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Dal castello di Poggio Poponesco, sopra Fiamignano, si ammirava
gran parte della Valle del Salto, con i suoi piccoli paesi arroccati e una
natura rigogliosa. Il Lago lasciava scorgere le sue sponde articolate di acqua torbida,
anche l’aria era offuscata dal Libeccio, ma nonostante
tutto si percepiva
ovunque una bellezza integra. Del castello rimanevano poche mura di cinta e la
torre, dall’ingresso alto e
inaccessibile rivolto verso Sud, disposto adesso
ad accogliere soltanto il sole. Venne eretto nel IX secolo a seguito delle
terribili invasioni
saracene che portarono nella zona sangue e disperazione. La
sua caduta avvenne nel 1283 sotto i fuochi della ribellione: il sottostante
paese
Fiamignano pare derivi dalla parola “fiamme”, quelle che avrebbero
distrutto il castello di Poggio Poponesco. Altro straordinario affaccio
panoramico sulla Valle del Salto era dal cospetto della Grotta di Santa Filippa
Mareri, giovane nobildonna sfuggita ai fasti della sua
condizione sociale per
abbracciare la vita eremitica assieme alla sorella ed altre compagne. La fede
francescana e il suo cuore integro la
contraddistinsero nei secoli; rimaneva
nella cavità un piccolo altare protetto da una tettoia affrescata di stelle,
dove il blu cobalto
rimandava alla dimensione dei santi. Un breve cunicolo
laterale apriva su ambienti modesti, piccole sale dove i credenti avevano
deposto con
dolcezza dei gigli.

Si percepiva l’Amore oltre la Morte, perduto nell’Eternità. Sotto
il pavimento di Sant’Antonio Fuori le Mura, a L’Aquila, vi era l’eterno riposo di
una coppia di giovani amanti, deposti con cura da chi voleva
che
intraprendessero insieme il viaggio per l’Aldilà. Se ne percepiva la Pace, tanto
che la Morte, oblio infinito e misterioso, non faceva più paura se affrontata
in quel modo. Una probabile datazione tra il XIV e
XV secolo correva indietro
di settecento anni, chissà chi erano e qual era stata la loro storia, i loro
nomi, il loro vissuto, quel sentimento condiviso andava oltre tutto quello che
era possibile.
L’inghiottitoio di Palarzano era ormai ostruito da molti
anni per mano dell’uomo, chissà quale sistema carsico si animava sotto quel
tappo di
cemento, quali meraviglie intatte da indagare e sconosciute, mai
rilevate e misteriose. La leggenda portava il detto de “l’acqua cascinese
dolce era e amara misi fece” parole della moglie
di un pastore di Antrodoco, che abituata a raccogliere a valle le pecore rubate
dal
marito e buttate nello gnottetùru
un giorno raccolse i resti del marito stesso, morto ammazzato come condanna per
quei furti. Tra la
leggenda e la realtà chissà quali percorsi c’erano nel
sottosuolo, chissà se davvero compivano un tragitto sotterraneo che da Cascina
giungeva
fino ad Antrodoco, a noi rimaneva solo la vista superficiale di
altipiani rasserenanti, definiti dalla geometria delle coltivazioni, dai
recinti e dai
pochi casolari sparsi. Sulla cresta della Pacima vi erano i
ruderi del Castello di Cascina, risalenti al XII secolo. Quell’antico castello
era nato
anticamente come un insediamento rurale poi incastellato, e partecipò
alla fondazione della città dell’Aquila; il suo abbandono fu abbastanza
precoce, tanto che all’inizio del XIV secolo se ne attestava già una natura
diruta. Rimanevano spesse mura di pietra con varchi di finestre,
cumuli di sassi
rivestiti di muschi, ed arbusti solitari a dimorarvi. La vista spaziava sulla
bellezza di entrambi gli altipiani, dove mucche e
cavalli si percepivano come
punti di presenze lontane.
