Una grande mano dai colori della terra si apriva nel cielo
rendendo fisicità al nome di Pentedattilo. Molte erano le suggestioni
che si
coglievano nel paesaggio, con
case “incuneate
all’interno delle spaccature e dei crepacci di questa piramide spaventosamente
selvaggia, mentre tenebre e terrore covano sopra l’abisso attorno alla più
strana abitazione umana…” le parole di Edward Lear,

scritte nell’estate
1847, descrivevano una personale suggestione che diveniva universale,
sentimenti immutati nel tempo che

tornavano sul profilo delle montagne, nella
natura arida della terra riarsa, negli strapiombi precipitanti sulle fiumare,
sulle

pietre conglomerate che si arroccavano al di sopra del castello. Il fascino
della Calabria Grecanica parlava una lingua tutta sua

che la legava agli
antenati. Nel 1930 anche Mauritius Cornelius Escher, esploratore dell’infinito,
aveva immortalato quelle forme suggestive

nei suoi disegni, a riprova che quando
la natura svelava l’abisso il sublime diveniva attraente.