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Erice
guardava a 360° sia il mare che l’entroterra siciliano, così custodita sul
rilievo di Monte San Giuliano. La sua storia raccontava testimonianze di
antiche civiltà, mischiate non solo
all’archeologia ma anche al mito di
divinità importanti legate al culto della fecondità e dell’amore. In principio
furono gli Elimi ad edificarne un tempio, di seguito vennero i Fenici con la
loro Tanit,
i Greci con Afrodite, ed i Romani con la Venere Ericina, come se il
territorio stesso fosse per eccellenza ispiratore di tutte le derivazioni della
bellezza e dell’amore. Sorta nell’VIII secolo a.C.
la città di Erice si cingeva
di mura megalitiche, portava lo splendore del Castello di Venere del periodo
normanno, e il Duomo alleggerito da forme gotiche trecentesche. Una fitta rete
di
vicoli tesseva l’antico paese rivestito di pietra: il medioevo teneva fede
alle sue forme rigorose, così belle e remote, suggerendo il sapore della vita
di un tempo. Da lassù la vista spaziava sia
sull’entroterra di Trapani che sulla
costa di San Vito lo Capo: vedevamo davanti a noi le Isole Egadi, la nostra
prossima destinazione, intervallate dal mare e dalla pacata rifrangenza delle
saline.
Scoprivamo
sulla costa di Trapani le montagne di sale, abbellite dai bacini della
decantazione delle saline. In questa area, dove il mare si confondeva con la
terra, la natura dava sfoggio di specchi rivolti al cielo, come se tale dialogo
volesse riguardare tutti gli
elementi del creato. Una condizione particolare di
nuvole donava rifrangenze pacate e luminose, mentre l’interno della Sicilia si animava
di tuoni e fulmini, visibili bene anche da dove ci trovavamo. Lungo il
litorale tra Nubia e Mozia quell’infinita
distesa di specchi comunicanti
sfumava dal bianco al rosa, accogliendo gabbiani, anatre selvatiche, aironi ed
altri uccelli protetti dalla Riserva. Istituita con decreto dell’Assessore Regionale Territorio e Ambiente n.257 dell’11 maggio 1995, è
stata affidata in gestione all’Associazione Italiana per il WWF. La Riserva si estende su quasi mille ettari, suddivisi in zona A di Riserva (707 ha) e zona B di Pre-Riserva (278,75 ha). Il personale impiegato dall'Ente Gestore consta di 4 operatori di
sorveglianza e un direttore. Gran parte della Riserva include proprietà private, nelle quali piccole e grandi imprese esercitano la millenaria attività della "coltivazione" del sale. Il sito costituisce una delle più importanti aree umide costiere della
Sicilia occidentale; occupato in gran parte da saline coltivate in maniera tradizionale, con pantani e campi coltivati in aree marginali, le sue valenze biologiche sono plurime, interessando aspetti faunistici (uccelli, pesci, artropodi), floristici,
vegetazionali. A queste valenze si aggiungono quelle paesaggistiche, etno-antropologiche, architettoniche, storiche. Tratto dal sito http://www.wwfsalineditrapani.it/.
Il
1 maggio del 1947 circa duemila lavoratori, soprattutto contadini, della Piana
degli Albanesi si erano ritrovati nell’avvallamento di Portella della Ginestra
per manifestare
contro il latifondismo. Da poco il Blocco del Popolo aveva
vinto le ultime elezioni per l’Assemblea Regionale Siciliana, si potevano
occupare le terre incolte e festeggiare la vittoria appena
conquistata.
Improvvisamente, dalle colline circostanti, partirono numerose raffiche di
mitra, la gente in festa e fiduciosa per il futuro si trovò persa e
terrorizzata, 11 persone morirono sul
colpo, mentre altre morirono in seguito
per le ferite riportate. Furono accusati i latifondisti, ma circa dopo quattro
mesi venne fuori la verità, che dietro
quelle mani portatrici di morte si
nascondevano gli uomini del bandito
Salvatore Giuliano. Dopo anni, Portella della Ginestra ricordava quei morti
attraverso un’opera di land art, i nomi delle vittime si incidevano nella
pietra
e portavano con sé il colore rosso del sangue. L’erba secca e i fiori di
cardo suggerivano la solitudine che provava l’uomo al cospetto dei terribili
avvenimenti, delle tristi memorie che ormai sono
accadute e non si possono più
cambiare. Il vento portava nuvole e contrasti, mentre la memoria rimaneva fissa
sulla pietra.
Fuggivamo
dal traffico di Palermo alla ricerca di dimensioni più tranquille, eravamo
diretti a Monreale per ammirarne l’abitato e la bellezza del famoso Duomo, Patrimonio
dell’Umanità. La maestosa cattedrale lasciava leggere la sua bellezza già dal
di
fuori, ma una volta varcata la soglia d’ingresso scoprivamo un ulteriore splendore:
l’interno della chiesa era completamente rivestito d’oro, decorazioni e mosaici
raffinatissimi avevano il privilegio della rifrangenza, amplificando la luce
del sole in un
irradiamento prezioso. Era una luce diversa, ricavata dall’ombra,
in grado di portare con sé il silenzio degli spazi, tutta la sua storia e il
mistero dei secoli. Il sacro era in grado di dimorarvi nonostante l’ostentata
ricchezza, trovava in tutto quell’operato
minuzioso la dedizione di chi
attraverso il lavoro portava il proprio sacrificio. Al di fuori della maestosa Cattedrale,
l’abitato di Monreale si componeva di circuiti turistici ben tenuti, strade pulite, piccole botteghe e negozi. Proprio dietro la chiesa c’era
una
bottega del mosaico, con un’artigiana intenta a compiere il suo lavoro, incasellando
piccoli tasselli di vetro con foglia d’oro, le chiesi delle informazioni in
quanto anche io ero in grado di operare la tecnica delle vetrate, e così cominciammo
una
piacevole conversazione, alla fine della quale mi regalò un piccolo
tassello d’oro asserendo che mi avrebbe portato fortuna. Ci sono delle persone che
anche se sconosciute hanno la capacità di distinguersi positivamente, forse grazie
all’abilità sita in loro della
creazione, si differenziano anche se non si
conoscono. La prossima volta che opererò con il vetro inserirò quel piccolo
tassello d’oro.
Sotto
Palermo, ingarbugliata di strade, dove tutti correvano freneticamente,
riposavano le Catacombe dei Cappuccini. Tutto immediatamente si spegneva,
cessavano i rumori, e persino la gente non parlava più. Centinaia di mummie si
disponevano a
rivestire le pareti dei corridoi comunicanti, diventando materia
espositiva di quello che un tempo era la vita. Chissà quanti sogni avevano motivato
quelle membra, quante speranze e sentimenti avevano esaurito quella materia organica.
Tutto giaceva come
sostanza immobile, il penultimo stadio prima della polvere,
prima di quel tutt’uno generale che mi piace pensare come elemento sostanziale
del mondo. I vivi si prendevano gioco della morte mettendone in vendita l’apparenza facendo pagare un biglietto
all'ingresso;
lì sotto c’erano tutte le classi sociali divise per categoria, come se fosse un
dettaglio irrilevante che la morte sia l’unica portatrice di uguaglianza.