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Di notte era
arrivata la neve anche sulle nostre montagne, il Maestrale portava con sé
talmente tanto freddo da far precipitare
le temperature intorno allo zero. Guardavamo
in direzione di monte Calvo e scoprivamo gli alberi imbiancati di una
consistenza
soffice. Salivamo sulla montagna a salutare la prima neve, come un’accoglienza
rituale, l’inverno si era addossato all’autunno con
prepotenza, coprendo una
vegetazione che ancora non andava a riposo. La natura giocava con le tonalità
calde del giallo e
dell’arancio degli aceri, con quelle verdi dei faggi,
portando su di loro il bianco candore della neve. La terra sotto era ancora
calda,
così viva, tanto da spogliarsi in chiazze di erba, regalando la visione
di una condizione unica. Più salivamo e più le nuvole
svaporavano in nebbie
leggere, lasciavano scoprire a tratti le vallate sottostanti che ospitavano i
paesi e la città, ricche del
contrasto dei colori d’autunno. Tutto pareva vestirsi, anche la croce di vetta lo
faceva, così merlettata dai ricami della calaverna.
“Vedesi la terra con il suo castello e i
suoi casamenti edificata su un poggio, che è un masso di roccia calcarea e
arenaria, cui fa ridente una falda di declive collinetta, ove dappertutto
verdeggia l’olmo, il gelso e l’ulivo. Le case volte in parte ad oriente, in
parte ad occidente, si innalzano in ambo i lati come per gradi l’una sull’altra,
onde il viatore che percorre la strada
carrozzabile, la quale tocca l’abitato
da mezzogiorno, e di poco vi si discosta dalla parte orientale, vede da questa
banda metà della Terra in gradevole aspetto e metà riman celata nell’altra.
Ma è
bella e pittoresca per chi la guarda da ponente col fiume Gizio che ai piedi le
scorre e quasi ne bagna con mormorio festevole le mura”. (Tratto da “Il regno delle due Sicilie descritto
e illustrato” di Pietro de
Stephanis). Pettorano sul Gizio manteneva ancora tutta quell’antica bellezza, le
sue stradine così strette salivano nel paese serpeggiando tra case e palazzi,
lasciando scoprire mano a mano un borgo ancora fortemente immerso nella storia.
Castello Cantelmo appariva all’improvviso dopo un vicolo in tutta la sua
maestosità, la sua piazza ammirava
il vallone di Santa Margherita, dove lo
sguardo saliva fino a raggiungere monte Genzana. Il CAI di Sulmona celebrava i 90
anni dalla sua fondazione, questa escursione era il modo di
festeggiare il suo
compleanno, con un’intersezionale che raccoglieva molte adesioni. Il vallone di
Santa Margherita prendeva il nome dalla patrona del paese, Santa Margherita
d’Antiochia,
che a differenza degli altri santi non aveva il santuario all’interno del
paese, ma fuori, nei boschi della suddetta vallata, lontano dalla comunità, nei
pressi della sorgente del
fiume Gizio in quanto considerata la protettrice
delle acque. Il bosco si animava dei colori dell’autunno con la luce che evidenziava
i toni dell’arancio. Nei pressi della chiesa, antiche
mura ciclopiche portavano la memoria di un santuario di culto italico: il luogo manifestava da tempo
immemorabile l’energia delle sorgenti, lo sapevano bene i santi e i nostri
antenati.

L’acqua
scivolava lentamente sulla roccia, senza zampillare, accostandosi alla pietra
in uno strano gioco gravitazionale. Sgorgava calda, vestita dei fumi dei vapori
acquei, scolpendo con il suo passaggio concrezioni indescrivibili. Quel fosso
segnava sul
nero della terra vulcanica una sinuosa linea bianca, che scendeva a
valle in piccoli salti, passando per numerose vasche e piscine naturali. La vegetazione
inglobava ogni cosa, lasciando scoprire di volta in volta i passaggi per
raggiungere le vasche. La BalenaBianca
appariva tra i rami con la sua mole grandiosa, così insolita nelle forme, così
straordinaria, tanto evocativa e ricca di suggestioni. Vestita di fumo si
disegnava delle concrezioni delle grotte: sotto la volta del cielo portava
nelle sue forme l’interno
della terra. La gente, immersa nelle vasche, giaceva
nel riposo di un silenzio collettivo, tanto da non contrastare con la natura
accogliente, ma facendone parte in una visione rilassata. Sul fare della sera il
bosco si scuriva alla ricerca della notte, tutto si
preparava al riposo, e, mentre
crescevano le ombre, l’acqua bianca esaltava maggiormente il suo contrasto. Bagni San Filippo si trova in una conca verde
fra due torrenti montani con acqua tutto l’anno, la sua particolare posizione,
all’interno del parco
detta Val d’Orcia e a pochi chilometri da Abbadia San Salvatore.
Le origini di Bagni San Filippo si fanno risalire ad epoca romana, dopo i ritrovamenti
archeologici avvenuti nel 1898 nel piano di Vignone, immediatamente sopra l’attuale
agglomerato urbano.
La presenza delle acque calde sorgive fece la fortuna di
Bagni San Filippo che, durante l’alto medioevo, conobbe un periodo di grande
fioritura sotto il dominio dell’Abbazia di Abbadia San Salvatore. Nel 1566 il
duca Cosimo I de’ Medici incaricò
l’architetto e ingegnere idraulico
Baldassarre Lanci di ristrutturare i vecchi bagni termali che, a causa di un
naturale spostamento delle acque, avevano perso parte delle loro potenzialità. Le
acque termali sono state, nel corso della storia,
oggetto di innumerevoli
trattati, di cui se ne meravigliava la capacità curativa per moltissimi tipi di
malattie sia respiratorie che ossee. Caratteristici del Fosso Bianco sono i
depositi calcarei di cui la più imponente e suggestiva formazione è la
celebre “Balena
Bianca”. Questa collinetta di origine calcarea era la primitiva sorgente delle
acque sulfuree, e tutt’ora l’acqua torna a sgorgare da qui. Intorno al bollore
si respira un’aria balsamica dovuta, oltre al particolare odore delle acque,
alla
presenza della vegetazione tipica del nostro paese composta di timo, menta
verde, salvia ect. L’eremitaggio di San Filippo Benizi nei boschi di Bagni San
Filippo dovrebbe datarsi intorno al 1269 quando, a seguito della morte di papa
Clemente IV, il santo
fiorentino era indicato come primo candidato all’elezione
alla soglia pontificia; per evitare di diventare papa il Benizi si rifugiò,
secondo la tradizione, in una grotta proprio nei pressi di Bagni San Filippo. La
grotta, scavata dentro un enorme blocco di
travertino, è tuttora un luogo di
culto di grande suggestione e spiritualità. (Notizie tratte da una tabella informativa
all’interno dell’hotel Gambrinus di Abbadia San Sanlvatore - provincia di Siena).
Il bosco si
animava del corso d’acqua del Rio Marilongo, quel rumore ci accompagnava a
tratti, a seconda della tangenza con il
sentiero. Quell’enorme abetaglia si
incastonava sulle ripide pareti della montagna, lasciava intravedere appena il
sentiero che saliva
attraverso essa, coprendo e scoprendo scorci unici sull’orrido
delle cascate di Pissandro. Una leggera nebbia si incanalava
velocemente verso
l’alto, attraverso aperture di canali scoscesi, stemperando quel verde intenso
incupito dal cielo color piombo.
La pioggia ci regalava la presenza delle
salamandre, il loro passaggio silenzioso impreziosiva i colori della terra. Il
Rifugio
Antelao ci accoglieva nei suoi ultimi giorni di apertura settimanale,
così contornato dalle nuvole lasciava intuire la sua
posizione panoramica. Situato a 1796 metri, in località Sella di Pradonego, nel comune di Pieve di
Cadore (Belluno), l’edificio,
dopo recenti lavori di ristrutturazione e
ampliamento, costituisce una meraviglioso punto di passaggio tra il Cadore,
sul
quale si affaccia come un balcone naturale, e la Val Boite , lungo un percorso
che cinge ad est la montagna (3263 mt) da cui
prende il nome. Di proprietá
del CAI di Treviso, il Rifugio Antelao fu voluto e costruito nel 1948 dalla
scrittrice e alpinista Alma
Bevilacqua (più conosciuta con lo pseudonimo di
Giovanna Zangrandi) per valorizzare una zona dolomitica poco nota, da lei
apprezzata ed amata durante la lotta partigiana. (Informazioni tratte da qui).
L’indomani
saremo partiti per tornare a casa, dopo circa una settimana trascorsa in moto
in Sardegna, ed una precedente tra l'altopiano di Asiago, le montagne della Val
Ridanna ed un appuntamento a Livigno. Le vacanze dello scorso anno avevano come
elemento prevalente quello dei vulcani, quest’anno, invece, a fare da comune
denominatore erano le miniere. Cercavamo di
gestire il più possibile i giorni a
disposizione, alloggiando in B&B a basso costo per risparmiare, ma
soprattutto senza mai fermarci, cercando sempre di prendere il più possibile
della bellezza dei luoghi che attraversavamo. Siamo di passaggio su questa
terra, in maniera così veloce che purtroppo non potremo mai vederla tutta,
dobbiamo prendere il più possibile dalla sua bellezza,
altrimenti quale senso
mai avrebbe la vita? Finalmente ci riposavamo su di una spiaggia di Golfo
Aranci. Non capivo come poteva la maggior parte dei turisti, che sceglieva come
meta la Sardegna, soffermarsi solo sulla Costa Smeralda, anche noi ci siamo
andati, ma siamo subito fuggiti via da quelle spiagge super affollate, dove si
aveva difficoltà anche solo a camminare in riva
al mare. La Costa Smeralda era
senza dubbio bellissima, ma altrettanto meraviglioso era tutto quello che
veniva dopo. Ripensavo a Stintino e all'Asinara, alla bellezza della Costa
Verde, così selvaggia e impreziosita dell'unicità delle Dune di Piscinas.
Ripensavo alla zona aspra delle miniere di Ingurtosu, con i suoi paesi
fantasma. Ripensavo all'interno incontaminato della Sardegna, tra i nuraghe e
le tombe dei giganti, all'odore dell'elicriso, alla maestosità del Gennargentu,
e alle querce da sughero piegate dal Maestrale, un vento così presente in tutta
la terra di Sardegna. Ripensavo agli occhi dei sardi, che più ci inoltravamo
nell’entroterra e più divenivano autentici, ospitali. Questi pochi giorni mi
avevano dato tanto, spero presto di tornare su quest’isola antica.