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Del Convento di San Leonardo rimanevano soltanto poche mura
visibili tra una vegetazione incolta, e l’affaccio panoramico sulla valle
dell’Aterno
che scopriva l’incavo del piccolo affluente Raio. Fondato circa nel 1400, quel
luogo un tempo era abitato da un gruppo di
monache appartenenti all’ordine
cistercense, dedite alla regola e al
puro ascetismo, dove il lavoro nei campi e nei boschi era intervallato
con la
preghiera, in una perfetta condizione di solitudine e raccoglimento spirituale.
Nel 1550 circa, questo luogo sacro venne
violato di notte da un gruppo di
malviventi che torturarono e uccisero molte suore, causandone l’abbandono. Margherita
d’Austria, allora
regnante, colpita da questo triste episodio, nel 1569 donò
alle poche suore superstiti l’attuale monastero all’interno delle mura della
città di
Montereale, al fine di proteggerle e di mantenere in vita l’ordine,
mentre San Leonardo della Selva
iniziava il suo declino. Era passato
molto tempo da allora e quei pochi ruderi
erano completamente nascosti, un pastore ci dava nota della sua localizzazione
sotto la
balconata rocciosa di Monte Castiglione, ed erano proprio lì,
ricoperti da piante ed arbusti, ormai unici dimoranti di quel luogo.

I boschi d’autunno lasciavano filtrare tra i rami una luce
calda, con toni d’oro e di arancio che parevano vibrare ad ogni spostamento di
foglia.
In lontananza il bramito dei cervi richiamava la stagione degli amori,
tutto si inondava di quiete, mentre un sole basso estendeva le lunghe
ombre del
pomeriggio verso sera. Negli stazzi tenevano dimora i pastori, alcuni con
greggi raccolte nei recinti e altri col pascolo ai
monti. Soltanto il Rifugio
di Campo Rotondo era incustodito, nonostante la straordinaria bellezza della
sua posizione. Percorrevamo
il sentiero lungo un saliscendi di avvallamenti e di
montagne nude, gli aceri si distinguevano nettissimi isolati o tra i boschi,
forti del loro
colore acceso. La Natura si predisponeva al riposo delle
stagioni, alla calma, al silenzio, alla distensione pacata e tranquilla della
quiete
dell’anima.
I ricordi erano lontani. Eravamo andati alla Grotta Grande
del Cervo con Massimiliano Re, uno dei suoi primi scopritori. La bellezza di
quell’antro era sempre unica, ogni volta si notavano cose nuove e mai viste,
animate da luci ed emozioni, estensioni di pensieri e di poesie di
sogni fatti
di buio e riflessi di calcite. Diretti verso il fondo percorrevamo il Ramo
della Luna e il Fiume di Fango, fino a
raggiungere il magnifico Salone
Angeletta, dove gigantesche meduse concrezionate sembravano innalzarsi verso la
cava fonda della notte.
Andavamo oltre, lungo il Fiume del Silenzio, la grotta
era di nuovo completamente diversa, il soffitto basso e scuro, così come le
pareti
annerite dal diossido di manganese. L’ultimo pozzo si affacciava su di
un lago terminale, rimanevo sulla soglia, dove oltre quel limite si
estendevano tutti i sogni.