skip to main |
skip to sidebar
Eravamo tornati da poco dalla Grecia e dall’Albania, e
avevamo ancora negli occhi centinaia di immagini che ci riportavano in quei
luoghi.
Durazzo, Tirana, Elbasan, Pogradec e Kastoria, paesi poveri dove la
gente aspettava sulla strada per vendere la sua merce. Un verde
rigoglioso
ammantava montagne e pianure, vi erano gole e fiumi, e grandi laghi che riflettevano
interi specchi di cielo. Superato il confine,
centinaia di santelle contornavano le strade greche, erano piccole edicole
votive che contenevano immagini di santi e icone ortodosse. Le
Meteore erano la
massima espressione del sacro, sospese su balconi di cielo, avevano all’interno
un misto di oro e incenso, e all’esterno un
panorama sovrannaturale. Da
Kalabaka a Makrinitsa, poi per le Sporadi e Skopelos. Di ritorno sulla terra
ferma ci attendevano i siti
della Grecia Antica, la mitica Atene, la memorabile
Micene, la famosa Epidauro, la rinnegata Sparta e la magnifica Olimpia,
centinaia di
chilometri lungo l’interno di terre desolate, dove saltuariamente
incontravi qualcuno prima delle destinazioni. Tornavano alla mente la
porta dei
Leoni e lo Stretto di Corinto, varchi immemorabili per dimensioni
straordinarie.

E poi ci sono quelle volte che non te la senti e rinunci.
Rinunci di andare, anche se di poco, oltre il limite che hai. Ma mi hanno
insegnato che il limite non è qualcosa di negativo, semmai di positivo perché è
una soglia verso nuovi orizzonti. E allora il mio limite segna lo spazio in cui
sono padrona di muovermi, entro cui sono a mio agio e non contemplo le paure. Affianco
alla cascata avevo semplicemente paura di quella verticale così assordante, di
quel rumore così forte che mi ricordava ad ogni metro cubo di acqua precipitato
di quanto io fossi mortale, di quanto io fossi niente al pari di un granello di
sabbia. Sulla testa della cascata osservavo l’acqua, la sala e me stessa, tornavo
indietro nonostante mancasse soltanto un facile frazionamento, tornavo da me. Adesso,
però, ho solo desiderio di tornare lì.
Vallepezzata era
un paese abbandonato nei Monti della Laga, così isolato da essere raggiungibile
soltanto a piedi. Ci accoglieva al suo
ingresso con i ruderi della piccola
chiesa di San Nicola, con le teste di gufo scolpite sotto gli architravi e lo
stemma bernardiniano dalle dodici
lingue di fuoco. La pietra arenaria trovava
risalto nel contrasto del verde inteso della vegetazione che da lì a poco
avrebbe chiuso ogni passaggio.
Tra ranuncoli e ortiche, le felci iniziavano a
srotolare le proprie foglie, e dinanzi a noi si tenevano dritte come le uniche presenze
del paese
silenzioso. Nel piccolo cimitero solo due tombe, tra i rovi,
fermavano il tempo al 1960. Si narrava che lì, in passato, gli inverni fossero
così
rigidi e la terra così indurita dal gelo da non permettere neppure le
sepolture, tanto che col freddo i morti si stipavano sui tetti almeno fino
all’arrivo della primavera. Una fontana del 1901 lasciava ancora scorrere l'acqua. Gli ultimi terremoti avevano reso inagibile ogni
ambiente, una casa con l’unico comignolo rimasto in piedi manteneva ancora il
tepore delle ultime presenze, con il letto alto e corto, la
cassapanca di legno
e la cucina annessa al camino. Ormai gli interni e gli esterni non si
distinguevano più, e i ragni preferivano tenere dimora
nei boschi.
