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lunedì 16 dicembre 2013

Sant'Eramo di Lucoli e la Grotta di Sant'Onofrio

Su un pianoro roccioso sul versante Ovest di Monte Orsello giacevano i resti dell’antico villaggio medievale di Sant’Eramo,menzionato in una bolla papale del 1215. Le pietre si cumulavano lungo i perimetri delle poche case sparse, definendo quello che untempo era un piccolo paese abitato. Di tanto in tanto riemergevano le tracce delle Vie Amiternine, antiche mulattiereormai abbandonate, ma che secoli addietro facevano da congiunzione a due delle più importanti vie di comunicazione delcentro Italia: la Via Salaria e la Via Valeria. Attraverso di esse la Conca Aquilana e la Marsica trovavano il possibile collegamentoper gli scambi commerciali. Il villaggio di Sant’Eramo si affacciava sul profondo vallone di Sant’Onofrio, questo luogo prendeva ilnome del Santo che vi aveva dimorato, al riparo di una spelonca ricavata nella sua parete rocciosa. Pare che questa grotta sia statascavata a mano da un eremita circa nel XIII secolo, e che qui vi abbia vissuto per tutta la vita, probabilmente fino alla morte. Lagrotta si apriva come una balconata esposta a Sud, e raccoglieva al suo interno tutto il calore del sole. Il bosco sottostantemitigava qualsiasi movimento del vento, lasciando colmare quel luogo soltanto di pace e beatitudine.

domenica 3 giugno 2012

La Valle dell'Orfento e l'Eremo di Sant'Onofrio

Il colore della pietra della Majella tingeva i suoi paesi di un amore antico, mentre il calore del sole lasciava schiudere maggiormente il profumo delle rose addossate ai muri. Decontra rimaneva accostata all’anima proprio come fanno i ricordi di una vita, comese quello scorcio di Abruzzo si fosse in qualche modo universalizzato, affiorando nel cuore con sentimenti di appartenenza. Un piccolo sentiero partiva dal paese e si insinuava nella maestosa Valle dell’Orfento, scoprendo una gola immensaammorbidita dalla vegetazione. Il rumore del fiume che saliva dal basso portava in dono il movimento alla montagna, così possente e immobile, così maestosa e materna, ancora impreziosita dagli scivoli di neve. Accoglievamo giugno tra il profumo intenso delleginestre, finalmente sentivamo l’arrivo dell’estate, con la terra fecondata dalla primavera e ormai disposta soltanto ad incubare il seme, prima di dare origine ai suoi frutti. L’Eremo di Sant’Onofrio si distingueva anonimo addossato alla pareterocciosa, confuso dall’abbondante vegetazione, ormai ridotto ad un muro ed alla curvatura di un’arcata. “È memorando il circondario di Caramanico per i diversi eremitaggi che i monaci della Majella vi avevano qua e là nelle gole dei monti, comequello di Sant’Onofrio nel vallone di cui ivi è tutt’ora qualche vestigia” (Saggese). Non conosciamo la data di origine di questo eremo. Non risulta menzionato dai biografi di Celestino V e non è chiaramente nominato fra gli eremi da lui ristrutturati al suoarrivo sulla Majella. Poiché non figura neppure nelle famose testimonianze rese durante il suo processo di canonizzazione, è logico supporre la sua origine, o una sua ricostruzione più recente. In questo eremo venivano a volte sepolti coloro chemorivano in montagna, pastori e boscaioli periti in seguito ad incidenti. I terreni circostanti furono coltivati fino ai primi del Novecento e famiglie di contadini passavano la stagione estiva fra i ruderi del convento. Fino a quell’epoca il portale dellachiesa era ancora intatto; in seguito fu demolito da un boscaiolo di S. Croce di Caramanico per rendere più agevole il passaggio dei suoi muli con l’ingombrante carico di legna. Del luogo sacro rimangono solo pochi resti della chiesa che mostrano ancoraampie zone con intonaco dipinto. Il cenobio si sviluppava oltre, per circa 15 metri, seguendo la parete rocciosa. Le mura di valle non sono più visibili anche se se ne intuisce la direzione sotto il cumulo dei detriti e dei rovi”. (Notizie tratte da un cartelloinformativo del luogo realizzato dall’Archeoclub di Pescara, Coop. Majambiente – Tel. 085/922343). L’intonaco sbreccato delle vecchie mura portava ancora i graffi di un probabile calendario, tra incisioni di serpenti e di pulcini, sotto l’ombradelle ortiche e di piante rampicanti. Continuavamo a percorrere la Valle dell’Orfento fino a risalirla tutta lungo la Rava dell’Avellana, attraverso un percorso interminabile che serpeggiava ripido nel bosco, tra sterpaglie richiuse di vegetazione ed il vecchio letto di una slavina.