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domenica 25 settembre 2016

Monte Brancastello dai Ruderi di Sant'Egidio per il Vado del Piaverano

Campo Imperatore si modulava di infiniti avvallamenti dove il pascolo lento di mucche e cavalli ne accresceva la quiete di radure sconfinate. Tutto si conteneva tra la mole maestosa del Gran Sasso e isuoi contrafforti meridionali, che così innalzati bruscamente aumentavano il senso di protezione di un luogo speciale. Dalle prossimità dei Ruderi di Sant’Egidio salivamo in direzione del Vadodel Piaverano, costeggiando lo sfogo di un fantasioso fiume di rena che dall’alto degli sfasciumi scendeva a valle. Mentre salivamo il candore della roccia si confondeva a tratti con quello delle nubi, maladdove il panorama si apriva lo sguardo correva libero fino al mare. La via delle stelle correva sul filo di cresta del Monte Brancastello, lungo sentieri facili e battuti che ammiravano uno dei volti più belli diCorno Grande. Sulla piana, alle pendici di Monte San Gregorio, i Ruderi di Sant’Egidio erano stati da poco oggetto di un’indagine archeologica svelando una chiesa vescovile a navata unica contransenna presbiteriale e numerose monete di rame e d’argento. Quell’antico insediamento segnava un importante crocevia dei nostri antenati che compivano la pastorizia transumante, i panoramisvelavano ancora il fascino antico dell’essenziale, dove i secoli passavano gli uni sugli altri mentre le montagne rimanevano eterne. 

domenica 10 luglio 2016

Monte Brancastello

A Campo Imperatore il mattino si vestiva di toni limpidi, il cielo nella notte aveva scansato ogni nube e per qualche ora tutto sarebberimasto invariato. Salivamo il sentiero di Monte Brancastello, trovando fin da subito affacci panoramici su balconate rocciose, tra lafioritura delle stelle alpine ed altri piccoli fiori di montagna. Le nuvole danzavano nella loro evoluzione, si sfilacciavano sulla crestain capriole umide, definendo sulle cime più alte i primi cumulonembi. Scesi dalla montagna la pioggia animava ogni cosa, si distinguevano irovesci che come presenze distinte si spostavano da una parte all’altra della piana, assecondando i voleri del vento.

domenica 16 gennaio 2011

Le Cascate del Ruzzo e il Castello di Pagliara

Il fiume Ruzzo è una risorsa idrica molto importante sia per Teramo che per il resto della Provincia, perché da circa 70 anni li alimenta di acqua, grazie alla complessa ideazione dell’acquedotto che annota la paternità dell’ingegnere Alfonso de Albentiis. Ilprimo salto visibile, nonostante la facile accessibilità, non perdeva le sue naturali caratteristiche, ma manteneva il sapore selvaggio dell’origine, davvero un piccolo paradiso carico di colori meravigliosi. Lo scroscio delle acque si timbrava talmente tanto dienergia da essere rigenerante per la testa, quasi non riuscivo a staccarmi da lì, quello scroscio d’acqua così potente mi faceva stare davvero bene. Il salto superiore della Costa dei Baroni era ancora più bello, si caricava dei colori al limite dell’allucinazione:il rosso vibrava più di tutti, si accostava al turchese e al verde intenso, dando illusione di primavera. Non ho mai visto una zona d’ombra così luminosa: nonostante l’esposizione a Nord (siamo nell’ombra di Monte Brancastello e Monte Prena, da cui sgorga ilFiume Ruzzo) tutto si irradiava in maniera ariosa e limpida. La calda temperatura di oggi ci allontanava dall’inverno: l’erba addirittura si rinverdiva, scoprendo, di tanto in tanto, anche timide margherite. Il Casello di Pagliara si addossava su di unpiccolo rilievo poco distante. Lassù, assieme a quei ruderi, c’era la presenza di una piccola chiesetta, che con la sua bellissima posizione, ammirava quasi tutto il lato Nord del Massiccio del Gran Sasso. Un cartello del Parco riportava le seguentiinformazioni: Santa Maria a Pagliara. Il primo impianto del castello risale al IX secolo. Appartenne ai Conti di Pagliara o di Collepietro, illustre casato dal quale provenne S. Berardo, vescovo di Teramo dal 1116 al 1122. La famiglia ebbe illustrirappresentanti fra i quali risultano numerosi abati, guerrieri e uomini di stato ed ebbe il dominio su buona parte della Valle Siciliana per circa 5 secoli. La nostra chiesetta, S. Marie de Paliaria, la troviamo sulle decime del 1324. Se molte sono lenotizie dei secoli successivi sul castello, sul feudo e sui feudatari di Pagliara sono invece piuttosto scarse quelle sul nostro luogo di culto. Quando Fra’ Nicola vi giunse, nel 1825, trovò la chiesa completamente diruta e la ricostruì aggiungendovi una parteabitativa. La prima domenica dopo Pasqua i fedeli di S. Massimo, frazione di Isola del Gran Sasso, e in misura minore quelli dei paesi vicini, si recano sul colle per i festeggiamenti in onore alla Madonna. Questa data non è fissa e se il cattivo tempo nonpermette questa breve scampagnata, la festa viene rinviata di settimana in settimana.

domenica 11 luglio 2010

Sentiero del Centenario


Ho sempre sentito parlare del sentiero del Centenario come il più attraente e spettacolare dell’intero Appennino. Personalmente non ho molti parametri di giudizio per potermi esprimere in maniera obiettiva, ma posso dire senza dubbio che è stato un giro bellissimo! Siamo partiti intorno alle 6 e mezza di mattina dalla sterrata che conduce a Vado di Corno (1924 m), ufficialmente è da lì che inizia il sentiero del Centenario. Considerata la lunghezza del percorso siamo partiti un po’ tardi rispetto una giusta scaletta tempistica, ma di meglio proprio non si poteva fare (e tra l’altro io stavo pure con tre ore di sonno!!). I colori di questa mattina erano davvero meravigliosi, e le montagne tramite quelli rivelavano tutta la loro leggerezza, scoprendosi come sacre. Guardare quei colori era come assistere ad una preghiera. Tutta la parte iniziale del percorso che passa su Monte Brancastello (2385 m) è stata una mano santa, perché attraverso la sua esposizione e la sua facilità mi ha dato modo di accostarmi in maniera graduale a tutto l’itinerario, insomma come una sorta di riscaldamento fisico e mentale. Non avendo la benché minima esperienza di ferrata, l’impatto visivo iniziale con le Torri di Casanova (2362 m) non è stato molto esaltante: l’attacco è ripido, e le corde e le scalette sono le stesse dal 1974. Non me l’aspettavo, credevo di avere più paura, eppure una volta su sono riuscita a trovare una giusta naturalezza nel contesto, i pensieri mano mano si sono accostati alla pietra, e il contatto con essa addirittura mi faceva stare tranquilla. Sembra assurdo ma è così. E poi ero in ottima compagnia (e quella fa tanto) in totale eravamo sette persone, di cui quattro accompagnatori del CAI di L’Aquila (Latino Bafile, Leucio Rossi, Gianluca Torpedine e Mario D’Angelosante). Abbiamo eseguito il percorso in tutta sicurezza, con casco, imbrago e kit da ferrata. Per chi ha più esperienza alpinistica magari tutto il percorso può sembrare così semplice da non prendere precauzioni (scrivo questo perché abbiamo incontrato diverse persone che eseguivano questo giro senza avere nessuna sicurezza, nemmeno il casco, e si calavano dalle rocce facendo presa sempre e solo sulla corda), eppure lì basta un attimo di distrazione per mettersi nei guai, perché molte corde sono lasche e arrugginite (diversi chiodi sono saltati), e le rocce sono friabili: alcune ti rimangono in mano, per non parlare poi di tutte quelle che si smuovono ad ogni passo e che vanno addosso a chi sta di sotto! (C’è stato un momento che s’è gelato il sangue a tutti perché stavamo risalendo un piccolo tratto tendenzialmente ripido prima di arrivare alla successiva corda fissa, e mi sono aggrappata ad una pietra che si è rivelata mobile, l’ho lasciata subito e come mi sono spostata a tre metri di distanza da noi si è innescata una piccola frana… quindi non credo proprio si debba sottovalutare questo percorso). Tutte le persone che erano con me avevano già fatto il sentiero del Centenario, alcune più di una volta, e ognuno, riportando la propria esperienza, ha sottolineato il fatto che non se lo ricordava così degradato, ma più scorrevole e percorribile: l’ultima esperienza è di due anni fa, forse allo sfacelo avrà contribuito il terremoto. La vista che si gode da quelle creste rocciose è spettacolare, oggi poi siamo stati molto fortunati perché abbiamo trovato ad accoglierci una giornata splendida, con una pressione così alta da scongiurare qualsiasi temporale. Lo sguardo correva lontano, fino a raggiungere il mare. È incredibile la sensazione di pace che trovo sulla cima delle montagne, forse è proprio vero che è il posto più vicino a Dio. Cresta cresta abbiamo superato Monte Infornace (2469 m) e Monte Prena (2561 m), portandoci in maniera obbligata fino al Vado di Ferruccio (2233 m). La via Normale di Monte Prena (2561 m) non è più tanto “normale” perchè è venuta giù tutta, scoprendo la pietra viva sottostante. Mano mano che passa il tempo la Natura si sta evidentemente rimpossessando di quel pezzo di paradiso. Mentre ero sdraiata su Monte Infornace (2469 m), a contemplare il meraviglioso affaccio sul teramano, ho visto con gran sorpresa un folto numero di camosci destreggiarsi tra quelle rocce, quella in fondo è la loro terra, chissà se se la riprenderanno tutta prima o poi. Arrivati a Vado Ferruccio io ero l’unica che voleva completare il percorso e salire su Monte Camicia (2564 m): non mi si è filata nessuno! Mannaggia la finale dei mondiali di calcio! Comunque va bene anche così, in fondo ero stanca anch’io e di certo non mancherà occasione di ripercorrere di nuovo tutto il sentiero (sperando che non peggiori!). La parte più brutta è stata quella finale: 4 km di strada sterrata monotona fino a quella asfaltata dove ci attendeva un piccolo pulmino che ci avrebbe riportato alle macchine. Secondo i dati del GPS abbiamo percorso 19,7 km impiegando 12 ore (di cui 7 h 33 min in movimento e 4 h 37 min di pause e ferrate), con un dislivello complessivo di circa 1390 metri.

giovedì 26 novembre 2009

Monte Bracastello da Vado di Corno

Percorrendo la SS17bis in direzione dell'albergo di Campo Imperatore, pochi tornanti prima della stazione superiore, c'è una strada sterrata che ramifica sulla destra, con ben visibile un'area di sosta con tavolini e panche (42°26'33.78"N 13°35'10.04"E). Parcheggiata la macchina iniziamo il sentiero. La strada è segnata molto bene, è semplice e non ci si può sbagliare. Giunti presso Vado di Corno si comincia ad assaporare il tono panoramico del percorso: una breve deviazione a sinistra apre uno spaccato molto molto bello su Corno Grande (42°27'11.20"N 13°35'45.88"E)
che anticipa la bellezza di quello che si vedrà in seguito. A parte qualche roccia e qualche vertigine, il sentiero è fattibile salvo eccezione della neve. La paura dell'inesperto, quella che ti annebbia la mente e ti blocca le gambe l'ho provata in modo particolare due volte da quando vado in montagna, di cui una volta oggi. Un ripido costone di percorso era completamente coperto da neve ghiacciata, così dura che si rompeva a fatica con lo scarpone. A dare un taglio trasversale c'erano alcune impronte più o meno profonde ormai pietrificate nella neve. Fin dove erano calcate andava bene, poi non lo erano più e non sapendo dove mettere i piedi avevo paura di scivolare di sotto, ho passato alcuni secondi di panico, poi finalmente ho reagito e proseguito. Mi hanno detto che in montagna è da mettere in conto anche questo.
Andiamo avanti e giungiamo sulla cima di Monte Brancastello (2385 m). Da lì si completa la visione incantevole del Gran Sasso, con il Corno Grande da una parte e le Torri di Casanova dall'altra, e di fronte il mare.
La croce del Brancastello è fatta da pietre disposte a terra. Di ritorno evitiamo il tratto con la neve, facendo cresta cresta, e sopportando il vento freddo che anticipa l'inverno. Facciamo una piccola deviazione per Pizzo San Gabriele (2214 m), dove sono andata a portare un bacio all'icona del santo da parte di mia nonna, a lui devota.