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sabato 15 maggio 2021

La Rocchetta di Ovindoli e la Valle d'Arano

La Valle d’Arano si raccoglieva alle pendici meridionali del Sirente, protetta dai rilievi circostanti e cinta dal bosco attiguo. I suoi pratimostravano tutta la bellezza del verde rinnovato, mentre i primi fiori sgualciti dalla recente pioggia effondevano maggiormente i loroprofumi. Sopra un modesto rilievo, adiacente all’imbocco della valle, vi erano i resti della Rocchetta di Ovindoli, tracce a malapena visibili diun antico castello-recinto posseduto nel XIII secolo da Berardo della Rocca di Arano. L’antica fortificazione bassomedievale lasciava ormai ilsuo posto ai pascoli, con distese di prati dispiegati in morbidi avvallamenti. I cavalli al pascolo conferivamo ulteriore quiete a quellavisione così rilassante, semplice, antica.

domenica 28 marzo 2021

Monte Sirente dalla Valle d'Arano

Il sentiero dalla Valle d’Arano trovava continuità nella neve soltanto ai Prati del Popolo, da lì in poi un’immensa coltre bianca ammantavauniformemente i morbidi pendii meridionali del Sirente. Tutto si infondeva di bianco e d’azzurro, grazie al riverbero del cielo limpido ingrado di definire lontananze e con solo pochi accenni di nuvole. Mano a mano che salivamo mi piaceva osservare la Piana del Fucino, chedelineava i suoi campi coltivati come una geometria scomposta di tasselli cromatici perfettamente incastonati tra loro, variati disfumature differenti sotto i riflessi della luce. Il lungo tragitto si concludeva sulla cima, strapiombante a Nord, all’ombra di cornicisospese.

domenica 20 ottobre 2019

Monte Sirente dalla Valle Lupara

Il versante Nord del massiccio del Sirente si avvaleva della bellezza contrapposta di morbidi pendii boscosi sovrastati da severe bastionaterocciose, luoghi impervi e desolati a ridosso della morbidezza di fogliami rosseggianti. Seguivamo il sentiero n° 15 con segnaletica CAIdel Parco Regionale Sirente-Velino che dallo chalet presso Fonte all’Acqua raggiungeva la cima della montagna. Il percorso ricalcavaparte di antiche mulattiere in passato percorse dai boscaioli che vivevano di quelle faggete, e dai nevaroli che in tempi remoti eranosoliti raccogliere il ghiaccio nel ventre della Neviera, antichi mestieri che riecheggiavano alla memoria ad ogni svolta di sentiero, tra unabellezza filtrata di luce calda e il sottobosco accogliente. Usciti dal bosco lo sguardo si innalzava su bastionate di roccia verticali, dove unpercorso aereo marcava la via più agevole, mentre alle nostre spalle ammirava i profili del Gran Sasso e della Majella, per poi andare aperdersi oltre, lungo i confini del mare e del cielo. Attraversavamo la Valle Lupara nella sua parte alta, col privilegio di un punto di vista chene contemplava la conformazione maestosa, dove punti di fuga e pensieri scivolavano ripidamente nel suo canalone ghiaioso. Raggiuntoil filo di cresta ai nostri occhi si apriva anche la visuale verso Sud, dove ogni rilievo declinava dolcemente dando respiro a stazzi e vallate.Anche qui la vista era magnifica e aperta, tra radure desolate e lunari raggiungevamo facilmente la cima, con lo sguardo rivolto anche versogli altri profili dei monti d’Abruzzo. Il percorso è indicato per escursionisti esperti, ha un dislivello di circa 1200 metri per unalunghezza complessiva di 12 km. Se non si ha conoscenza del percorso è importante affidarsi a guide competenti, per una giusta sicurezza, per ilrispetto dell’ambiente, del prossimo e di se stessi. Articolo pubblicato sul portale abruzzoturismo.it - link - come rappresentante “AbruzzoSmart Ambassador”. 

domenica 3 marzo 2019

Monte di Canale dal versante di Collarmele

La primavera meteorologica era entrata, si sentiva nell’aria, si vedeva nel cielo disteso. L’umidità della Piana del Fucino si raccoglieva nellasua valle e con straordinari giochi di velature alleggeriva tutte le montagne circostanti. Il suolo recava in dono la fioritura dei primicrochi, di una bellezza semplice e rigorosa, puntuale ad ogni primavera. Alcuni cavalli pascolavano sulla quiete dei pendii mentre a monte sitratteneva ancora l’inverno che con la sua mano bianca aveva livellato ogni crinale. Monte di Canale dedicava al Sirente un magnifico punto divista sul suo versante settentrionale, custode di antiche neviere. Il vento aveva modellato quella materia bianca a seconda dei suoi flussi,scoprendo sassi, riempendo vuoti, cancellando pensieri. Tutto scivolava verso valle, nulla aveva più importanza, solo la contemplazione dellabellezza.


giovedì 29 dicembre 2011

Il rifugio La Vecchia da Rovere

I morbidi pendii del Sirente erano addolciti ancor di più dal candore della neve, che così distesa a chiazze, a causa del vento, rivelava la realtà di due visioni contrastanti. Le pietre si stemperavano alle velature di una debole calaverna, mentre la coltre nevosa a volte ci teneva e a volte si lasciava sprofondare.Tutti quegli accumuli di neve seguivano la mano magistrale dei venti, che così sapienti delle proprie correnti modellavano tutto come le dune di deserto. Il Rifugio La Vecchia giaceva all’ombra del Sirente, incastonata su di un balcone naturale che ammirava il Gran Sasso e la Majella. Quel piccolo riparo teneva memoria dellagente che andava e che veniva, ma soprattutto tratteneva l’amore di chi l’aveva costruito: negli occhi di alcuni dei fondatori c’era il benevolo ricordo di ogni sasso ed ogni legno deposto ad edificarlo. La vecchia omaggiava una lunga maturità, fatta della memoria di un bambino durante gli anni della guerra, quando iboschi erano accoglienti per gli italiani e inospitali per i tedeschi, quando i tetti dei ripari si vestivano di zolle di terra alla ricerca di una mimesi che potesse dare scampo. Era sulla scia di quei ricordi che si edificava quel rifugio. Ammiravo la generosità di questi fondatori, che nonostante tutto continuavano da anni a mettere adisposizione la propria baita a chiunque passasse, ed io ero proprio fortunata ad averli incontrati oggi, per poterli conoscere e poterli ringraziare. All’interno, una descrizione raccontava come era nato il rifugio: Era un caldo pomeriggio d’agosto dell’anno 1993, insieme all’amico Sergio decidemmo di fare duepassi in montagna. Senza chiederci dove ci saremmo diretti, prendemmo il sentiero che da Rovere conduce sul monte Sirente a 2349 metri d’altitudine. Dopo meno un’ora di cammino a buon passo, ci lasciammo alle spalle Mandra Murata e superati due valloncelli, abbandonammo il sentiero segnato dal CAI perdirigerci verso sinistra. Risalimmo la cimata che separa il versante SO, che degrada nudo con dolce pendio, e il versante NE, che scende ripido sulla sottostante vallata di Fonte Anatella. Ci sedemmo su quelle rocce e restammo ammaliati ad ammirare e goderci gli splendidi panorami che madre natura, cosìgenerosamente e gratuitamente ci offriva riempiendoci lo sguardo con la sottostante vallata, ricoperta da una verdeggiante faggeta, e le lontane vette del Velino, del Corno Grande del Gran Sasso e del Monte Amaro della Majella che si stagliavano nel lontano orizzonte. Mentre con l’amico Sergiomeditavamo compiaciuti queste sensazioni, scorgemmo scendere da una valletta costeggiante la parete rocciosa, un solitario montanaro che, con passo lento ma sicuro come di chi stanco dopo una lunga giornata di lavoro, fa ritorno a casa. Quando ci fu vicino, lo riconoscemmo; era lui ….un altroappassionato della montagna, l’innamorato del monte Sirente: Nicola. Dopo i convenevoli di rito chiedemmo a Nicola da dove veniva, ben conoscendo che quel pianoro finiva poco più avanti lungo quell’estesa costiera che per una decina di chilometri, da NO a SE, costituisce una tra le più belle ed affascinanti catenemontuose dell’altopiano delle Rocche. “Ho iniziato la costruzione di un rifugio laggiù infondo”. Fu la risposta e alzando il bastone lo orientò in quella direzione da dove, qualche momento prima, l’avevamo visto venire. La curiosità fu molta, così mentre Nicola riprese la strada di ritorno, noi decidemmo di andare a vederel’opera appena intrapresa. Il vallone che conduce al rifugio, dopo un’iniziale depressione, corre parallelo alla soprastante parete rocciosa che lo sovrasta sul lato destro in direzione di levante, mentre sulla sinistra una fitta vegetazione arborea, costituita in prevalenza da faggi, scende ripida nella sottostantevallata tra la Fonte dell’Anatella e i prati del Sirente. Percorrendo questo pianeggiante prato ricoperto di un soffice e variopinto tappeto erboso e cosparso di fiori dalla variatissima gamma di colori che s’insinuano fin tra le rocce ravvivandole con le loro brillanti corolle, scorgemmo, all’ombra di unboschetto di faggi, il costruendo rifugio. Tra grossi massi, precipitati in ere lontane dalle soprastanti vette, Nicola e il suo amico Ugo, compagno di tante avventure in montagna, avevano iniziato la costruzione realizzando le basi con muri di pietra a secco e travi di legno. Confesso che l’iniziativa mi entusiasmòmolto tant’è che non esitai a rendermi disponibile per una valida collaborazione coinvolgendo anche molti altri amici che, in tempi e modi diversi, hanno contribuito alla completa realizzazione dell’opera. Il rifugio “La Vecchia” oggi è meta di stupende escursioni sia estive che invernali ed è aperto a tuttiaffinché ognuno se ne possa servire ed apprezzare quanto è stato fatto da: Nicola, Ugo, Ezio, Fabrizio e Francesco, ideatori e realizzatori dell’opera con la valida collaborazione di altri amanti della montagna come: Romano, Giorgio, Sesto, Siro, Fausto, Elvira e molti altri, ai quali va tutta la nostra gratitudine e riconoscenza per la disponibilità dimostrata.