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L’imbocco del
Vallone di Santo Spirito si scorgeva dietro il paese di Fara San Martino,
quella cavità diveniva come materia
misteriosa, in grado di separare la
montagna e fare allo stesso tempo da varco a suggestioni impensabili. Il cielo
di maggio
viveva della sua instabilità, aveva da poco smesso di piovere e
l’aria era pulita; i contrasti delle rocce traevano maggior risalto
da quella
nitidezza, tanto da divenire ancora più severi e taglienti. Quella colossale montagna
nascondeva l’accesso al suo grembo,
uno spiraglio tra rocce altissime in grado
di similare il portale di un tempio: quell’enorme cattedrale era il ventre
della montagna,
e tutta la sua area era zona sacra, terra di miracoli. Dall’alto
della Majella il cielo si caricava elettricamente, il suono roboante dei
tuoni
trovava una cassa di risonanza perfetta nel Vallone di Santo Spirito, tanto da
giungere fino a noi amplificato nell’estensione. Si
percepiva la supremazia
assoluta della natura e il sublime timore sotto quelle pareti altissime,
incupite dalle scure colate di bitume
e da quel cielo nero, che inquietava e
indagava l’animo umano sul perché i Santi scegliessero sempre come dimore quelle
più vicine
all’ignoto. All’ingresso delle gole vi erano gli antichi ruderi di
un monastero benedettino dedicato a San Martino, datato da molti
studiosi
intorno all’anno Mille. Secondo le testimonianze l’abbazia sorgeva sui resti
dell’antico cenobio del santo eremita, il quale
aprì le gole di persona per
permettere alla gente di Fara di risalire le sorgenti, raggiungere i boschi e
portare i pascoli in quota. Le
leggende si mischiavano con la pietra tanto da
renderla partecipe: i segni dei gomiti del santo si imprimevano a forza sulla
roccia, tanto da dare testimonianza del suo prodigio nell’aprire quell’ingresso.
Proseguivamo il
viaggio in moto lungo il versante orientale della Majella con un itinerario
preciso da visitare: questo era il giorno del mio compleanno e come regalo
desideravo conoscere il più possibile di quella zona. I tempi e il cielo sempre
in bilico
con le precipitazioni ci limitavano nelle varie tappe, ma noi
assecondavamo la natura nelle sue varie evoluzioni, lasciando sfogare i
temporali primaverili sotto ripari improvvisati, per scoprire subito dopo una
natura pulita, in grado di rendere
ancora più visibile i panorami in lontananza.
Aveva appena smesso di piovere sul sito archeologico di Juvanum, e il sole si
apprestava nuovamente a scaldare la terra. Tantissime fioriture donavano colore
all’erba incolta, che si alzava molto da terra
quasi a voler coprire l’antico
insediamento. Oltre a noi non c’era nessuno su quelle antiche colline, solo la
quiete e il silenzio smosso dal vento. Affacciata
su uno spettacolare panorama del versante orientale della Majella, l’area
archelologica di
Juvanum è una delle più interessanti dell’Abruzzo. Oggetto di
un’ampia risistemazione nei primi anni Novanta, offre al visitatore i resti di
una città romana di discreta estensione. Ricordata da Plinio nella Storia
Naturale, Juvanum si è
sviluppata in età repubblicana e ha mantenuto una
notevole importanza anche negli ultimi secoli dell’Impero. Il governatore Fabio
Massimo ne resaurò le mura nel 352 d.C. facendo anche costruire un secretarium,
un tribunale chiuso al pubblico. La
zona era stata utilizzata per insediamenti
anche in epoche più remote. La città dei Frentani – non ne conosciamo il nome –
sorgeva però secondo gli archeologi qualche chilometro a sud del sito romano, probabilmente
nei pressi della odierna
Montenerodomo, località meglio dotata di difese
naturali. I resti del santuario della Madonna di Palazzo testimoniano che la
zona mantenne notevole importanza anche nel Medioevo. Gli scavi, distesi su ampi pendii erbosi che
circondano il cocuzzolo
dell’acropoli includono due tempietti gemelli (almeno
uno dei due era dedicato ad Ercole) collegati da una bella via lastricata con
il foro, al centro del quale è una piazza rettangolare di 62 per 27 metri. Su questa
sorgeva una basilica e una sala dedicata al
culto imperiale degli Augustales, simile
a quella scavata a Lucus Feroniae, area archeologiga pochi chilometri a nord di
Roma. Intorno ai tempietti sono i resti delle poderose mura dell’acropoli. A breve
distanza dalla zona sacra è anche la cavea
del teatro, affacciata su un ampissimo
panorama. (...) (Il testo riportato
in corsivo è stato tratto in parte dal capitolo ”Sui colli di Juvanum” – Guida alle Meraviglie sconosciute d’Abruzzo
di Stefano Ardito, Carsa Edizioni).

La Baia delle
Zagare e quella di Vignanotica trovavano congiunzione attraverso un percorso
panoramico di grande
bellezza, affacciato sul Mare Adriatico e custodito dall’ombra
dei pini d’Aleppo. Le parti esposte al sole godevano del profumo
intenso del
rosmarino selvatico, che grazie alle miti temperature dell’alta pressione (più vicine all'estate che alla
primavera) esaltava maggiormente la sua essenza. La
costa orientale del Gargano si vestiva di falesie di calcare bianchissimo
sormontate
da scoscese coltivazioni di uliveti poste a strapiombo sul mare, un equilibrio al limite
delle possibilità umane nel
rendere coltivabili anche i terreni più estremi. Una
biforcazione del sentiero scendeva a trovare sfogo nella Baia di Vignanotica,
scoprivamo
un luogo che manteneva inalterato il suo aspetto selvaggio, definito da perpendicolari
perfette di maestose falesie.
La spiaggia correva sotto quel muro naturale
rubando al mare pochi metri, mentre sulle nostre teste volavano falchi
pellegrini,
gheppi e corvi imperiali. Oltre a noi, c'erano soltanto pochi turisti stranieri a godersi il mare
di primavera, silenziosi nel loro riposo
e rispettosi della nostra terra. Nelle ore più calde trovavamo riparo dall'intensità del sole all’interno
delle tante grotte nella parete
calcarea, solo l’acqua gelida di un bagno precoce ci ricordava la stagione
attuale, per il resto era come se fosse già iniziata l’estate.
Il sito archeologico
di Pietrabbondante beneficiava della bellezza delle campagne molisane: distese
immense di verde correvano lungo tutti gli orizzonti lasciando emergere i
piccoli paesi del territorio arroccati sulle proprie rocce. Ogni piccolo
abitato era
figlio di terra scarnificata, la roccia veniva fuori come un’ossatura
di sostegno, in grado di animare la terra come un essere vivente, mentre tutto
il resto era morbidezza: lo sguardo
scivolava tra avvallamenti e piccoli rilievi, fino a perdersi in quella natura
quasi
del tutto incontaminata. Tra antiche pietre e mura megalitiche si rinnovava l'incanto della primavera, distese di margherite porgevano al vento la propria
bellezza, custodita dai filamenti d’erba nel pieno della vita, l’immortalità
era altrove, tra
capitelli, arcate e antiche strutture. Correvano millenni tra
noi ed i nostri antenati, eppure tutte le distanze si smorzavano nella stessa
considerazione di un luogo tanto importante. Il santuario di Pietrabbondante non rappresenta semplicemente il
maggiore
complesso architettonico del mondo sannitico e non ebbe soltanto una
funzione religiosa: era infatti direttamente controllato dai magistrati supremi
dello stato e – accanto alle cerimonie di culto - vi si dovevano svolgere anche diverse
attività di natura pubblica. Le sue origini risalgono almeno al IV secolo a.C.,
quando venne impiantata un’area quadrata delimitata da muraglioni di blocchi
irregolari, ancora riconoscibile tra il tempio grande ed il teatro. Si conosce
imperfettamente anche una successiva sistemazione di III secolo, che si ritiene
pesantemente compromessa ad opera dell’esercito di Annibale, nel 217 a.C.
All’inizio del II secolo, il santuario venne ricostruito nelle forme in cui si
conserva oggi, a
partire dal tempio piccolo (A): riprende lo schema dei templi
italici, costruiti su di un podio inquadrato in alto e in basso da cornici
modanate, con pronao ed unica cella. Negli ultimi decenni del secolo ebbe
inizio la realizzazione del complesso del
teatro-tempio grande, frutto della
progettazione di un anonimo architetto che rielaborò in maniera originale
elementi della cultura ellenistica, mediandoli dall’ambiente campano e latino.
Il teatro ripropone il medesimo schema decorativo di quello di
Sarno e dell’odeion
di Pompei; la cavea è costituita da un riempimento artificiale di terreno
contenuto da strutture in opera poligonale: solo l’ima cavea è costruita in
pietra, mentre la summa cavea doveva essere attrezzata con gradinate mobili.
Il
tempio grande (B) ripropone lo schema del tempio italico al quale si unisce la
caratteristica presenza di tre celle che alludono ad una triade di divinità
(non identificate), elemento certamente derivato dall’ambiente latino.
L’iscrizione sul fianco meridionale
del podio ne attribuisce in parte la
costruzione ad un personaggio storicamente noto, C. Statius Clarus, un sannita
che entrò poi a far parte del senato e partecipò alla vita pubblica romana. Il
tempio B venne frequentato per uno spazio di tempo
brevissimo: dopo la guerra
sociale il culto fu soppresso e il santuario, abbandonato, venne assegnato con
tutte le sue pertinenze a privati di parte sillana. (Il testo riportato in
corsivo è stato tratto da un cartello informativo del luogo).