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domenica 22 gennaio 2012

Il Fondo della Salsa: il sentiero Piergiorgio De Paulis, sotto la parete Nord di Monte Camicia

I pensieri risuonavano in quell’orrido inavvicinabile, come se dentro la testa avessero trovato la generazione di un eco. Quella roccia impenetrabile, così fredda e vecchia, si innalzava come una vertigine mostruosa. Rimanevamo in silenzio ad ascoltare ilrumore sordo dei sassi che si staccavano dalla parete, il loro battere sulla propria roccia madre, fino a sbriciolarsi nel fondo. Da lì la parete Nord di Monte Camicia assumeva tutta la sua massima espressione, era repulsiva da ogni angolazione, ericordava agli uomini il loro essere mortali. Lo strillo di un’aquila riecheggiava nel cielo, lasciandoci ammutoliti della sua inconfondibile presenza. Un enorme masso di roccia portava la memoria di due nomi, quello del pilota Marco Adinolfischiantatosi sulla parete e quello di un giovane alpinista aquilano, Piergiorgio De Paulis, a cui avevano dedicato proprio il percorso per raggiunge il Fondo della Salsa. Due storie differenti, entrambi da raccontare. Il 6 aprile del 1994 Monte Camicia si avvolgevanella nebbia, quella scarsa visibilità inghiottiva ogni cosa: il comandante Marco Adinolfi dell’Aereonautica Militare si era schiantato sulla parete Nord con il suo aereo cacciabombardiere AMX della base di Istrana, all’età di 27 anni, lasciando perdere suquella roccia tutte le sue tracce. Quattro anni prima, l’8 novembre 1990, questo giovane pilota si era già salvato da una morte simile, nelle campagne dell'Oltrepò pavese, riuscendo a lanciarsi con il paracadute, ma purtroppo adesso il destino non gli riservava unaseconda possibilità. I suoi commilitoni ne omaggiavano la memoria con una spada infissa nella roccia, e con un numero scritto con le pietre sopra la testata del Vradda: 264^, forse il numero della compagnia. (Quest’ultima notizia è senzafonte). Venti anni prima c’era la storia di Piergiorgio, un giovane alpinista aquilano impegnato alla prima ascensione invernale sulla parete Nord di Monte Camicia. Era la Vigilia di Natale del 1974. Nel dicembre del 1974, Domenico (Mimì) Alessandri, CarloLeone e Piergiorgio De Paulis, si cimentano anch'essi nell'impresa invernale. Dopo il tentativo di D'Angelo e Muzii, solo altre due cordate hanno percorso la parete, ma d'estate. Una di queste era condotta dallo stesso Alessandri, esperto alpinistaaquilano, con all'attivo difficili ripetizioni invernali e belle vie nuove nel massiccio del Gran Sasso (Diretta alla parete est dell'Occidentale, Diretta al terzo pilastro del Paretone). De Paulis, 19 anni, è il più giovane del terzetto, ma è già un alpinistacapace e animato da grandissima passione. Come ha scritto Alessandri, "era il migliore della sua generazione, a L'Aquila, in quel momento. Aveva, specialmente su ghiaccio, una tecnica istintiva che gli consentiva di muoversi con velocità e sicurezzanon comuni". La sera del 23 dicembre i tre sono ormai alti nella parete, all'altezza di un caratteristico forcellino e si accingono al terzo bivacco. Hanno proceduto lentamente, ma tranquillamente, su di una parete ghiacciatissima, utilizzando quello che era l'attrezzatura dell'epoca: ramponi tradizionali e la sola piccozza a becca dritta. Scrive Alessandri: "La tragedia ci piombò addosso, imprevedibile, fulminea, a sera quando, già fermi, operavano indipendentemente l'uno dall'altro nella preparazione del bivacco. Sullo sfondo bianco della montagna intravidi la sagoma di Piergiorgio, che si muoveva a pochi metri da me, volare indietro nel vuoto senza neanche un'esclamazione o un grido e scomparire in basso. Aveva preparato il suo ancoraggio con due chiodi, a venti centimetri uno dall'altro, nella stessa fessura orizzontale, vi aveva appeso del materiale trascurando di collegarli e si era agganciato al primo senza accorgersi che il secondo, più grosso, dilatando la fessura, ne aveva compromesso la stabilità". Alessandri e Leone rimangono soli e impotenti di fronte alla tragedia che si è compiuta silenziosa davanti ai loro occhi. Una breve perturbazione arriva a infierire in una notte già terribile. Cadono sassi, Leone viene ferito, è sotto shoc, e non è in grado di continuare. "Il buio della notte e il silenzio della montagna avvolgevano tutto in una quiete cosmica, ma sul piccolo terrazzino di ghiaccio, piombati in un indescrivibile stato di angoscia, iniziavamo una dura battaglia per la vita e ci accingevamo a superare la più tragica notte della nostra esistenza. Il profondo stato di angoscia vissuto per l'intera notte, in un assurdo dialogo con la morte, si dissolse di colpo alle tre del mattino", quando Alessandri matura la decisione di uscire da solo: "la via della vetta sembrò la più rapida, la più sicura, l'unica via d'uscita...". Mimì scala per ore ed ore, in una condizione mentale straordinaria. La concentrazione estrema scaccia la disperazione e la salita è accompagnata dalle "presenze" di Piergiorgio e di tutte le persone care che danno ancora senso a quello che sta facendo. Alle quattro del pomeriggio è fuori. "Mi sentivo come uno che fino a un momento prima era convinto di morire e si ritrova ancora vivo". L'operazione di soccorso del giorno dopo, a cui partecipa lo stesso Alessandri, è degna di menzione. Per la prima volta, infatti, viene impiegato in Appennino un elicottero per un recupero in parete. L'elicottero pilotato dal tenente Fischione, benché non specializzato in questo tipo d'interventi esegue una difficile manovra in "overing" e recupera col verricello Carlo Leone. La Nord d'inverno è stata in qualche modo superata, ma per i sopravvissuti "la salita fu, sotto il profilo umano e alpinistico, senza dubbio un fallimento, poiché non c'è parete al mondo che valga la vita di un uomo". Dopo questa vicenda dovranno passare tredici anni prima che qualcuno osi sfidare di nuovo la parete nella stagione fredda. (Tratto da qui).
Paolo De Angelis, Roberto Iafrate e Piergiorgio De Paulis dopo una salita allo Sperone Centrale del Corno Grande.