venerdì 17 dicembre 2010

Il Castello del Chiarino dal Lago di Provvidenza

Nella boscosissima Valle del Chiarino è esistito nel passato un importante castello dal quale dipendevano terre con vigne ed alberi da frutta, ricche di case, acque e mulini. Quello del Chiarino fu uno dei 71 castelli che nel secolo XIII fondarono L’Aquila. La crescita economica della città mandò in crisi icastelli che, non riuscendo a stabilire “un’osmosi economica tra monte e piano”, lentamente andarono in rovina. Anche il Castello di Chiarino subì questa sorte, intorno al 1400, dopo che i sui abitanti si furono trasferiti a L’Aquila. Al suo posto c’è ora San Martino, formato da una masseria, un mulino e una chiesetta, inrovina. La chiesa, la cui struttura attuale risale agli inizi del 1800, negli anni 1000 apparteneva al castello. “Il cosiddetto Mulino di S. Martino, dotato di una torre esagonale con feritoie e di un articolato sistema di adduzione di acqua dal vicino torrente, è il cuore del complesso”. (Carlo Tobia – Il RifugioGaribaldi tra cronaca e storia). La masseria è stata adattata nel tempo per essere utilizzata prima per uso agricolo-pastorale; acquistata poi dai marchesi Cappelli agli inizi del 1800 e trasformata nelle forme attuali, divenne il centro del loro vasto sistema pastorale. Strettamente collegata alla vicina MasseriaVaccareccia ed ai più lontani Stazzi di Solagne, nella parte alta della Valle del Chiarino, la Masseria Cappelli fu utilizzata come centro di raccolta dei prodotti della pastorizia e come deposito di provviste (il solo fabbisogno di pane per i dipendenti delle masserie era garantito dalla presenza del mulino), che,autonomo dall’esterno, doveva far sopravvivere tutto il sistema pastorale. La masseria con l’originale torre esagonale era adibita anche alla lavorazione dei prodotti. “Questa qualità architettonica e la presenza del condotto di adduzione dell’acqua fanno pensare comunque ad un vero e proprio opificio per latrasformazione in sito dei prodotti della pastorizia e della zootecnia in una gestione prevalentemente autarchica”. (AA.VV. – Omaggio al Gran Sasso – CAI Sezione dell’Aquila, 1975). (Gran Sasso, le più belle escursioni – Alesi, Calibani, Palermi). Il Lago di Provvidenza mostrava silenzioso tutto il suo potenziale, per metàghiacciato, teneva fluide le sue profondità. Sulla sua superficie disegnava falsi toni di bianco, mentre il freddo polare e l’aria secca giocavano tra loro a tenersi gli equilibri. La neve era così polverosa che si caricava sugli alberi ponendosi in bilico, bastava un soffio a farla andar via, ma io non ho soffiato. Tutto eraordinato e composto, era la sintesi dell’inverno, bellezza assoluta della stagione più nobile, perché il bianco per me è un colore regale. La strada saliva costeggiando il fiume che, liberandosi tra la neve, fluiva con leggerezza santificando ogni angolo di quel Paradiso. Intorno a noi non c’era nessuno. Eravamo talmentetanto dentro quella Natura da addirittura non farci percepire da due caprioli. Lo scorrere dell’acqua risuonava limpido, e dava eco di pace nella valle dell’anima. Solo lo scendere della neve poteva compiere quella meraviglia: desiderio compiuto poco dopo averlo pensato. Ora capivo il perché di quel nome, Provvidenza.

domenica 12 dicembre 2010

Monte Cagno da Rocca di Cambio

Rocca di Cambio è il comune più alto dell’intero Appennino, la sua altitudine è di 1434 metri sul livello del mare. Il nome così particolare lo prende dalla montagna che lo sovrasta, Monte Cagno, con un’evoluzione di forma: è di fatti possibile che prima ilpaese si chiamasse proprio Rocca di Cagno (tra l’altro gli abitanti prendono il nome di roccacagnesi). Mi aveva sempre incuriosito tanto la disposizione di quel rilievo con quell’abitato, mi dava modo di pensare a quanto fosse forte il legame che lo unisse allasua gente, vista la maniera in cui era posizionato, come se fosse la protezione di un atteggiamento materno. Questa era la terza volta che tentavo di salire su quel crinale, le altre due avevo semplicemente rinunciato, una volta a causa della neve, ed unavolta a causa della nebbia. Oggi però si poteva fare, anche se la condizione del vento non disponeva la massima godibilità del giro. L’aria era fredda e sapeva di neve. La volta del cielo era azzurra e illibata, perché le nuvole erano solo sotto di noi. Mi piacetanto l’illusione di associarle al mare, quando l’impressione è quella di vedere le montagne galleggiare, poiché situate più in alto di quella consistenza. E così era la vista del Gran Sasso, una imponente mole maestosa al di sopra di un sottileequilibrio precario. Leggerissimo. Mano mano che salivamo il vento si moderava in forte, tanto da farci percepire anche meno di dieci gradi sotto zero. L’intenzione era quella di proseguire fino a Monte Ocre, davvero poco distante da lì, in modo da godere dellavisione di cresta. Ma il vento ci spostava e ci tormentava troppo per farci provare piacere a fare quel tragitto. Torniamo indietro, trovando un attimo di pace in un’insenatura tra rocce esposte a Nord, non avevo mai assistito ad una bufera di vento (e io checredevo che esistessero solo le bufere di neve!! Maledetta ignoranza). Mano mano che scendevamo le temperature si rialzavano e il vento perdeva d’intensità, fino a moderarsi di nuovo in una condizione sostenibile. Mi era piaciuta molto la vistache si godeva da lassù, vedevo bene la condizione di Campo Felice, e il suo innevamento. Di ritorno al paese, la sorpresa più bella è stata quella di veder scendere su di noi dei timidi fiocchi di neve che, nell’incertezza e senza saperlo, venivano incontro ai miei desideri.

sabato 11 dicembre 2010

Monte Ceraso dai Prati d'Angro passando per Fonte Aceretta

La cosa che mi piace di più del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise è il suo aspetto selvaggio. Queste montagne riservano scorci aspri e desolati, dove la presenza umana si sente davvero poco. Partiti dai Prati d’Angro l’intenzione era quella di fare unlungo giro che passasse per il Rifugio di Iorio e Monte Serrone, per godere delle ultime camminate prima della neve. L’aria fredda e i colori nitidi erano l’anticamera dell’inverno; mano mano che salivamo la brina trovava la sua evoluzione nella neve che,esposta a Nord, trovava la sua consistenza nel ghiaccio. Gli ultimi cento metri nel bosco prima della cresta di Monte Ceraso sono stati molto faticosi, perché ogni passo bisognava scalettarlo a causa della neve gelata e della pendenza. Ma una volta su, ognisforzo veniva ripagato della bellezza di tutto quello che ci circondava. Vedevamo benissimo il Monte Marsicano e le sue linee morbide, tutto il profilo di cresta dei Tre Confini e la zona di Coppo dell’Orso. Per Raggiungere il Rifugio di Iorio avremmodovuto necessariamente fare un altro pezzo simile a quello fatto, anche se molto più breve, ma decidiamo tutti di rinunciare, perché non sarebbe stato un piacere visto che non avevamo l’attrezzatura adeguata. Presa consapevolezza della cosa, ci siamoletteralmente sbragati tutti in faccia al sole, in totale rilassamento, passando così piacevolmente un po’ di tempo prima di ridiscendere per il Vallone Acquaro. Sarà per un’altra volta.

giovedì 9 dicembre 2010

Rocca Calascio e Santa Maria della Pietà

Oggi ho ricevuto un regalo bellissimo: la possibilità di visitare l’interno della Rocca di Calascio. Ne ho sempre avuto la curiosità, ma è stato un bene che la visita sia avvenuta solo oggi, perché i colori del cielo erano così belli da qualificarsi anch’essi come un ulteriore regalo. Nelle prossimità della Chiesa di Santa Maria della Pietà il vento era così impetuoso che poneva una fortissimaresistenza, mi divertiva, provavo a buttarmi all’indietro e mi sosteneva. Nemmeno sulle creste delle montagne avevo mai provato nulla di simile. Tutto quello scontro di pressioni puliva il cielo rendendolo estremamente nitido: i punti di fuga correvano lontano disegnando in maniera impeccabile i profili di tutti i massicci montuosi. Quella piccola chiesa immersa tra quei coloriera davvero meravigliosa. In sua prossimità ho trovato un cartello informativo della Regione Abruzzo che ne esplicava alcune informazioni. L’elegante tempietto, sorto secondo la tradizione su una preesistente edicola votiva, venne edificato, alla fine del XVI secolo, su pianta ottagonale. Alla suggestione dell’impianto centrale, che richiama analoghi organismi costruitiin Abruzzo a partire dal XIV secolo, si coniuga l’eccezionale valenza paesaggistica del sito; la chiesa è infatti posta a ridosso dell’antico borgo abbandonato di Rocca Calascio, a dominio della sottostante piana di Navelli, percorsa dall’antico tratturo. Lo spazio interno, organizzato da un sistema di paraste tuscaniche e coperto da una cupola ad otto spicchi, si configurain severe forme cinquecentesche; ad una delle facciate esterne, caratterizzate da una generale disorganicità, si addossa un semplice corpo di fabbrica adibito a sacrestia. L’oratorio rappresenta una delle tappe di un tradizionale percorso devozionale. (Tratto dal cartello informativo della Regione Abruzzo). Come era suggestivo camminare tra le vecchie mura diquell’antica fortificazione! La storia trasudava da ogni sasso, rendendolo prezioso. Una volta dentro la Rocca, il richiamo più forte era quello di salire sulla sua parte sommitale, balcone panoramico su uno dei lati più belli d’Abruzzo. (Forse addirittura IL PIU’ bello). Il colori liminari del tramonto disegnavano sulla Majella nuvole rosa, mentre il Gran Sasso s’infuocava e il Sirente siammorbidiva nell’indaco. Persino i tagli aspri di Monte Prena divenivano dolci sotto quella luce. Dentro il piccolo castello ho trovato riportate delle informazioni sulla struttura della sua torre, descrivendola come fortificazione “minima”. Posta in punti isolati e spesso scarsamente accessibili, era la struttura più semplice da realizzare: un parallelepipedo a base quadrata, circa 6-8 metri dilato, spessori variabili da 70 cm a 2,5 metri (in media 1 metro), altezza 10-15 metri. Aveva la funzione di avvistare e segnalare al castello principale la presenza di potenziali nemici. In caso di pericolo i pochi occupanti non potevano contare su aiuti esterni ma soprattutto la prospettiva di un magro bottino era motivo sufficiente perché bande di predoni dedite al saccheggio nonmostrassero loro molto interesse. In caso di assedio raramente si distruggevano perché subito riutilizzabili a favore dei nuovi occupanti. Piuttosto i terremoti facevano sì che il materiale crollato e, soprattutto i massi squadrati, venissero reimpiegati per altri edifici. La torre poteva bruciare? Sì, la torre, in caso d’incendio delle parti lignee, funzionava come un enorme caminoe l’alta temperatura faceva cuocere il calcare provocando il crollo delle murature. Perché crollano le torri? Come nel caso della torre civica di Pavia, le torri possono crollare per cedimento progressivo delle fondazioni, microfratture nei pori della muratura a causa del gelo, erosione del legante (calce) nella muratura ad opera degli agenti atmosferici, e dilavamentodel materiale di riempimento della muratura “a secco”. (Tratto da un cartello informativo esposto dentro la Rocca). A tutte queste cause di degrado io aggiungerei anche quella dei fulmini: salendo sul balconcino superiore della Rocca non ho potuto fare a meno di notare l’evidente Gabbia di Faraday che riveste la struttura, e quella prima della metà dell’Ottocento proprio non poteva esserci.Ma la bellezza di quel luogo non risiedeva solo nella Rocca, anche Calascio paese godeva di scorci incantevoli che scaldati dai colori del tramonto emanavano l’antica e meravigliosa consapevolezza di essere in un luogo di origini antichissime. Sul far della notte, mentre si spegnevano i colori e si accendevano le stelle, udivamotra i vicoli del borgo note di violini e contrabbassi, prove di musicisti che ci accompagnavano riecheggiando, tra il chiarore della luna e le ombre della sera.

mercoledì 8 dicembre 2010

Monte Civitella da Capo Cancelli

Monte Civitella è uno dei rilievi più alti ad Ovest del Lago di Campotosto. Riguardo al suo spianamento di vetta ho sentito diverse interpretazioni molto curiose, sì perché a questa montagna è stata “mozzata” la cima al fine di modellarne la partesommitale in superficie piana. Sul perché di tale operazione ho provato a raccogliere informazioni, ma ne ho trovate solo alcune e senza riscontro. Due fonti distinte mi hanno fornito una realtà di altri tempi, molto lontana dai giorni nostri, che definiva la zona inquestione come un punto di avvistamento, ragione sufficiente per far sorgere sulla cima di quella montagna un insediamento umano. (Da civitas appunto il nome Civitella). Un’altra spiegazione invece più recente retrocede di appena quindici anni, giustificandol’intervento umano al fine di adattare il territorio per la disposizione di attrezzature di estrazione petrolifera, perché pare che qui vi fosse proprio un giacimento da sfruttare (..!?). Questa informazione me l’ha fornita un signore del luogo, ma non hoavuto modo di riscontrare la veridicità delle affermazioni. Attualmente lì sopra non c’è niente, oltre l’erba e qualche arbusto, c’è un cumulo di pietre tenute dal cemento, al cui centro è disposto un punto trigonometrico dell’Istituto GeograficoMilitare. Non è necessario tuttavia compensare con l’immaginazione il fascino di quel luogo, non so se la ricchezza di quel territorio nasconda davvero oro nero o la memoria di antiche civiltà perdute, so invece di certo che la vista che sigodeva da lì era molto bella. Mi sentivo disorientata nel punto in cui mi trovavo perché non c’ero mai stata e a stento riconoscevo i profili delle montagne che da sempre ammiro: abituata a vederle da altre angolazioni adesso erano per me totalmente nuove.

domenica 5 dicembre 2010

Fuori porta la montagna: la Rocchetta, Monte Castelvecchio e Monte Pettino

L’Aquila è la città ideale per chi ama la montagna. La sua posizione strategica permette di raggiungere, senza impiegare molto tempo, Parchi Nazionali e Regionali, Riserve Statali e molte altre aree protette. Ma non solo, ha anche il privilegio di avere la montagna proprio attaccata alle porte della città. Proprio per questo Fuoriporta la montagna sta ad indicare questo accesso privilegiato che permette di immergersi nella Natura a due passi da casa, cercando di riqualificare tale area storico-naturalistica senza darla per scontata solo perché è così facilmente a disposizione. Io sono sempre venuta qui con la pioggia, come se fosse un ripiego,quando non ho avuto la possibilità di espormi verso mete più appaganti a causa del brutto tempo, ma appaganti di cosa? In fondo anche questo luogo ha la sua bellezza regolare disegnata da un sentiero talmente tanto marcato da risultare perfetto: si può camminare senza pensare, fidandosi ciecamente della tracciatanto è così ben marcata che è lei stessa a fare da guida. La pineta di Monte Pettino è uno dei luoghi più rassicuranti che ci sia. Salendo da Via Francia volevo segnarne una traccia che passasse per la Rocchetta (la famosa torre di avvistamento medievale), Monte Castelvecchio (altrimenti conosciuto come Crocetta di SanGiuliano, in fede alla collocazione sopra l’omonimo convento), e Monte Pettino. Volevo misurarne la distanza e i dislivelli tanto per averne un’idea approssimativa visto che non mi c’ero mai soffermata più di tanto. Partita nel pomeriggio cercavo i giusti tempi per riscendere con i colori dell’imbrunire, per averel’illusione di vivere da sola il bosco con il buio. Il crinale di quella bassa montagna rivelava meraviglie impensabili, frutto di condizioni di luce perfetta. La mole maestosa del Gran Sasso era fortemente presente e onnipotente, si stagliava col suo profilo innevato su tutto quello che gli stava sopra e quello che gli stavasotto, dividendo il cielo dal resto del mondo. Dall’altro lato Monte Ocre gli faceva da eco, equilibrando così i toni di bianco. I resti della passata combustione sono purtroppo ancora presenti, maledetto incendio, ci vorranno ancora molti anni prima che tale scempio venga ricoperto dalla Natura. Di ritorno verso MontePettino ogni cosa fortunatamente si rinverdiva. Il sentiero scendeva nel bosco morbidamente serpeggiando, mentre, sul filo del tramonto, i colori imbrunivano verso toni silenziosi.