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Il mare
d’inverno si modulava sotto il canto del vento e delle onde, poche persone
camminavano sulla riva, che, maggiormente
popolata dai gabbiani, si
impreziosiva di conchiglie e addirittura di alcune stelle marine. Davanti alla
Torre di Cerrano,
riaffioravano dalla sabbia le rovine dell’antico porto di Hatria, un’importante struttura portuale
che i romani costruirono
intorno al III secolo a.C. circa; nonostante i tanti
secoli trascorsi quelle malte tenevano ancora saldi il pietrame e il
calcestruzzo,
che così erosi dal mare assumevano una veste anonima simile a
quella di normali rocce. Ammiravamo la costa dall’affaccio
panoramico di Silvi,
e seguivamo la strada che sul filo della collina conduceva ad Atri. Atri vantava
una storia trimillenaria, dal mare
alla collina un tempo raccoglieva tutto, era
stata lei a dare il nome al mare Adriatico, una supposizione avvalorata dalla
sua origine
antichissima (XII-XI sec. a.C.) e dalla sua collocazione centrale
nel bacino del Mediterraneo. I vasti confini di epoca romana si
trovavano
adesso ridimensionati in un raccolto nucleo urbano, di cui la piazza e la
Chiesa di Santa Maria Assunta ne parevano il
centro. Dentro la cattedrale
ammiravamo i mosaici delle antiche terme e gli affreschi rinascimentali
ispirati
ai paesaggi e ai personaggi abruzzesi. Tra il chiostro e le cisterne romane
numerosi reperti testimoniavano il fascino di una storia
antichissima, la
bellezza della terra d’Abruzzo era anche nel dettaglio di ogni piccolo ricamo
di pietra.

Alcuni casolari
sparsi segnavano la presenza dell’uomo sull’altopiano di Cascina, i loro ruderi
trovavano risalto nel
contrasto con la neve, che negli ultimi giorni aveva
imbiancato gran parte delle montagne. Dalla strada ammiravamo tutto il
versante settentrionale
di Monte Calvo, che sotto notevoli accumuli aveva ammorbidito il suo profilo di
cresta, ma il
panorama più bello lo scorgevamo dalla cima di una piccola
collina non molto distante, Colle di Vallecupa, dove non solo
potevamo continuare
ad ammirare gli scenari precedenti, ma anche la conca aquilana, la mole del
Gran Sasso e parte della Laga.
In lontananza c’era anche la Majella che
alleggerita dalle nebbie della prospettiva aerea pareva come un’isola a cui
approdare.
Tutti i panorami si perdevano nel bianco, qualsiasi colore che ne
rimaneva fuori viveva un contrasto fortissimo, così facevano gli
alberi e i
cespugli, i cavalli e i casolari. I piccoli paesi di Menzano, Santi e Casaline
si tenevano stretti nei loro piccoli nuclei urbani,
la neve ne aveva eguagliato
forme e colori, tanto da renderli simili a quelli di un presepe.
Il bacino di
Crispiola si chiudeva a Nord con una modesta dorsale, il cui rilievo più alto
prendeva il fantasioso nome di Cupola di San
Pietro. Quella piccola montagna,
vista da diverse angolazioni, assumeva effettivamente una forma emisferica, e
dedicava il suo
nome al Santo che in passato veniva venerato dagli abitanti di Corno. Una piccola propaggine a Nord di
quella montagna
ospitava i resti della Rocca
Sancti Silvestri, un castello di cui adesso si perdevano quasi del tutto le
tracce, ma che un tempo
aveva avuto sicuramente un passato glorioso, considerando
soprattutto il contributo alla fondazione della città dell’Aquila. Le
poche
mura rimaste in piedi erano a malapena percepibili tra i sedimenti accumulati
nei secoli e la vegetazione spontanea,
tuttavia era sensazionale la scelta di
quel magnifico punto di vista a controllo della vallata. La Cupola di San
Pietro mostrava
dall’alto panorami sorprendenti, con distese immense di boschi
incastonati di calaverna, e una nuova prospettiva che affilava
Monte Calvo,
Monte Giano e il Terminillo lungo la stessa via di fuga. Proseguivamo alla
ricerca del Castello di Corno, trovando
alcuni ruderi sulla cima di un piccolo
rilievo a quota 1160 metri. I resti dell’antica fortezza, nonostante maggiormente
visibili
rispetto i precedenti, si confondevano anch’essi nella visione
generale della natura. Di tanto in tanto riaffioravano anche
probabili
brandelli di cinta muraria, con l’ordine delle pietre scomposto e la memoria di
antichi guerrieri tornata alla polvere.

A Pescina il
tempo si fermava sotto la torre di San Berardo, si tratteneva tra le pietre rivestite
di muschi e le finestre affacciate
nel vuoto, sotto tetti sfondati. Era trascorso
un secolo dal gennaio del 1915, e quel vuoto si colmava soltanto dei rovi che
permettevano
alla natura di riappropriarsi della parte più vecchia del paese. La strada
saliva suscitando la suggestione nostalgica di
Fontamara, parevano i vicoli, le piazze e le case che Silone
ricordava nel suo esilio, divenendo l’espressione concreta di un
paese fatto di
memoria. Il rilievo montuoso al di sopra del paese ospitava i resti dell’antico
castello, di cui ormai ne rimanevano
issate soltanto poche mura e la torre
pentagonale. La bellezza di quella posizione dominante era dovuta alla
strategia di controllo
che in passato si voleva avere sul fiume Giovenco all’ingresso
del Lago Fucino, per impedirne l’accesso da Ovest alle sue acque,
mentre adesso
si colmava della visione geometrica delle coltivazioni, scandite dai colori
differenti dei diversi
appezzamenti. La Piana del Fucino era quello che Secondo
Tranquilli desiderava guardare per sempre, oltre la vita e la
morte, “mi piacerebbe essere sepolto così, ai piedi
del vecchio campanile di San Berardo a Pescina, con una croce di ferro
appoggiata al muro e la vista del Fucino in lontananza. Ignazio Silone”.