461. Nelle vicinanze della
Rocca si trova la Chiesa di Santa Maria della Pietà, costruita dai pastori intorno al 1400 per ringraziamento alla Madonna in quanto i soldati dei Piccolomini respinsero, in una sanguinosa battaglia, un gruppo di briganti provenienti dal confinante Stato Pontificio. Punto di osservazione di elevata strategia militare,
era in grado di comunicare, mediante l'ausilio di torce durante la notte e di specchi nelle ore diurne con innumerevoli collegamenti ottici disseminati nel territorio, fino ad arrivare ai castelli della costa adriatica. Con la dominazione aragonese fu istituita la "Dogana della mena delle pecore in Puglia" e la pastorizia
transumante divenne la principale fonte di reddito del Regno. Fu quindi un momento di notevole sviluppo per i paesi della Baronia che nel 1470 possedevano oltre 90.000 pecore e fornivano ingenti quantitativi di pregiata "lana carapellese" a citta' come l'Aquila e Firenze. Nel 1579 Costanza Piccolomini, l'ultima della
famiglia, vendette la Baronia, il Marchesato di Capestrano e le terre di Ofena e Castel del Monte a Francesco Maria De' Medici, Granduca di Toscana per 106.000 ducati. Nel 1743 la zona passò sotto la dominazione Borbonica. Nel 1703 intanto un disastroso terremoto aveva demolito il castello ed il ed il paese di Rocca
Calascio: furono ricostuite solo le case nella parte bassa dell'abitato e molti abitanti preferirono trasferirsi nella sottostante Calascio. Una progressiva discesa ha ridotto la popolazione da circa 800 abitanti nel 1600 a zero nel 1957. Calascio, a sua volta, ha iniziato il suo declino a fine '800,
subendo gli effetti di una massiccia emigrazione nei primi decenni del '900. Una popolazione di circa 1900 abitanti nel 1860, ammontata nel 1982 a soli 299. Gia' avviato verso il lento disfacimento che caratterizza i paesi spopolati, Calascio ha arrestato ed invertito questa tendenza per mezzo di numerosi interventi di risanamento spesso da parte di cittadini non residenti. Interessato da un complesso progetto di recupero, anche il borgo di Rocca Calascio sta cambiando la sua fisionomia. Un intervento necessario per un insediamento particolarmente suggestivo ed ad un castello che, oltre a suscitare interesse negli studiosi del settore, e' ritenuto il più' elevato della catena appenninica e forse dell'intera penisola. (tratto da www.icastelli.it). Avere la possibilità di esporre all’interno del castello di Rocca Calascio è per me un’esperienza unica, un’emozione molto grande che mi porterà a vivere intensamente quel luogo. Sulla linea dei Monti d’Oro non poteva esserci cornice più bella, e io sono davvero felice di avere questa opportunità.