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A Borgo Universo si respirava l’aria del dialogo tra
microcosmo e macrocosmo, miriadi di colori si addossavano sui muri come
vestiti
preziosi, in un gioco equilibrato tra il vecchio e il contemporaneo. Mi piacevano
moltissimo le creazioni dei tanti
artisti giunti da diverse parti del monto a
rendere la propria opera in quel luogo, dimostrando che per fare arte non è
necessario vivere in
una grande città. La Torre delle Stelle dominava sul paese
e ammirava la Piana del Fucino, lì dentro un osservatorio astronomico
indagava
l’universo e il sole, la stella più bella, la luce pura che attraverso i suoi
spettri da sempre vibrava i colori. Seguivamo
con interesse il filo conduttore
delle immagini, richiami sottili sull’indagine dell’esistenza.
L’Abbazia di San Liberatore a Majella sorgeva su un luogo
sacro, erano molti gli indizi che lo lasciavano supporre. In quell’antica terra
monasteriale vi era il culto delle acque, la suggestione del contatto diretto
tra uomo e natura, antiche testimonianze velate dalla storia che
giungevano
solo in parte fino a noi, ma che nonostante questo non perdevano il fascino
intrinseco del loro valore. Oltre al rigore elegante
della pietra lavorata
della Majella vi era l’essenza della spiritualità. Su di una delle pareti
esterne trovavo l’incisione di un fiore della vita, non
sapevo che lì ce ne
fosse uno, la sorpresa mi lasciava incantata, come a ricevere un dono
inaspettato, bellissimo auspicio nel primo giorno
dell’anno. Un sentiero
scendeva fino al fiume per poi attraversarlo e risalirlo: poco distante vi
erano le famose tombe rupestri ricavate nella
parete rocciosa alla destra
orografica del Fiume Alento. Gli storici supponevano si trattasse di un luogo
di sepoltura di un piccolo gruppo
eremitico stabilitosi lì intorno all’XIII-IX
secolo. Un cartello informativo ne descriveva la struttura: "composto da una parete lunga
circa venti metri in cui sono collocate
tre tombe scavate nella roccia, una piccola nicchia ed una cappellina, le tombe
sono del tipo ad
arcosolio, utilizzate nelle catacombe cristiane soprattutto
dai ceti nobili. Questo genere di sepoltura può ritenersi non successivo al X
secolo. Proseguendo lungo la parete e attraversando una piccola cappella che
racchiude una vasca con funzione di acquasantiera, tre
gradini portano a un
podio, su cui doveva poggiare una statua, sulla parte retrostante del podio
sono visibili resti di affreschi illeggibili a
causa dell’umidità". (Testo tratto
da un cartello informativo del luogo a cura del Parco Nazionale della Majella).
Castel Menardo sorgeva a sud dell’abitato di Serramonacesca,
sopra un’altura che gli garantiva un magnifico controllo visivo. I ruderi
rimasti
rendevano idea dell’importanza, non c’erano molte informazioni sulla sua
origine, la datazione del primo impianto,
secondo Abruzzo dei Castelli,
risaliva al XII secolo. Il fortilizio,
eretto per la difesa dell’abbazia benedettina di San Liberatore a
Majella e già
distrutto sul finire del XV secolo, è caratterizzato da un impianto triangolare,
ancora riconoscibile; in una delle estremità si
innesta un corpo quadrangolare
e nei restanti vertici liberi sono poste due torri circolari. (Testo tratto
da Guida ai Castelli d’Abruzzo – Carsa
Edizioni). La bellezza suggestiva del
luogo, raggiungibile da un comodo sentiero lungo circa un chilometro, passava
dal fresco
dell’ombra al caldo della pietra assolata. Quelle magnifiche mura si
ergevano dominanti sulla Valle dell’Alento, l’interno svelava
vuoti incavati
nella roccia, le divisioni dei vani, una cisterna ed un ambiente ipogeo, tutti
spazi che il tempo aveva velato con muschi
e vegetazioni spontanee. Quadrato,
Cerchio e Triangolo trovavano luogo in quell’architettura magnifica.
Il primo giorno dell’anno si vestiva dei colori iridescenti
dell’alba, la nebbia inondava le colline sottostanti della costa abruzzese
dando
l’illusione dell’estensione del mare. Alle nostre spalle avevamo la neve
del Blockhaus, la Majella così dominante viveva il privilegio di far
correre lo
sguardo dalla montagna al mare. Dalla notte al giorno si avvalorava la
percezione della luce: lo scoccare della mezzanotte aveva
fatto schiudere fiori
di fuochi artificiali, sotto di noi ovunque brillavano luci pirotecniche,
vibranti e brillanti come tante esplosioni di stelle.
Sulla cima di Monte Calvo, circondata da panorami familiari,
portavo un saluto all’anno appena trascorso. La parvenza dell’inverno giaceva
soltanto sulla parte culminale della montagna, le miti temperature ed il
riverbero del sole illudevano alla primavera che sotto le vallate già
pareva
percepirsi. Le lingue di neve giacevano nelle vallette e nei fossi, mentre a
nord era tutto immacolato nel freddo fermato dall’ombra.
Salivo dalla Jubbera
e scendevo a ridosso della Costa Serpentana fino ad intercettare la carrareccia
per Fonte Crovella, vi era molta acqua e
un getto importante. Un altro anno era
trascorso, mi piaceva salutarlo così, con la gratitudine per tanta bellezza da
contemplare, lungo
sentieri rasserenanti, quiete dell’anima, semi di
riflessioni.