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Le Cascate del Verde, in uno scenario imponente di emozionante bellezza, dominano la media Valle del Sangro, scorrendo fra bastioni di roccia e boscose pareti a strapiombo, fra imponenti torrioni e pinnacoli calcarei. Le Cascate del Verde interrompono
il corso dell’omonimo torrente, sospeso ad oltre 300 metri su rocce calcaree e marne che poggiano su argille varicolori. Sono senza dubbio le cascate naturali perenni più alte dell’Appennino, poiché le sue acque, attraverso tre salti, rispettivamente di 40,
90 e 30 metri, precipitano per oltre 200 metri d’altezza prima di confluire nel Fiume Sangro. Le pareti calcaree erose dall’acqua hanno generato nel corso del tempo delle vere e proprie forre a scalino, formate dall’alternanza di pareti verticali e piccoli
pianori che si sviluppano lungo due elementi di faglia trasversali. Questa articolazione geomorfologica determina un particolare microclima che ha consentito l’insediamento, la conservazione e la coesistenza di specie vegetali chenormalmente si sviluppano in ambienti diversi. (…). Il Rio Verde nasce in territorio molisano, nel comune di Pescopennataro. In particolare, la sorgente principale si trova in località Quarto, in prossimità dei laghetti dell’Anitra, a circa 1000 metri d quota sul
livello del mare. In seguito il Rio Verde scorre nel comune di Rosello, attraverso luoghi di grande interesse naturalistico per la presenza di nuclei di Abete bianco (Abies alba) e di Abetine spontanee, ma anche di un certo interesse storico. Lungo il corso
del fiume, infatti, si trovano resti di antichi mulini e di capanne a secco, indicate, talvolta, nella vecchia cartografia. (Informazioni tratte dai cartelli informativi del WWF). Ed è proprio in uno dei mulini del luogo che abbiamo avuto il piacere
di pranzare. Una delle cose che più apprezzo è quella di constatare con mano il recupero di importanti testimonianze storiche al fine di renderle fruibili a tutti, dandogli uno scopo in un giusto senso contemporaneo: il Mulino di Roio è un luogo
davvero molto bello, visibilmente ristrutturato con amore, svolge principalmente il servizio di ristoro. Nella giornata di oggi, in cui si festeggiavano i 150 anni dell’Unità d’Italia, l’accoglienza al Mulino presentava un menù di 20 portate, tante quante sono le
Regioni italiane: veniva proposto un assaggio del piatto tipico di ogni Regione, al fine di compiere un vero e proprio viaggio nel gusto che passava per la cultura gastronomica dell’Italia intera. Nonostante l’impresa fosse un’ardua scommessa (perché
immagino bene che non sia stato facile organizzare una simile iniziativa) è stato davvero un piacere scoprire che tutte quelle pietanze erano una più buona dell’altra! È un posto che merita davvero di essere visitato. Lasciato il Mulino di Roio, la nostra
direzione diveniva ora l’Abetina di Rosello, un relitto glaciale di grandissima importanza. L’Abetina di Rosello è situata nel medio corso del Fiume Sangro, al confine fra Abruzzo e Molise, in un comprensorio montano con alti valori ambientali e paesaggistici
caratterizzato da bassa antropizzazione e dalla presenza di pochi piccoli centri senza insediamenti sparsi. La Riserva è estesa 211 ettari e comprende il bosco di proprietà del comune di Rosello che costituisce uno degli ultimi nuclei forestali con presenza diabete bianco. L’altitudine varia tra gli 850 e i 1179 m di Monte Castellano e la Riserva è interamente attraversata dal suggestivo torrente Turcano, affluente del Fiume Sangro. Il territorio è quasi interamente coperto dal bosco e solo nelle aree
marginali si trovano piccoli cespugli in cui la vegetazione sta riprendendo il sopravvento per il diminuito carico di bestiame domestico. A monte la Riserva è delimitata dal tratturo secondario che collegava il Monte Secine al Fiume Biferno e
confina con l’altra Oasi del WWF, l’Abetina di Selva Grande, nel territorio di Castiglione Messer Marino. (Tratto da un cartello informativo del WWF).
Nella Valle di Ruella sono presenti i resti di un’antica strada romana, che, tra roccia tagliata e alcuni lastricati di pietra, segnava i collegamenti tra la zona del Cicolano e quella
dell’Amiternino. La storia racconta che quando Annibale giunse in Italia con l’obiettivo di conquistare Roma stanziò per molto tempo nella Valle dell’Aterno e proseguì in seguito attraversando
le montagne sopra Tornimparte per raggiungere il territorio del Cicolano: il suo obiettivo era quello di stringere alleanza con il popolo dei Marsi nel tentativo di attaccare Roma da Est. Passò
proprio per la Valle di Ruella, e questa notizia è storicizzata da diverse fonti. Da sopra Monte La Piagga immaginavo di come più di duemila anni siano scivolati addosso queste montagne,
annullando così velocemente un vertiginoso salto temporale. Immaginavo di guardare quello che si poteva vedere allora da lassù, realizzando nella mia mente l’immagine di un enorme
esercito composto da tante fisionomie diverse, con addirittura la presenza di un elefante (!), l’unico dei 37 esemplari sopravvissuto al freddo inverno della Pianura Padana. Quante vite, quanti
idiomi, quante anime sono passate di qui, rimescolando i diversi semi del genere umano. Forse la terra aveva sicuramente trattenuto memoria di quel passaggio, bisognava tendere benel’orecchio al vento per riuscire ad ascoltarlo ancora. Abbiamo tanta di quella storia nella nostra terra da darla purtroppo per scontata. Attualmente l’antica strada di Ruella è visibile solo in
alcuni punti, perché circa trenta anni fa è andata quasi completamente distrutta dalle ruspe e dal cemento armato, che senza mezzi termini hanno spianato e cancellato millenni di
storia. Pare che l’organizzazione politica di turno, in carica in quegli anni, avesse dato il via alla costruzione di questa strada utilizzando fondi pubblici, al fine di agevolare l’accesso di alcuni
abitanti di Tornimpare alle piccole case che possedevano negli altipiani superiori. La cosa suscitò molto scandalo, e fortunatamente in molti si schierarono contro questo scempio
riuscendo così a fermare tutto, ma ormai era troppo tardi: gran parte di quel patrimonio era andato già perduto sotto l’ignoranza e il cemento armato. Sono sopravvissuti solo alcuni tratti
dell’antica via romana, unica testimonianza storica di un immenso valore universale, che non appartiene né a Tornimparte, né a L’Aquila, né all’Abruzzo, né all’Italia, ma appartiene all’Umanità intera.
Ci sono dei luoghi che trattengono l’anima, che l’accolgono con amore già fin dalla prima volta, promuovendo un desiderio inspiegabile di attrazione per il ritorno. Sono come dei campi
magnetici, dove la bellezza del luogo si mescola con un inspiegabile mistero legato alla terra e alle sue genti. Quei profili terrestri rimangono impressi nel cuore e nella mente, e ogni volta
che vengono confrontati con un ritorno ci raccontano qualche cosa di noi. Il vento passava piano, si insinuava serpeggiando tra i passaggi del canyon smorzandosi progressivamente nel silenzio
più assoluto. Le larghe pareti laterali parlavano anch’esse una lingua silenziosa, vestite di bianco e di ricordi, si rigavano del passaggio di girelle di neve, scese come soluzioni ad enigmi
impensabili. Il Canyon della Valianara apriva la via dal lato di Castel del Monte per Campo Imperatore. Alcuni castellani sostenevano che tale nome fosse quello di una strega, mentre altri
smentivano la stessa affermazione, mantenendo il mistero anche sull’origine del nome. Da secoli la tradizione di qui si lega al culto delle streghe, rinnovandosi di anno in anno con “il rito dei sette
sporti” (info). Che il nome Valianara fosse davvero quello di una strega proprio non potevo saperlo, tuttavia non mi rimaneva difficile suggestionarmi in questa visione, immaginando il canyon
come un antro misterioso dove ogni cosa poteva succedere, sotto l’influsso di una aleggiante presenza legata all’inspiegabile. I quaderni dei pastori raccontano tante cose, chi di loro aveva il
dono della scrittura aveva le chiavi per convertire la materia: sono loro i veri alchimisti, che a dispetto dell’oro sceglievano la poesia, comprendendola come unica panacea universale. Solo chi
contempla la Natura è in grado di capire i suoi processi. Francesco Giuliani era uno degli ultimi poeti-pastori di Castel del Monte, è grazie ai suoi scritti che molte usanze e tradizioni sono
giunte fino a noi, parlandoci della sua terra, delle sue genti e delle sue streghe: “Qui un tempo non lontano si credeva alle streghe, e ce ne sono che ci credono ancora. Quando una creatura si
ammalava e il medico non ci capiva nulla e non c’era medicina per guarirla, subito si sospettava che le streghe di notte se la succhiavano. E stupidamente si credeva che le streghe
entravano nella casa dal buco della chiave o dal tetto. I parenti, gli amici e i vicini, tenevano subito consiglio, e si deliberava che bisognava fare il giro del paese di notte e passare sotto settesporti. Il giro si faceva verso la mezzanotte quando le vie erano deserte, e la comare del battesimo doveva portare in braccio la creatura seguita da altre donne tutte in silenzio e, se pure si
incontrava qualcuno non si doveva fare una parola, con tutto questo credevano di allontanare le streghe e far guarire la creatura. Si faceva anche in altro modo, si vegliava la creatura
per otto o dieci notti, nell’ultima notte anche ad ora tarda si prendevano panni della creatura, si andava fuori dal paese dove due strade si incrociavano, e li si mettevano i panni sopra un
pezzo di legno, si battevano fortemente e poi si bruciavano. Qualche volta capitava che la creatura si guariva, e si rafforzava la credenza nelle streghe..” (Tratto dai Quaderni del poeta-pastore Francesco Giuliani).

I bianchi volumi dei Piani di Pezza stamane si vestivano di una innocenza esaltata: quella neve era il velo di una sposa, così virtuosa ed illibata pareva possedere una sensibilità di altri tempi.
Lo sguardo percorreva malinconico ogni suo punto di fuga, scivolando via lungo tutta la piana, fino a sollevarsi sulle sue montagne. Ogni rilievo la cingeva a protezione e con un abbraccio
materno le riversava dentro una quiete immacolata. Ero molto triste a contemplarla ora, così indifesa alla recente mira dell’uomo. Vogliono far parlare all’Abruzzo una lingua che non
conosce, vogliono trasformare tutto questo in un’industria del turismo. Secondo questo articolo è stato approvato un progetto di riqualificazione del territorio, sfruttando in maniera ipocrita
l’eco di risonanza della catastrofe del terremoto. Ma per collegare Ovindoli con Campo Felice dovranno per forza “macinare” i Piani di Pezza. La ricchezza dell’Abruzzo sta nella sua Natura selvaggia e
non antropizzata, nella sua storia millenaria, nel suo mistero antico e salvaguardato dalla diffidenza della gente. Questo è un paese che discende dai pastori, dove la gente ha un carattere duro
come la pietra di Corno Piccolo, che da sempre è diffidente e ostile a qualsiasi cosa sconosciuta. Come possono pensare di promuovere qui una cosa simile? Ogni volta che ci hanno provato
hanno miseramente fallito, lasciando sulla terra d’Abruzzo solo cadaveri di cemento e ferri arrugginiti. Potrei fare un’infinità di esempi, ma non voglio amareggiarmi oltre. Ci sono molte
strutture degradate qui da recuperare e ripristinare, perché l’attenzione non si sofferma su quelle? Si spenderebbero molti meno soldi e si salvaguarderebbe molto di più l’ambiente. Ho
trovato un articolo molto interessante a riguardo che merita di essere letto.