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La luce rada dell’autunno allungava le ombre affinandole in sottili estensioni. Monte Calvo girava lo sguardo dalla sua posizione
centrale nel privilegio visuale che mirava al Gran Sasso, alla Majella, alla Laga e al Velino – Sirente, al gruppo del Nuria, al
Terminillo e alle zone più lontane dei Sibillini, mantenendo intatta anche la percezione bellissima verso le montagne minori, quelle
dei contrafforti e dei rilievi meno conosciuti, nell’intervallo disteso dei grandi altipiani di Rascino, Cornino e Piscignola. Colle
Renose si affacciava verso Sud dando spettacolo di tre Grifoni della Riserva della Duchessa che assecondavano la loro natura
sfruttando le varie correnti ascensionali, che dal fondo della valle si verticalizzavano nel cielo, regalandoci lo spettacolo unico di
somme planate circolari. Di tanto in tanto sbattevano le loro enormi ali per spostarsi verso altre correnti: in quel momento
sembrava incredibile ma erano talmente maestosi da darmi l’illusione di sentirne il suono dando corpo ad una sinestesiaperfetta. La leggerezza faceva parte di quella giornata da ogni angolazione visibile, tutte le montagne si velavano di umidità e
condensazioni, tanto da sovrapporsi di trasparenza in trasparenza. Sembravano come delle isole galleggianti, sospese e
disperse in un mare vaporoso, più vicino ai nostri sogni che alla realtà. Monte Calvo è una montagna speciale.
Il freddo brinava la via del sottobosco, stemperandone i toni in una colorazione diafana, mentre il silenzio si diffondeva ovunque, tra gli alberi e gli avvallamenti, rivestendo pietre, rami spogli
d’autunno e sconfinati punti di vista resi perfetti da un’aria nitida. L’alta pressione caricava il cielo di colorazioni bellissime, vive della sovrapposizione di toni di indaco ed evanescenze: la Majella
baciava la morbida cresta del Sirente, trovandone il contatto, mentre nelle nostre prossimità tutti gli avvallamenti sottostanti scivolavano verso il basso, trovando la calma solo
lungo gli altipiani. La Valle del Puzzillo era bellissima così rivestita di rocce e macchie di ginepro, i tanti avvallamenti ne movimentavano la linea, componendola di chiarori distesi e
rilassanti. Vena Stellante raccoglieva tutto, pareva come una grossa entità da ringraziare per il beneficio di uno spettacolo così bello. La prima neve si adagiava nei versanti a Nord, trattenendosi
tra pietre ed erba bruciata, i pensieri scivolavano tutti su quel candore dolce, anticipatore d’inverno. Dietro il Costone ulteriori paradisi si aprivano dinanzi ai nostri occhi, uno su tutto era il
Monte Velino, completamente innevato e assoluto: la vista si apriva improvvisamente su di lui rivelandone con sorpresa la sua maestosa imponenza. Il Lago della Duchessa giaceva nel silenzio
del Murolungo, raccogliendone le distensioni della sua alta parete verticale. Il lago, così bordato di sassi, appariva isolato nel suo candore, rivestito di un sottile strato di ghiaccio che lo bloccava
da ogni movimento. Un errore di percorso (il mio) ci portava fuori strada verso altri sentieri mai percorsi, lungo balconate aeree ed isolate, percorse da lepri e cerbiatti, e rese inquiete dall’eco del
bramito dei cervi, che da valle saliva fino sopra alla montagna. Con la decisione di continuare a seguire il sentiero, veniva la consapevolezza che saremo rientrati nella notte, ma non
potevamo fare altrimenti che intercettare la carrareccia che partiva da Prato Capito, unica soluzione percorribile nel buio. La notte amplificava ogni cosa. La luce delle nostre tre lampadine
rischiarava appena la strada, mentre i gufi e le civette si lasciavano andare nei loro canti notturni. Sopra di noi, la volta del cielo si avvaleva solo della luce delle stelle, rese protagoniste da
una debole luna. Grazie a Salvatore ed Alfonso, che ci venivano incontro con il fuoristrada facendoci risparmiare alcuni chilometri, dandoci così la tranquillità di proseguire in maniera
più distesa. Ho fatto tesoro di questa esperienza, ho capito che non bisogna mai dare nulla per scontato anche quando tutto è assolutamente tranquillo, e che bisogna tenere dei margini
maggiori di tempo (in inverno soprattutto) perché possono sempre capitare degli imprevisti, che difficilmente si risolvono nel buio. Tra i rami filtrava la scia di una stella cadente che così
forte del suo bagliore tagliava il cielo in una sezione perfetta: in quel momento mi appariva come la cosa più bella che potessi immaginare. Tanti auguri a Marco di buon compleanno!
Il crinale era rivestito da sempre vivi ed erba rasa, continuamente spazzolati dal vento ne parevano in qualche modo ordinati. Su
quella sommità trovava contrasto il Maestrale, la sua venuta da Nord era portatrice di freddo secco: quel vento ci accompagnava,
ci isolava, ci emarginava in riflessioni personali non permettendoci di sentire altro. Le montagne in lontananza si
sfumavano in delicate tonalità di indaco, era questo in assoluto il colore della leggerezza, quello che ne sintetizzava l’aspetto
spirituale, quello che dava il modo di individuarne l’anima, la sagoma, il profilo contenitore: all’interno di quella campitura
distesa c’era un paradiso perfetto. Tutto intorno a noi c’erano paradisi perfetti. Sopra di noi i grifoni della Riserva della Duchessa
sfruttavano le correnti ascensionali planando nel cielo con la loro maestosa grandezza, le loro ali si spiegavano al vento animandosi
in una bellissima danza, in grado di evocare sogni e desideri di appartenenza. La parte sommitale della montagna saliva
alternandosi a morbidi avvallamenti orizzontali, mano a mano si scopriva anche sul versante di Campo Felice, regalandoci la
percezione unica di una Majella innevata, incorniciata egregiamente dalle nostre montagne. Ma la neve soprattutto
rivestiva la zona del Velino, pareva come il frutto di un incontro d’amore tra il Vento Australe e Madre Terra della Montagna,
primo baluardo incontrato dal mare, palcoscenico unico di animazioni, condensazioni e trasformazioni della materia.
I boschi del Nuria spogliavano le loro chiome per rendere omaggio alla terra, tessevano un tappeto colorato sfumando
cromie dal mogano all’arancio. Ad ogni folata di vento una danza di foglie entrava in movimento sulle nostre teste, giungevano a
terra assecondando vortici dolci, lenti ed armoniosissimi. I tronchi grigiastri del bosco si vestivano di tonalità cangianti,
animando una suggestione sottile che a contatto con l’umidità dava addirittura impressione di velature di nebbia. Ma il tempo
era assolutamente perfetto, bellissimo e limpido, il cielo correva davvero su punti di vista lontani. Di tanto in tanto qualche nuvola
appariva sulle cime più alte che giravano intorno, ma erano innocue e solo apparenti. Monte Nuria da Sella di Corno era
davvero lontano. Seguivamo una via aperta dai boscaioli che saliva sul versante Est della montagna, inizialmente tracciata nel
fango si perdeva tra le foglie, fino poi a scomparire. Lì dentro le tonalità del grigio mostravano tutta la loro sensibilità, lasciandosi
respirare nel freddo dell’ombra, quella sensazione piacevole di contatto del primo approccio d’inverno. 
Il vento soffiava sul triplice confine, ormai divenuto divisorio solo dell’Italia e della Svizzera. Lo sguardo girava su paesaggi contrapposti, che dalle rocce alla neve contenevano ogni cosa. La
dolcezza dei larici ammorbidiva con il suo colore quelle asperità: così accostate ai pini dipingevano pareti immense tessendo una cromia meravigliosa, era questa l’immagine che più mi colpiva,
quella che nel cuore più mi rimaneva. Dal Rifugio Garibaldi si ammiravano molte cose, dinanzi a noi avevamo distesa tutto il resto dell’Europa. Il rifugio, costruito negli anni ‘ 60, è stato
edificato accanto alle rovine del vecchio albergo svizzero bombardato durante la Prima Guerra Mondiale (1915 – 1918) da un appostamento sito al “Forte Venini” di Oga, distante 11 km in
linea d’aria da tale località. Durante la grande Guerra le trincee, i forni delle cucine e le ormai diroccate costruzioni sparse sull’intero territorio circostante erano ricovero per ben 2000
soldati austro-ungarici. Dopo la sconfitta dell’Impero austriaco il confine venne però ridefinito e il territorio, l’attuale provincia di Bolzano, passò all’Italia. Forse per incrementare il patriottismo o
ancora per rinverdire la credenza popolare che voleva “l’Eroe dei Due Mondi” giunto fino alla sommità dello Stelvio - nominato allora Ferdinandshòhe, nel periodo fascista la rocca“Dreisprachenspitz” venne ribattezzata ”Cima Garibaldi”. Si dovette poi attendere l’estate del 2003 per assistere alla definizione, con vertenza e per fortuna senz’altra guerra,
dell’esatto confine tra il Comune di Bormio e quello dello Stelvio. (Informazioni tratte dal sito web del rifugio – LINK).