domenica 17 aprile 2011
Todi e la Foresta Fossile di Dunarobba
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venerdì 15 aprile 2011
Kurt Diemberger a L'Aquila
"Devi essere forte e devi essere ben armato, e devi anche sapere regolare il tuo destino... (…) Quando noi saliamo sull’Everest – come qui – di questo non sappiamo, però qualcosa c’è che ci fa rischiare la vita e andare lassù, qualcosa c’è, qualcosa di inspiegabile che sta dietro alla montagna che noi vediamo …quando sopra di noi c’è la cima dell’Everest come qui ti prende qualcosa, non so, Spiriti di Montagna o no non lo so cosa sarà ma qualcosa che vi fa andare su. E se veramente sei in cima e hai la grande fortuna di vedere tutto il mondo in giro ai tuoi piedi allora ringrazia Dio, ringrazia il Destino, ringrazia anche tutti gli Spiriti della Montagna". Kurt Diemberger
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domenica 10 aprile 2011
Pietransieri e la memoria del 21 novembre 1943
eccidio si salvò miracolosamente solo una bambina di sette anni, Virginia Macerelli. Dopo quel silenzio di morte venne giù la neve, che con il suo candore ricoprì tutti i corpi dilaniati, quasi come se la Natura stessa, inorridita dall’essere umano, volesse rendere«A novembre, cominciarono a venire i tedeschi. Dicevano che dovevamo scappare perché il paese doveva essere distrutto. Si sono presi tutti gli uomini per la guerra, anche mio padre ed altri due miei fratelli, quelli più grandi. Dopo, Pietransieri è stata sfollata, perché bombardavano il paese e mettevano fuoco alle case. Siamo andati alle masserie, a Limmari. Mia madre con sei figli è andata a Limmari e siamo stati per due notti sotto un albero, con una tenda. Avevamo tutti fatto delle tende. I tedeschi venivano, ci interrogavano, bombardavano il paese e prendevano tutti gli animali, i maiali e quello che trovavano. Il 16 novembre per primo hanno preso mio fratello. L’ hanno portato a Pietransieri con i maiali e l’hanno ucciso. Poi hanno preso l’altro mio fratello e l’hanno ucciso in un boschetto. Noi siamo rimasti sotto la tenda per altri cinque giorni. Poi, il 21 novembre, sono venuti di nuovo i tedeschi dicendo che dovevano ammazzare tutti quanti… Poi venne un tedesco, era bravo, e ci disse che dovevamo scappare, perché sarebbe venuta la SS e tutti kaputt. Con la mano aveva fatto cenno: tutti kaputt. Abbiamo cominciato a scappare verso Castel di Sangro… Dopo mezz’ ora è arrivata la SS e ci hanno raggruppati. C’era un tronco d’albero e hanno fatto sedere la gente intorno. Poi hanno messo una mina, grande come un vaso di fiori e l’hanno fatta saltare. Dopo che la mina era scoppiata, i tedeschi cominciarono ad uccidere i feriti con la mitragliatrice. Io stavo sotto braccio a mamma. Ero la più piccola dei figli. Si sa che quando c’è un pericolo la madre stringe a sé tutti i figli. Io ero la più piccola e così mi ha abbracciato. Mia madre aveva uno scialle sulle spalle e come i tedeschi hanno mitragliato è caduta ed è morta all’ istante. Io sono caduta sotto a mamma e sono rimasta lì, lo scialle di mamma mi aveva coperto… Tutti strillavano. La prima volta che hanno cominciato ad uccidere che urli si sentivano! Poi è rimasto solo silenzio. Non si sentivano neanche più gli uccelli. Niente! Non si sentiva niente. Tutto il mondo era silenzio. Sono rimasta lì sotto a mamma, zitta, non parlavo. Ero piena di buchi, sono piena di buchi. Buchi che passano da parte a parte. Dopo un po’ ho cominciato a muovermi, ma ho visto che c’erano solo morti. Uno sopra l’altro, tutti morti. Avevo alzato la testa quando ero ancora sotto a mamma ed avevo visto mio fratello che mi stava vicino. Mi ha detto: Virginia, è morta mamma? Io gli risposi di sì. Era morta sull’istante, l’avevo morta su di me. Mio fratello aveva un buco fatto con la mitragliatrice. Un buco da parte a parte che gli aveva trapassato un occhio. Poi, dopo che gli avevo risposto, abbassò la testa e morì anche lui… I tedeschi si erano allontanati un bel po’, avevano ammazzato e se ne erano andati. Dopo un po’ però sono ritornati per vedere se i morti erano davvero morti. Andavano con la pistola in mano, e con il piede spostavano la gente. Allora io abbassai la testa sotto lo scialle di mamma e così non mi videro. Chi invece si muoveva ancora, veniva ucciso con un colpo di pistola alla testa. Sono rimasta sotto a quei cadaveri per due giorni e due notti. Poi, dopo tutto questo tempo, ho visto due donne di Pietransieri che venivano lì vicino. Allora le chiamai, perché le avevo riconosciute e chiesi loro se mi potevano portare via. Mi sollevarono dai morti e mi portarono vicino ad un ruscello d’acqua. Poi mi dissero: “Adesso vediamo se c’ è qualcuno della tua famiglia, così ti mandiamo a prendere. Tu aspetta qui”. Loro non mi poterono portare via, perché ognuno cercava di scappare per salvarsi. Sono rimasta vicino a quel ruscello un’altra notte, insieme ad un ragazzo che si era salvato. Questo ragazzo stava peggio di me, era ferito gravemente alle mani e poi non poteva camminare. Quella notte, quelle due donne ci misero dentro ad una mangiatoia in una masseria, dove c’erano gli animali. Era notte tardi e vennero ancora i tedeschi. Questa volta misero fuoco alla masseria. Cadevano tutte le travi di legno del soffitto. Ci cadevano addosso grossi carboni. Dissi a quel ragazzo che si chiamava Flavio: “Se non ci hanno uccisi i tedeschi, mica dobbiamo morire abbruciati”, e così siamo saltati giù dalla mangiatoia. Poi tutti e due ci siamo rotolati per terra e siamo usciti dalla masseria. Siamo andati vicino ad un ruscello d’acqua. Stavamo tutti e due stesi per terra. La mattina seguente, i tedeschi andavano ancora in giro con il fucile in mano. Così dissi a Flavio: “Questi abbaiano come i cani, quindi non sono italiani. Tornano un’altra volta”. Forse è stato Iddio…..Stavamo stesi per terra come morti, e come i tedeschi sono venuti ci puntavano il fucile dietro le spalle, e con il piede ci muovevano per vedere se eravamo morti. Niente. Noi non ci siamo mossi. Né io né Flavio. Quelli dissero: “ja, ja, kaputt, kaputt” e se ne andarono. Più tardi, sempre di mattina, arrivò mia nonna che era viva e che era stata in un’altra masseria. Quelle donne che mi avevano visto le avevano detto che stavo lì. La sentivo strillare. Chiamava e chiamava i miei fratelli, mia sorella e mia mamma, ma sapeva che erano morti. Lo faceva con disperazione. Poi chiamava me: “Virginia, Virginia”. Era venuta con un’altra donna. Si avvicinarono ed avevano una pizza fatta con il pane. Quelli sono bambini ed avranno fame, pensavano. Ma io neanche dopo otto giorni ho potuto mangiare. Quel ragazzo invece ha preso la pizza e l’ ha mangiata. Mia nonna quel ragazzo non l’ha potuto portare. Era ferito peggio di me. Quando mia nonna mi prendeva sotto le gambe io strillavo, se mi prendeva sotto le braccia lo stesso. Mia nonna diceva: “Come faccio a portarti, figuriamoci Flavio”. Poi mi prese per una spalla, dove avevo meno dolore e mi caricò su di sé. Quel ragazzo è rimasto lì, nonl ’hanno potuto portare. Mi hanno portato in una masseria dove c’era tanta gente di Pietransieri, che si era salvata. Quando mi videro ero un vaso di sangue. I panni mi si erano attaccati addosso, ero senza scarpe… Non sapevano dove mettere le mani. Dicevano: “E ora come facciamo?” Non mi potevano toccare perché i panni mi si erano attaccati addosso; dopo quei giorni il sangue si era assutto addosso. Così prepararono un caldaio d’ acqua, lo misero in una bagnarola e mi calarono lì dentro per un bel po’. Poi una donna di Pietransieri, che ora è morta, cominciò con una forbice a tagliare piano piano i vestiti. Quando mi tolsero tutto e videro tutti quei buchi, tutte quelle ferite, strillarono loro per me. Io ho cinque buchi, al braccio, al petto e alle gambe. Alla fine mi lavarono tutta e con qualcosa di lino mi disinfettarono i buchi. Dopo mi avvolsero dentro un lenzuolo, senza mettermi niente addosso e mi sistemarono in quella masseria. Acqua e sale mi hanno guarito… Le donne che mi avevano curato andarono il giorno dopo a prendere Flavio, per salvare quell’altra anima di Dio. Così dicevano le donne di allora. Ma non era andato nessuno a prenderlo. Aveva camminato molto perché lo ritrovarono in un’altra masseria. Morto. Dopo, da Pietransieri io, mia nonna e quella vecchietta andammo a S. Demetrio, dove siamo rimasti fino alla fine della guerra… ». Testimonianza di Virginia Macerelli, tratta da “E si divisero il pane che non c’era”.
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Castello Pandone di Cerro al Volturno
Di ritorno dalla Meta non potevamo non fermarci a visitare Cerro al Volturno, che con la conformazione del suo castello, così arroccato e suggestivo, aveva catturato già all'andata tutta la nostra attenzione. Lo vedevamo erigersi su tutto quello che lo circondava, così impostato e massiccio, dava sul serio l'idea di
dell’edificio, che passò poi nelle mani dei Carafa fino al termine dei vincoli feudali. L’elemento caratterizzante della struttura sono le dimensioni, soprattutto in relazione al suo posizionamento: essa è dotata di tre torri cilindriche, di cui due difese da bastioni e con punta a sperone. Vi si accede a piedi
attraverso un reticolo di strette viuzze che si sviluppano lungo i fianchi della montagna ed, in particolare, percorrendo una stradina a scale che parte dal borgo di Santa Maria Assunta. Varcando il portale secentesco, unico ingresso sul lato sud, vi è un’ampia corte sulla quale si affaccia la cappella. L’odierno
aspetto del castello è fatto di numerosi interventi che nei secoli lo hanno trasformato da fortezza a residenza nobiliare e, ancora recentemente, è stato interessato da restauri conservativi voluti dalla famiglia Lombardi, attuale proprietaria. (Tratto da un cartello informativo del luogo, posto dal Ministero per i Beni e le
Attività Culturali – Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio, per il Patrimonio Storico, Artistico e Demoetnoantropologico del Molise – PROGETTO MIRABILIA – PIANO DI COMUNICAZIONE DEL PATRIMONIO CULTURALE NAZIONALE).
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Passo dei Monaci di Monte Meta da Vallefiorita
Il Passo dei Monaci è antico collegamento e forse unico tra Lazio e Abruzzo, sfruttato da commercianti, pastori e dai monaci benedettini. La tradizione vuole che arrivati al passo, i monaci
solevano depositare una pietra, a volte davvero grande, tanto da formare, con il trascorrere degli anni, cumuli alti un paio di metri e ben visibili al centro del pianoro. Il nome forse trae
origine da una antica leggenda che narra di tre monaci che vi trovarono la morte tentando di passare il valico durante una bufera. (Info del CAI di Isernia). Non mi rimaneva difficile
immaginare i briganti sulla via del Passo dei Monaci, comprendevo bene come le asperità delle Mainarde potessero fornire riparo ai fuorilegge, che tra anfratti, grotte e distese
secolari di faggio erano in grado di trovare dimora in liberi bivacchi. Su queste montagne si erano scritte pagine e pagine di storia del Brigantaggio d’Italia; chissà quante fughe e quante
rappresaglie, scontri, conflitti e colluttazioni avevano visto questi boschi e questi pendii, dove riecheggiava soprattutto il nome del brigante Domenico Fuoco, ucciso proprio sul Monte Meta nel
1870. La bellezza della Natura stava nella sua condizione selvaggia, adesso come allora si manteneva questa prospettiva meravigliosa: era questo il bello del Parco Nazionale d’Abruzzo
Lazio e Molise, che proprio in questa zona segnava il suo triplice confine. In questo giorno il CAI di Isernia festeggiava i 150 anni dell’Unità d’Italia con una escursione intersezionale con i CAI di
L’Aquila, Sora, Cassino, Foggia e Sulmona. Chi prima e chi dopo segnava il passaggio su queste montagne, trovando sul valico il tricolore italico sbandierare al vento. È stata davvero una
giornata piacevole: nonostante l’affluenza di gente non ci si perdeva nella confusione, ma si trovava piacevole seguito a Scapoli – patria della zampogna – dove il Comune di Isernia
offriva gentilmente il pranzo a tutti gli escursionisti che avevano preso parte all'evento.
domenica 3 aprile 2011
Monte Navegna da Ascrea
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