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sabato 23 agosto 2025

Antichi tholos sulle montagne di casa, tra i rilievi di Cansatessa, San Vittorino e Arischia

La montagna di casa, quella che c’è sempre, nonostante tutto, come una carezza d’infanzia. Quella che puoi anche perderti con lacertezza che saprai ritrovarti. Quella dove le stagioni passano, riflettono animi e sentimenti che fanno eco alla vita che passa con lesue di stagioni. Pietra dopo pietra, anno dopo anno, secolo dopo secolo, da un millennio all’altro, lavori infiniti di uomini avevanosistemato quei maceroni, diramando una lunga serie di grandi mura a secco poste a definire limiti di coltivi e terrazzamenti. Tra unaleggera boscaglia impreziosita di rovi, rose canine e giovani roverelle, scoprivamo un dedalo di pietre dimenticate che raccontavanola bellezza di primitive montagne di casa, dove l’uomo si adattava e riadattava la natura intorno a sé con qualche opera dinecessario utilizzo. Dalle grandi mura di macere alcuni tholos di edificazione sottofascia si aprivano intatti inviolati dal tempo,con la loro anima scarnificata che davvero non poteva essere ancor più essenziale. La bellezza rigorosa della pietra custodiva dei piccolivarchi bui affacciati nel passato dei nostri antenati. Grazie ad Alessandro Chiappanuvoli per averci accompagnato sulla suamontagna di casa. La capanna sotto fascia. Quelle capanne ricavate nei declivi, nelle grosse macere e nelle mura dicontenimento dei campi hanno spesso il solo ingresso visibile, risultando per il resto completamente sotterrate e di ridottissime dimensioni. Questo tipo di ricovero è costruito all’atto di edificazione del muro di terrazzamento […] testo in corsivo trattoda “Pietre d’Abruzzo, Guida alle capanne e ai complessi pastorali in pietra a secco” di Edoardo Micati, Carsa Edizioni, 2001.

domenica 14 febbraio 2021

I ruderi di Santa Maria delle Verdi e i tholoi di Monte Manicola

I ruderi di Santa Maria delle Verdi giacevano nel silenzio di una strada solitaria, l’unica ormai che nel nome ne manteneva ancora la memoria.Non vi erano informazioni su quell’antico luogo di culto dimenticato, soltanto rovi ed arbusti irrigiditi dal freddo pungente di febbraio. Unaneve sottile ed asciutta scendeva noncurante sui pendii addolciti di Monte Manicola, dove resti di antichi tholoi raccontavano l’eco divecchi ripari fatti di pietra, rigore e fatica. Il candore della neve unificava la visione del tempo e dello spazio: mi piaceva pensare che la neve di adesso fosse la stessa di allora e che mantenesse la sua memoria oltre il bisogno umano di contare gli anni. Tutta quella bellezza, tuttoquel silenzio, si lasciavano lambire dal vento, che mostrava la sua fisicità con piccoli vortici di neve. I resti della chiesa di Santa Mariadelle Verdi sono localizzati in queste coordinate: 42°20'42.68"N 13°29'8.09"EPer un approfondimento sui tholos di Monte Manicola si consiglia il libro “LA MONTAGNA DELLE CENTO THOLOI” di Raffaele Cusella,prefazione di Fulvio Giustizia, disegni di Massimo Scimia - Cellamare - L'Aquila, 1997.

Di seguito un breve testo riguardante la Chiesa di Santa Maria delle Verdi, tratto dal libro “Paganica attraverso i secoli – dalla Paganica Vestinorum alla fine della Paganica Comunale”, di Sac. Ercolino Iovenitti, stampato nel novembre del 1973 nella Tip. LABOR di Sulmona.

"La Chiesa di «S. Maria Valle Viridis» si raggiunge con la strada Paganica – S. Gregorio in località «la Crocetta». Già esistente nel 1595 – come si legge nel basso sul semidistrutto affresco della parete di fondo «Madonna col Bambino» molto bello – passò di proprietà del Duca di Costanzo nell’anno 1759 (96) e, nell’anno 1830 (97), fu proposta come chiesa del nuovo «camposanto» di Paganica.

Il Mariani ci fa sapere che sin dal 1719 era di proprietà di D. Micantonio Civisca (98) e che oltre all’Altare Maggiore, (in cui il Duca di Costanzo aveva la Cappellina e il diritto di Patronato con una S. Messa in tutte le feste e sabati) vi era un altare dedicato a «S. Nicola».

Oggi la chiesina è tutta distrutta e non restano che i soli ruderi di essa con la sola piccola testimonianza del semidistrutto affresco della Madonna di Valle Verde. Vorremmo che tutte queste chiesine rurali ben rinnovate tornassero ad essere per il popolo paganichese mèta delle passeggiate festive, oggi tornate molto di moda, tanto benefiche al fisico e allo spirito."

(96) ACAA, S. Visite di Mons. Ludovico Sabbatini, 11 Settembre 1759, Cartella 266
(97) Cfr. p. 438 di q. s.
(98) Mariani E., 101, vol. B, p. 255

venerdì 14 febbraio 2014

Le capanne a Tholos di Monte Manicola

Nei primi vent’anni dell’Ottocento, con la stesura del Catasto Provvisorio in Abruzzo, parecchie persone accorsero in montagna con lo scopo di impossessarsi di un pezzetto di terra,cercando di fornire, attraverso muri a secco e costruzioni edificate velocemente, una testimonianza per il diritto di proprietà. Vennero occupati anche  luoghi aspri e selvaggi,lontani dai centri abitati e difficili da vivere, tanto che la pietra divenne presto un elemento fondamentale per adattare la natura alle proprie esigenze, per sopravvivere. I campi da coltivarevenivano bonificati con cura dai nostri antenati, che sasso dopo sasso avevano accatastato grandi maceroni, costruito muri a secco, ed edificato i tholos, le famose capanne in pietra chegarantivano un rifugio, a contadini e pastori, nei periodi di maggior lavoro. Tra Monte Manicola e Colle del Vescovo vi erano tantissime testimonianze di tholos, molti dei quali purtroppocollassati sotto il peso della propria mole. Si confondevano tra i tanti accatastamenti di pietra, lasciandosi distinguere soltanto alla base grazie al verso ordinato dai sassi. La loro funzionalità siera spenta da molti decenni, e la natura mano a mano li riassorbiva sotto una figurazione di terre incolte. Tra gli alberi, alle basse pendici di Monte Manicola, una capanna a tholos siconservava in maniera sorprendente, dando sfoggio della maestria di chi l’aveva costruita. Gli studiosi la classificavano come la più grande di tutta la zona, e fortunatamente continuavaa preservarsi grazie al rispetto della gente del posto. Il suo interno si componeva di sedili in pietra, di un ripostiglio e addirittura di un camino, tutto perfettamente conservato, mentrela cupola sommitale era chiusa da un’enorme lastra di roccia che scaricava il suo peso sulle pareti circolari. Visto da fuori si inseriva totalmente nel paesaggio, con il tetto ricoperto di terraed arboscelli che ne fissavano ulteriormente la struttura grazie alle loro radici.