domenica 8 agosto 2010

Corno Piccolo per la via ferrata Danesi


Corno Piccolo (2655 m) è un angolo di Paradiso, un’increspatura pietrosa stagliata a contrasto del cielo. Non a caso hanno pensato alle fiamme quando hanno rinominato parte della sua cresta. La sua pietra è bella, compatta, dura. In apparenza inaccessibile trova le vie d’accesso tra rocce scoscese e strapiombi, buchi da comprendere e vie ferrate. Ho pregato tanto un caro amico di accompagnarmici, volevo percorrere la via ferrata Danesi, curiosa delle sue caratteristiche e difficoltà. Quello che mi preoccupava era raccolto soprattutto dalle impressioni delle persone che conosco che sono state lì: le scalette, il buco e il “saltino” sul vuoto. Su tutti questi ha vinto senza dubbio il buco, davvero da comprendere sul come salirlo da soli e in modo corretto. Io non mi ci sono soffermata più di tanto perché sono stata aiutata sia dal mio amico, che mi tirava da sopra, che da un ragazzo che vedendomi in difficoltà mi ha aiutato facendomi la scaletta con le mani (grazie grazie grazie). So che non si dicono queste cose per non passare da pippa, ma è la verità (c’ho pure lasciato un pezzo di gomito tra quelle rocce). Ripreso il sentiero i restanti tratti difficoltosi erano rilegati soprattutto alla consapevolezza dell’esposizione: c’è un punto in cui il Franchetti si vede bene, ma così bene che sta ad un passo! Ma che belle quelle rocce! Se non fossimo oltre i 2600 metri sembrerebbero davvero degli scogli di mare! Ma in fondo il mare c’era, composto dalle nuvole che aggregate sotto di noi ci facevano galleggiare. Anche quello vero si vedeva benissimo. La cima era popolata da un piccolo gruppo di alpinisti, arroccati sotto la croce, che parlavano tra di loro guardando il panorama. Non alzavano la voce e non davano fastidio, la sensazione che provavo era quella di essere con persone amiche in totale tranquillità. Sembrava quasi che quel pezzetto di cima fosse sacra. C’era chi andava e chi veniva, ma ognuno con rispettosa serenità. E poi ho avuto anche la fortuna di riconoscere tra quegli amici sconosciuti il volto del Barone Rosso, persona che ho stimato fin da subito leggendo i suoi scritti, e a cui ho stretto la mano con molto piacere. Ripresa la via del ritorno siamo riscesi per la via “Normale” (che tanto normale non è) tra evanescenti banchi di nuvole che si svaporavano al nostro passaggio. Giorni fa ero venuta a conoscenza del secondo nome di questo percorso, ovvero la Via delle Vacche, denominato così per indicarne la facilità. Io però con tutta la buona volontà proprio non riesco ad immaginarle le vacche che arrampicano. Ricongiunti alla via che prosegue la Ventricini ci aspettava il pezzo più duro di tutti: la risalita del Vallone dei Ginepri (qui potrebbe anche partire l’attacco della Quinta Sinfonia di Beethoven). Che botta. Arrivati al Rifugio Franchetti il nostro unico pensiero era indirizzato al pranzo, nemmeno il tempo di prendere posto ad un tavolo che rincontriamo tra la gente i volti dei ragazzi incontrati in cima, un sorriso di riconoscimento e poi tutti insieme a mangiare. È stata una cosa molto bella. Ripreso il percorso del ritorno che conduce alla Madonnina, abbiamo avuto l’opportunità di assistere ad un nuovo sport estremo: la discesa tra le rocce con i tacchi. Io e il mio amico ci siamo guardati in faccia increduli ed abbiamo avuto entrambi lo stesso pensiero: “sbrighiamoci prima che casca”. Da lì in poi ci siamo messi a fare caso a tutto: la maggior parte della gente che percorre quel tratto è pazza: tantissime persone salivano con le scarpe da ginnastica, i mocassini e c’era pure un infradito; chi si arrampicava sui ghiaioni con i figli per raggiungere una lingua di neve per farsi una foto; chi magari era disposta a crepare pur di non farsi superare, rischiando di inciampare e precipitare di sotto. Ogni commento da parte mia è superfluo. Dovrebbero vietare a chi non è equipaggiato di salire oltre la Madonnina, non per altro perché aumenta di molto la probabilità di coinvolgere il Soccorso Alpino, che di certo non ha tempo da perdere con chi i guai se li va a cercare. Meglio non continuare, voglio mantenere il mio animo tranquillo. Bellissimo Corno Piccolo, oggi mi hai placato l’anima.

sabato 7 agosto 2010

Borgo Velino


Borgo Velino è terra di Santi, banditi e briganti. Il suo nome lo prende dal fiume Velino, che con il suo lungo percorso attraversa antiche terre romane e reatine. La celebre Via del Sale passa proprio qui, riaffiorando di tanto in tanto con le sue testimonianze, tra rovi selvatici e remoti strati di terra. Le vie di questo piccolo borgo sono state percorse da San Francesco d’Assisi, che vi dimorò durante i suoi lunghi pellegrinaggi attraverso la terra Sabina. Ma questo territorio non ha visto solo la marcia di un Santo: qui è stato versato molto sangue a causa del comportamento iroso e criminale del celebre brigante Giulio Pezzola, e del suo plotone al seguito. Per non parlare poi delle borghettane (non è una parolaccia!) che sono state menzionate a livello storico dal Chimenz come delle valide combattenti contro i francesi di Napoleone: appostate sopra i tetti delle case erano delle validissime cecchine. Di storia qui ne è passata proprio tanta, si perde e si ritrova nelle varie testimonianze. L’attenzione su questo luogo l’ho posta a seguito di una proposta espositiva: proprio oggi ho inaugurato una piccola mostra personale in uno spazio al centro del paese, che durerà fino al 16 di agosto (LINK). Le foto sono di qualche giorno fa, scattate in occasione di un sopralluogo: il cielo di oggi invece era splendido, sereno e senza una nuvola. Sono accadute cose molto belle.

mercoledì 4 agosto 2010

Santa Maria Extra Moenia di Antrodoco


42°24'42.50"N 13° 4'24.89"E Queste sono le coordinate della bellissima chiesa Santa Maria Extra Moenia, che si trova subito dopo Antrodoco, in direzione di Borgovelino. Vista la bellezza proprio non potevo fare a meno di fermarmi: è davvero incantevole. All’ingresso del giardino c’è un cartello che ne specifica alcune informazioni e ne traccia la storia a grandi linee, riporto fedelmente: Eretta nel Medioevo (sec. V), sullo stesso luogo dove la tradizione vuole che sorgesse un tempio dedicato a Diana; ne è testimonianza l’epigrafe che si trova murata sulla facciata della chiesa di S. Antonio di Borgovelino. In occasione degli scavi eseguiti per la sistemazione del piazzale della stazione ferroviaria di Borgovelino, furono rinvenuti resti dell’antica Via Salaria; ciò sta a dimostrare che la strada passava proprio nei pressi di quel luogo di culto, divenuto poi chiesa cristiana nel Medioevo. La chiesa venne restaurata nel sec. IX e nel sec. X. Il complesso attuale risale al se. XI; venne consacrato il 26 novembre 1051 sotto il vescovo di Rieti Gerardo. La torre campanaria fu portata a termine nel sec. XII. L’interno della chiesa è a tre navate e presenta affreschi risalenti ai secoli XII, XIV e XV. Il Battistero, isolato dal corpo della chiesa, è a pianta esagonale; venne realizzato in una fase successiva alla costruzione della primitiva chiesa. Come quasi tutti i cartelli turistici, le informazioni riportate sono davvero poche, qualche nozione in più si trova in una pagina del sito di Antrodoco. Quanti posti stupendi e ricchi di storia abbiamo qui, storia che respiriamo quotidianamente, ma che spesso, purtroppo, tendiamo a dare per scontata perché rientra nella nostra normalità. Che errore gravissimo.

domenica 1 agosto 2010

Anello di Corno Piccolo dalla Madonnina per la via ferrata Ventricini, la Sella dei Due Corni e il Rifugio Franchetti


Il CAI dell’Aquila ha la fortuna di avere alcuni soci che riversano molta passione nelle iniziative intraprese relative alla montagna, e uno tra questi è Enrico Palumbo. Già da questo inverno avevo notato l’energia e l’interesse che riversava nell’attività organizzativa dei vari corsi di sci da fondo, aspetto che ho trovato replicato adesso, con zelo e scrupolo, in questa occasione. Il percorso proposto dal calendario delineava un anello in senso antiorario che dalla Madonnina, sopra i Prati di Tivo, girava tutto intorno a Corno Piccolo, passando per la via ferrata dedicata a Pier Paolo Ventricini. La mia scarsa esperienza di ferrata era limitata alla sola conoscenza di quella delle Torri di Casanova: ero curiosissima di percorrere questa nuova via attrezzata di cui avevo tanto sentito parlare. È stato un giro bellissimo. Mettere le mani sopra la pietra è sempre un’emozione per me, provo molto piacere a percorrere questo genere di tratti in condizione di sicurezza, perché ho la possibilità di vedere paesaggi esposti e meravigliosi senza la paura di precipitare di sotto. Sopra le nostre teste c’erano moltissimi alpinisti che salivano le tante vie verticali aperte su Corno Piccolo, passando tra placche, fessure e pareti lisce. L’ammirazione nei loro confronti era tanta, sia per i principianti che per i maestri, perché si esponevano tutti in una prova meravigliosa. Giunti alla Sella dei due Corni (2547 m) si è aperto ai nostri occhi uno dei paesaggi più belli, credo, di tutto l’Abruzzo, visto da lassù il mare era così definito da sembrare vicino, solo le nuvole si frapponevano, ed erano anch’esse bellissime: un oceano bianco increspato e vaporoso, volubile ai capricci del vento. Sotto di noi il Rifugio Franchetti (2433 m) era gremito di persone: oggi c’era un evento eccezionale che festeggiava i cinquant’anni dall’inaugurazione del rifugio: un concerto dell’Aquila Horn Quartett dell’Istituzione Sinfonica Abruzzese, dove i corni erano suonati dai musicisti Alessandro Monticelli, Vittorio Sette, Luca di Francesco, Angelo Maria Orsini, e la voce era quella del tenore Alberto Martinelli. Ascoltare il Signore delle Cime tra le pareti del Corno Grande e quelle del Corno Piccolo è stata un’esperienza unica e molto toccante. Purtroppo non avevo con me la videocamera per immortalarequel momento così irripetibile, tuttavia ho trovato in rete un’ottima esecuzione che metto qui, come un punto fermo, a ricordo di un giorno indimenticabile e di chi ha amato la montagna fino alla fine.

sabato 31 luglio 2010

Castello di Fagnano e i Falconieri dell'Aquila


I falchi hanno voli leggeri, ma ancor più silenziosi sono i gufi. Si muovono nell’aria tagliandola di netto, senza smuoverla e causando il minimo rumore. Secondo le varie tradizioni i loro versi sono canti funesti, malauguranti e portatori di sventure, eppure io ho notato solo tanta bellezza ed eleganza nel mistero di due occhi fissi in grado di vedere dove gli altri non possono. Era da un po’ di tempo che avevo notato l’attività dei Falconieri dell’Aquila nell’iniziativa di coinvolgere la gente ad approcciarsi al mondo dei rapaci. La mia curiosità è stata sollecitata fin da subito. Per me che sono abituata a vederli da lontano, in montagna, dove la gente difficilmente arriva, avere adesso la possibilità di poterli ammirare finalmente da vicino era un’esperienza che non potevo mancare. Finalmente potevo seguire le linee di quei piumaggi e di quei profili, finalmente potevo osservare e scrutare quella dimensione così solitamente inavvicinabile. L’occasione è capitata oggi, grazie ad una dimostrazione di volo allestita nei pressi di Castello di Fagnano Alto. Tra falchi, poiane, gufi e gheppi, c’era anche la presenza nobile di una bellissima giovane Aquila. Il rapporto tra i rapaci e i falconieri è un connubio antico, la cosa più bella per me è stata quella di riscontrare questo rapporto d’amore anche da parte dei falchi: seguivano liberamente in volo nel bosco i loro ammaestratori e ne rispondevano al richiamo, esprimendo così, anche da parte loro, questa fratellanza. Sul web hanno un piccolo sito in cui sono riportati tutti i loro contatti. Quella di oggi è stata anche un’ottima occasione per visitare di nuovo Castello, una delle più belle frazioni di Fagnano Alto. La mia bisnonna era di queste parti. Un cartello turistico esplica qualche informazione sul territorio: Fagnano Alto è un’entità amministrativa costituita da diversi nuclei sparsi che formano il municipio, un’organizzazione territoriale che deriva dalla sua storia: fu probabilmente un pagus vestino che aveva diversi vici. Mura poligonali che sostengono una terrazza tra Castello e Opi, tombe a cripta presso Campana ed in altre località, sono la testimonianza di una presenza assidua sul territorio. Documenti storici ci indicano già dal XII secolo la prima comunità di Fagnano, designata col nome di Ofeniano; nel XIII-XIV secolo compare come Castrum de Ofeniano, ma si conosce anche come Offegianum e Fangeanu. Nel 1311 anche Fagnano faceva parte del contado aquilano e dava il suo servizio feudale. Dalla trascrizione di un’epigrafe da parte di M. Accursio si ha notizia che già nel XVI secolo la comunità di Fagnano era formata da 10 villaggi: “Ripae unius ex decem pagis Fanianis agri Aquilani”, (Fagnano, Vallecupa, Campana, Corbellino, Colle, Pedicciano, Frascara, Opi, Castello, Termine e Ripa). I diversi nuclei abitati “sparsi”, quindi, si dislocarono in maniera tale da gestire e controllare tutto il territorio, strutturandosi con modalità diversificate. Si distribuirono su diverse fasce altimetriche, partendo dal fondovalle lungo il fiume Aterno, per risalire a mezza costa nei pressi di terreni da coltivare su declivi terrazzati e si posizionarono sulla sommità a controllo e difesa della vallata. Sorsero in forma di borghi medioevali nei pressi di edifici religiosi come nel caso di Opi con la chiesa benedettina di San Massimo e di Campana con la chiesa di San Giovanni. Si svilupparono all’interno di borghi fortificati, come il borgo di Castello di Fagnano in posizione dominante, con la cinta muraria che racchiudeva le case e la chiesa di San Pietro. Colle, Corbellino e Vallecupa si adagiarono invece sul piano, in forma di borgo rurale nelle adiacenze dei campi coltivati. I vicoli di Castello tessono un perimetro ricco di storia e di tralci di sambuco. Conducono a due balconi principali, uno che affaccia sul Sirente e uno in direzione del Gran Sasso. Amavo il primo in modo particolare, lì c’era una panchina solitaria (adesso spostata a causa del terremoto) da cui si ammirava una condizione di pace, un punto di vista perfetto fatto di silenzio e tranquillità. Ho sempre pensato che chi avesse posizionato lì quella panchina fosse un genio.