domenica 4 marzo 2018

La Valle del Salto vista dal Castello di Poggio Poponesco e la Grotta di Santa Filippa Mareri

Dal castello di Poggio Poponesco, sopra Fiamignano, si ammirava gran parte della Valle del Salto, con i suoi piccoli paesi arroccati e unanatura rigogliosa. Il Lago lasciava scorgere le sue sponde articolate di acqua torbida, anche l’aria era offuscata dal Libeccio, ma nonostantetutto si percepiva ovunque una bellezza integra. Del castello rimanevano poche mura di cinta e la torre, dall’ingresso alto einaccessibile rivolto verso Sud, disposto adesso ad accogliere soltanto il sole. Venne eretto nel IX secolo a seguito delle terribili invasionisaracene che portarono nella zona sangue e disperazione. La sua caduta avvenne nel 1283 sotto i fuochi della ribellione: il sottostante paeseFiamignano pare derivi dalla parola “fiamme”, quelle che avrebbero distrutto il castello di Poggio Poponesco. Altro straordinario affacciopanoramico sulla Valle del Salto era dal cospetto della Grotta di Santa Filippa Mareri, giovane nobildonna sfuggita ai fasti della suacondizione sociale per abbracciare la vita eremitica assieme alla sorella ed altre compagne. La fede francescana e il suo cuore integro lacontraddistinsero nei secoli; rimaneva nella cavità un piccolo altare protetto da una tettoia affrescata di stelle, dove il blu cobaltorimandava alla dimensione dei santi. Un breve cunicolo laterale apriva su ambienti modesti, piccole sale dove i credenti avevano deposto condolcezza dei gigli.

venerdì 16 febbraio 2018

Gli scheletri dei due amanti di Sant'Antonio Fuori Le Mura a L'Aquila

Si percepiva l’Amore oltre la Morte, perduto nell’Eternità. Sotto il pavimento di Sant’Antonio Fuori le Mura, a L’Aquila, vi era l’eterno riposo di una coppia di giovani amanti, deposti con cura da chi volevache intraprendessero insieme il viaggio per l’Aldilà. Se ne percepiva la Pace, tanto che la Morte, oblio infinito e misterioso, non faceva più paura se affrontata in quel modo. Una probabile datazione tra il XIV eXV secolo correva indietro di settecento anni, chissà chi erano e qual era stata la loro storia, i loro nomi, il loro vissuto, quel sentimento condiviso andava oltre tutto quello che era possibile.

domenica 4 febbraio 2018

Il Ramo della Medusa della Grotta Grande del Cervo di Pietrasecca

Il Ramo della Medusa era evocativo non solo nel nome ma anche nella sua conformazione iniziale, dove lame di roccia annerite dal diossido dimanganese uscivano come spuntoni affilati ed erano in grado di definire un ambiente suggestivo, quasi sovrannaturale, come l’antro diuna divinità mostruosa come Medusa. Ma in fondo quell’anticamera dal sogno non si discostava poi così tanto dalla realtà: uno strettocorridoio cesellato da scallops ci immetteva nel Sacro Tempio della Terra, dove miriadi di concrezioni si tessevano in una bellezza unica,luccicante e preziosa, con calciti brillanti modellate in coralloidi e lamellari. L’acqua scorreva in ogni dove trovando la quiete nel lagosommitale dove giaceva un’enorme medusa di roccia, ogni angolo di quel ramo conteneva in sé tutte le caratteristiche dell’intera grotta, unoscrigno prezioso dove il Tempo si era fermato e si lasciava indagare.
Uscita Speleologica del GGFAQ - Gruppo Grotte e Forre Francesco deMarchi - CAI L'Aquila.

lunedì 29 gennaio 2018

La Grotta del Secchio

La Grotta del Secchio custodiva tra i suoi meandri la bellezza delicata delle concrezioni: vele ed eccentriche, colate e festonature, capellid’angelo su stalattiti convolute, e ovunque il riverbero brillante della calcite. Ritrovavamo la sua bellezza intatta, fortunatamente custoditadalla sua difficile localizzazione. Vi era acqua in molti passaggi, di cui uno completamente allagato verso la fine del laminatoio che ciimpediva di raggiungere il Fiume Fossile, ma nonostante tutto quella enorme bellezza era in ogni angolo, spiraglio o fessura, era unacreazione divina della Terra, di cui tutti gli speleologi a conoscenza ne erano gelosi.

domenica 28 gennaio 2018

L'Inghiottitoio di Palarzano e il Castello di Cascina

L’inghiottitoio di Palarzano era ormai ostruito da molti anni per mano dell’uomo, chissà quale sistema carsico si animava sotto quel tappo dicemento, quali meraviglie intatte da indagare e sconosciute, mai rilevate e misteriose. La leggenda portava il detto de “l’acqua cascinesedolce era e amara misi fece” parole della moglie di un pastore di Antrodoco, che abituata a raccogliere a valle le pecore rubate dalmarito e buttate nello gnottetùru un giorno raccolse i resti del marito stesso, morto ammazzato come condanna per quei furti. Tra laleggenda e la realtà chissà quali percorsi c’erano nel sottosuolo, chissà se davvero compivano un tragitto sotterraneo che da Cascina giungevafino ad Antrodoco, a noi rimaneva solo la vista superficiale di altipiani rasserenanti, definiti dalla geometria delle coltivazioni, dai recinti e daipochi casolari sparsi. Sulla cresta della Pacima vi erano i ruderi del Castello di Cascina, risalenti al XII secolo. Quell’antico castello era natoanticamente come un insediamento rurale poi incastellato, e partecipò alla fondazione della città dell’Aquila; il suo abbandono fu abbastanzaprecoce, tanto che all’inizio del XIV secolo se ne attestava già una natura diruta. Rimanevano spesse mura di pietra con varchi di finestre,cumuli di sassi rivestiti di muschi, ed arbusti solitari a dimorarvi. La vista spaziava sulla bellezza di entrambi gli altipiani, dove mucche ecavalli si percepivano come punti di presenze lontane.