giovedì 5 dicembre 2013

La Chiesa dimenticata di Santa Maria di Forfona nei pressi di Barisciano

Il Tratturo Magno attraversava i prati sotto Barisciano, impreziositi da immense distese di mandorli, campi lavorati e piccoli luoghi incolti da tempo remoto. Tra questi giaceva dimenticata la piccola chiesa di Santa Maria di Forfona, la cui origine poteva addirittura vantare una datazione del X – XI secolo. Tramite il libro “Peltuinum – antica città sultratturo” ero venuta a conoscenza di questo antico edificio, caratterizzato dalla sobria bellezza delle chiese rupestri del Gran Sasso. La maggiore difficoltà nell’individuarla era costituita dal fatto che la sua presenza non fosse riportata sulle mappe militari IGM, ma come poteva una struttura del Mille passare così inosservata fino ai giorni nostri? Siamo riusciti a localizzarlasoltanto grazie alle indicazioni di alcuni abitanti di Barisciano. La piccola chiesa pareva custodita dai rovi di rosa canina e dagli arbusti selvatici, così fitti quasi da impedirne l’accesso. Parte dell’arcata frontale era crollata, lasciando la piccola struttura in balia delle intemperie. Un accenno di affresco dava nota della sua storia, ma oramai non faceva leggere più nulla dalle sue immaginise non diversi toni di colore, era tuttavia in grado di testimoniare che un tempo quel piccolo luogo di culto era degno di venerazione. Considerata l’assenza di informazioni su internet su questa chiesa rupestre riporto integralmente di seguito una nota tratta dal paragrafo “Risultati preliminari della ricognizione archeologica nell’area dell’antica Furfo”, scritta daMassimiliano Valenti, tratta del libro sopracitato “Peltuinum – antica città sul tratturo” Carsa Edizioni, 1996. La chiesa, dedicata a S. Maria col toponimo “di Forfona”, è menzionata diverse volte nei documenti medievali ed attesta la presenza non solo dell’edificio ecclesiale, ma di un piccolo insediamento (raccolto presso di essa) sul sito dell’antica Furfo; le fonti ad ogni casotacciono riguardo all’erezione della chiesa o alla sua tipologia architettonica. La struttura oggi superstite è solo una parte della chiesa originaria (che doveva essere alquanto più ampia) rimaneggiata in fase seriore. Si sa che alla metà del XVIII secolo era accanto ad essa una torre campanaria nella quale erano reimpiegate numerose iscrizioni: il campanile era ancora visibileall’inizio di questo secolo e probabilmente crollò in coincidenza del sisma del 1915. Analogamente, da CIL, IX, 3535, è testimoniata ancora nella seconda metà dell’800 l’esistenza di un pavimento oggi quasi completamente perduto, del quale si conserva solo una labile traccia presso la parete occidentale (l’attuale plano del calpestio è su terra ed è ribassato rispettoalla pavimentazione precedente). La costruzione oggi visibile è a pianta rettangolare, orientata Ovest-Est con apertura ad Ovest, coperta con volta a sesto rialzato. La tecnica muraria risente della duplice fase edilizia. Infatti nei muri originari (Nord, Sud, Est) il parametro esterno è realizzato con la tecnica a blocchetti squadrati di calcare, mentre l’interno è lasciato con pietramegrezzo ai fini di una migliore aderenza dell’intonaco, del quale si conservano scarse tracce dipinte sulla parete orientale presso la monofora. Il muro occidentale è realizzato con cornici informi di pietrame, scapoli lapidei antichi spezzati e frammenti di laterizi: questa facciata è inquadrata da piedritti in blocchi squadrati regolari di calcare, sormontati entrambi da una mensolamodanata (con cornice aggettante) su cui poggia l’imposta di un arco a sesto rialzato con conci radiali. Al di sopra dell’arco sono ancora visibili lacerti di paramento a blocchetti della struttura originaria; l’assenza della cortina in entrambi gli angoli (Sud-Ovest) fa pensare, più che a una rottura, all’innesto di due alae che inquadravano due strette navate laterali. Pertanto lastruttura dovrebbe identificarsi come abside di forma quadrangolare a brevi alae rientranti, sottolineate dai piedritti dell’arcata, che a loro volta darebbero la misura dell’ampiezza della navata centrale. Il corpo di fabbrica della chiesa dovrebbe quindi svilupparsi verso Ovest, per quanto era consentito il forte dislivello. Sulla fronte l’interro ha nascosto il piano di spiccatoantico, mentre è visibile la soglia dell’ingresso, formato da blocchi rettangolari di calcare bianco. Sulla sinistra dell’ingresso è una lastra di calcare bianco con foro circolare bordato da due scanalature concentriche (tombino?), su cui sono incisi vari schemi di giochi, tra cui le “scriptae duodecim”, che attestano come il materiale sia di età romana; successivamente furiutilizzato nella seconda fase in virtù del foro passante che permette l’accesso manuale ad un’acquasantiera posta all’interno, a sua volta scalpellata in blocco di reimpiego. L’originale piano di calpestio interno è scomparso, come si è detto, fatta eccezione per alcune scaglie di calcare su terriccio e breccia compattati, che si attaccano alla base del muroorientale; sembra qui di poter ravvisare la preparazione del pavimento vero e proprio, comunque individuabile anche in base ad una risega di cui sussistono tracce nell’angolo Sud-occidentale. In alto nella parete orientale si apre una stretta ed alta monofora a sesto acuto, strombata sulle due facce, con quattro eleganti piccoli capitelli a volute lisce terminanti adapici sferoidali; le colonnine su cui poggiavano sono state trafugate in età moderna. All’interno, al di sotto della monofora, è una nicchia coronata con una cornice convessa, con una treccia stilizzata, che poggia su una lunga mensola modanata; entrambi questi elementi sembrano essere databili a partire dall’epoca rinascimentale. A lato della monofora è un’epigrafemedievale sicuramente reimpiegata in epoca seriore rispetto alla sua datazione (1248), della quale si danno la trascrizione e la traduzione (Dott.Sfligiotti): ANNIS MILLENIS DENIS QUAT(ER) OCTO DUCENTIS… TEMPORE P(RE)POSITI GENTILI OP(US) FUIT ACTUM INDICTIO(N)E VI (Nel secondo millennio dell’anno 1248 quando era preposto (dalla Chiesa) Gentile, quest’opera fucompiuta nella indizione sesta). I caratteri paleografici riportano all’alfabeto gotico del repertorio librario; la menzione di un preposto indica l’appartenenza al clero regolare e ad una chiesa madre o abbazia da cui veniva inviato a presiedere una comunità religiosa. Considerando la posizione dell’epigrafe e le sfavorevoli condizioni di visibilità, appare chiaro come essa –pur menzionando lavori (o atti ufficiali) del 1248 – non possa riferirsi alla struttura oggi superstite. In base alle considerazioni ed agli elementi finora esposti la costruzione può essere databile fra XII e XIII secolo, con l’utilizzo di materiale di reimpiego eterogeneo, databili al X secolo, evidentemente pertinenti alla prima fase della chiesa. Massimiliano Valenti. (Nota trattadal paragrafo “Risultati preliminari della ricognizione archeologica nell’area dell’antica Furfo” scritto da Ermanno Gizzi, Marcello Spanu, Massimiliano Valenti, tratto dal libro “Peltuinum – antica città sul tratturo” Comunità Montana Campo Imperatore – Piana di Navelli, CARSA Edizioni, 1996).

domenica 17 novembre 2013

La Montagna di Carosi, Monte Cardito e Monte Coculle, sopra i piccoli rilievi tra Campotosto e Poggio Cancelli

Sopra Poggio Cancelli si nascondeva un piccolo rilievo detto la Montagna di Carosi, durante la Seconda Guerra Mondiale questo luogo aveva custodito la vita di prigionieri Inglesi e Americani portati lì dagli abitanti di Poggio Cancelli per proteggerli dai rastrellamenti dei Tedeschi. C’era la neve e la dolorosa ordinanzadi fucilazione del capofamiglia: rischiare di aiutare un prigioniero evaso comportava la morte certa di un padre.  Quei detenuti erano stati condotti lì per svolgere i lavori forzati per la costruzione della diga, ma, a seguito dell’arresto di Mussolini, evasero dai campi di concentramento per darsi alla macchia,approfittando del disorientamento delle sentinelle che non sapevano se la guerra fosse finita oppure no. I fuggiaschi trovarono l’aiuto degli abitanti del posto, che spesso li ospitarono nelle loro case, ma quell’inverno la situazione era talmente delicata da rischiare una terribile rappresaglia, così i detenutievasi vennero nascosti in una casa isolata. Si temeva però un ritorno dei Tedeschi, perché avevano scoperto che a Poggio c’erano altri prigionieri. Il problema si presentò ancora più difficile della prima volta! Ma certo, non si potevano scacciare quelli rimasti, bisognava difenderli ed aiutarli a tutti i costi! Cosìfu fatto. Furono radunati tutti i prigionieri rimasti e, nottetempo, in segreto, accompagnati sulla montagna di “Carosi” (poco distante da Poggio), ove esisteva una casetta costruita con muri a secco, cioè senza calce. Lì stettero una quindicina di giorni; ma non vennero abbandonati! I cittadini di Poggio, a giorni alterni,si recavano da loro col cavallo fornito di basto, facendo finta di far legna, a portare i viveri e dare loro notizie. (Il testo riportato in corsivo è una citazione tratta dal libro “Campotosto e il suo lago” di Aurelio De Santis, pag. 51). La storia trovava inalterata i suoi scenari, quei luoghi erano gli stessi di settant’anni fa, perchéintegri di una bellezza autentica. Soltanto la diga ne aveva stravolto la valle con il nuovo bacino d’acqua, mentre tutti i rilievi circostanti non avevano subito mutazioni. Sopra i modesti rilievi di Monte Cardito e Monte Coculle un tempo non molto lontano passavano gli aerei inglesi e americani, per lanciare con ilparacadute indumenti e viveri per i prigionieri. La scena era la stessa di allora, con i profili del Gran Sasso e della Laga. Le nuvole, obbligate dal maltempo, ridisegnavano i profili delle montagne, ma la materia rimaneva sempre quella.

domenica 10 novembre 2013

La Grotta dell'Oro della Val Maone dall'antico percorso di Pietracamela

Da Pietracamela saliva un’antica strada che metteva in comunicazione i due versanti del Gran Sasso, percorsa un tempo come tragitto più breve per L’Aquila da pastori e commercianti. La gola del Rio Arno con le sue cascate e i suoi affacci su Pizzod’Intermesoli era in grado di suscitare molta suggestione, chissà cosa provavano quegli uomini del passato a dover affrontare l’incognita della montagna, di quel viaggio affidato a Dio e alla fortuna, portando nel cuore il pensiero delle persone care. Ilfondo del terreno si componeva di pietre come le originarie strade romane, quei sassi avevano visto il cammino di infiniti passaggi, ed ora giacevano nel silenzio di un mattino di novembre. Il rumore del vento spesso si confondeva con quellodelle acque del Rio Arno, il Foehn ci veniva incontro marcando la sua voce mano a mano che salivamo: lo sentivamo turbinare su Pizzo d’Intermesoli e Corno Piccolo, vestendo e spogliando il cielo di nubi con prepotenza ed impazienza. L’ingresso della ValMaone scopriva alla sua destra la preziosa cavità della Grotta dell’Oro, protetta da una piccola balaustra di alberi spogli, alcuni cespugli e bacche di ebbio. Un articolo pubblicato sulla Rivista del CAI di Roma – l’Appennino, n.3/1997 – parlava delle piccolegrotte sotto il Gran Sasso, di seguito la citazione riguardo la Grotta dell’Oro. La leggenda della corsa all'Oro. La cavità più stravagante è la Grotta dell'Oro, sempre in Val Maone, registrata al Catasto abruzzese con il numero 152. Il grandegrottone di ingresso risalta imponente sotto i bastioni rocciosi e gli orridi canali dell'Intermesoli. La leggenda narra che la presenza di luccicante pirite, scambiata in un primo tempo per preziosa vena aurifera, scatenò una vera e propria caccia all'orotra gli abruzzesi. In pochi sono pronti a giurare su questa ricostruzione. Resta però il fatto che ancora oggi, se si risale la pietraia sino allo sgrottamento e ci si avventura nei cunicoli più franosi (con la dovuta cautela), si possono trovare con una certafacilità sia i resti di antichi picconi che briciole di pirite. (Tratto da “Le Piccole Grotte sotto il Grande Sasso” di Lorenzo Grassi – Gruppo Grotte Roma “Niphargus”). Lasciavamo la Grotta dell’Oro per fare rientro, alle nostre spalle percepivamo il frastuono deglielementi che imperversava su Campo Pericoli, da lì a 24 ore si sarebbe scatenato un temporale talmente violento da causare imponenti frane: tronchi, fango e pietre avrebbero occupato un tratto dell’unica via di accesso al paese, isolandolo.

sabato 2 novembre 2013

Austria - Un pomeriggio a Innsbruck

Verso le sei del pomeriggio quasi tutti i negozi di Innsbruck erano già chiusi. I palazzi storici del centro rischiaravano la lorobellezza con fari e lampioni, mentre il passaggio delle persone veniva catturato dall’obiettivo della macchina fotografica comeuna serie in progressione di ombre. Café Sacher rimaneva aperto fino a mezzanotte, condividevamo la memoria dei tantipersonaggi famosi che in circa un secolo e mezzo  avevano assaggiato la matrice originale della Sachertorte. La sera siperdeva nei vicoli del centro, finendo di contare le sue ore in una delle tante birrerie vicine al Tettuccio d’Oro, tra luci soffuse egente educata, voci tranquille e atteggiamenti riservati.

Austria - Anello di Elferbergbahn da Kampl Neustift im Stubaital

La valle di Neustift si chiudeva nella parte sommitale, lasciando agli occhi la fitta  visione di una coltre nuvolosa. Il recente frontesopraggiunto aveva portato in quota neve e nebbia, mentre nella vallata sottostante si era stabilizzato l’autunno. Una strada siinsinuava nella Pinnis Tal, lasciando scoprire la bellezza educata delle campagne austriache, curate e dall’erba rasa, impreziosite ditanto in tanto dalle piccole baite di montagna. Lo sguardo era in grado di cogliere maestosi profili montuosi, tratteggiati dinanzidai ripidi sentieri che ne cercavano l’accesso. Infinite distese di larici scaldavano la costa delle montagne, trovando un grossorisalto dall’accostamento con i pini neri e gli abeti rossi. Le nuvole andavano e venivano, e a volte, per poco, si aprivano dei veri epropri varchi di luce. Raggiungevamo la località di Elferbergbahn, godendo dall’alto di un maestoso punto di vista sull’intera vallata.

venerdì 1 novembre 2013

Austria - Il Ghiacciaio dello Stubai

La neve si adagiava sui rilievi più alti delle montagne tirolesi, regalandoci il fascino di visioni invernali, ma la vallata che ospitavaNeustift era solo l’anticamera della dimensione fredda. Scoprivamo il Ghiacciaio dello Stubai incastonato al di sopra degliimpianti, adagiato tra le lame affilate delle morene, che nelle quote più basse si scarnificavano al sole. La bellezza dell’invernosi spiegava su circa 110 km di piste sciabili, dando attività al più grande ghiacciaio dell’Austria.