mercoledì 29 agosto 2012

La Val Ridanna e la Miniera di Monteneve

La strada saliva attraverso la Val Ridanna lasciando scoprire mano a mano i suoi piccoli paesi. Lateralmente, delle montagnealtissime incorniciavano la vallata, abbellendola in lontananza della visione di cascate e ruscelli. La parte culminante della valleera sovrastata dalla miniera di Monteneve, che, con la sua estensione tra i 2000 e i 2650 metri di altitudine nel cuore delleAlpi, era considerata la più alta d’Europa. Per moltissimi anni si estrassero da essa enormi quantità di argento, di piombo e dizinco, fino all’anno 1985, quando venne definitivamente chiusa. Attualmente i macchinari spenti risultano ancora funzionanti,tanto da venire usati in maniera dimostrativa durante le visite guidate: l’estrazione mineraria lasciava il posto all’esposizionemuseale, la Miniera di Monteneve veniva ripensata come polo di attrazione turistica, continuando a lasciar lavorare i vecchiminatori del posto (o i loro successori) come guide in grado di illustrare la vita che si svolgeva nelle gallerie e tutti i processidi estrazione dei metalli.

martedì 28 agosto 2012

Monte Ortigara dal Rifugio Campomulo

Monte Ortigara era per eccellenza la montagna degli uomini. Il vento soffiava lungo gli avvallamenti, accarezzando un’antica montagna scolpita dalle bombe. Quasi nulla rispecchiava il profilo originale dell’antico rilievo: la guerra ne aveva stravolto le forme,un susseguirsi di crateri spianava vallate e depressioni, e in quelle fosse avevano trovato la morte molti uomini. Camminavamo in silenzio, nel massimo rispetto di quello che un tempo aveva sopportato, perché il dolore e la morte trattenevano nella terra lepreghiere di tanti. L’erba si rinnovava di anno in anno, ma ogni germoglio ne protraeva il ricordo, con la propria linfa mischiata al sangue dei soldati. Guardavo dall’alto il Vallone dell’Agnellizza, una distesa di alberi ammantava quella terra di morte, cercandodi coprire il più possibile il bianco della pietra scoperta dalle mine. La natura si riprendeva quello che le era stato tolto come una madre delusa, provavo un orrore infinito al pensiero della Prima Guerra Mondiale. La Pozza dell’Agnellizza è un vastoavvallamento che divide i due crinali montuosi dell’Ortigara a occidente e della Caldiera ad oriente. Divenne presto tristemente conosciuta dagli alpini della 52^ Divisione, che la ribattezzarono “Vallone della Morte”. Completamente espostaalla vista della linea austriaca e delle sue postazioni di artiglieria di Corno di Campo Bianco, di Monte Forno e della stessa Ortigara, era il passaggio obbligato che dovevano percorrere gli alpini prima per attaccare le quote dell’Ortigara e, una voltaconquistate, per portarvi i rifornimenti di viveri e munizioni, oltre che le batterie da montagna trasportate a spalla fin sulle quote di 2105 e 2101. Tutte le testimonianze ricordano con orrore e raccapriccio il terreno cosparso di morti e di feriti chechiedevano aiuto, e che non potevano essere raccolti che di notte per non subire ulteriori perdite. Racconta il Sott. Italo Zaina del Battaglione Spluga: “Corvé di portatori, barellieri, portaordini, vanno e vengono attraverso il Vallone, sul terrenoaccidentato dalle rocce e dalle buche, ingombro di neve fracida e di pozze d’acque, cosparso di morti e di feriti, di grovigli di ferro e di materiali d’ogni specie. I portaferiti cercano e chiamano lungo il terreno sconvolto, si caricano del loro peso doloroso e s’incamminano sotto il fuoco verso le posizioni italiane”. (Notizie tratte da un cartello informativo del luogo). Sulla cima del Monte Ortigara, una corona di alloro secco giaceva tra i resti arrugginiti di vecchi arnesi e fili spinati, residui di secchi e di  gavette,rottami che un tempo avevano funzioni fondamentali, ma che adesso, sotto la volta del cielo, cercavano a loro modo di uniformarsi al colore della terra. Ogni cosa pareva volesse tornare all’origine. Il cippo italiano e quello austriacoricordavano i propri i morti disposti in maniera distante l’uno dall’altro, volevano distinguersi nonostante portassero entrambi la memoria di poveri uomini costretti a combattere con i propri simili.
 

sabato 18 agosto 2012

Anello in mountain bike a cavallo dei laghi di Cornino e di Rascino

La piana accoglieva il piccolo lago proteggendolo con le sue montagne. Lo sguardo si lasciava accarezzare dalla percezione deiprati, così rasati dai pascoli, oziosi e ritirati all’ombra dei pini. Quel piccolo bosco assisteva al canto dei campanacci, suonavanosfalzati tra loro inconsapevoli della propria sinfonia, così pulita, limpida, così sacra. Scendevamo verso Rascino e scoprivamo laterra battuta dei suoi tentacoli, l’acqua ritirata ne smembrava gli argini lasciandolo scarnificato in balia delle alghe. Tutto si davaalla queite dell’estate, riposava e si lasciava guardare nel pieno della stasi propria dei laghi.

venerdì 17 agosto 2012

La Notte delle Streghe a Castel del Monte e "ru rite de' re sette sporte"

La notte di Castel del Monte si accendeva sotto il racconto delle streghe, portavano il racconto della tradizione, tra la credenza di bambini succhiati, le maledizioni e la paura profonda dell’ignoto.I vicoli del borgo si tingevano di una luce rossa e intensa, così calda da infuocare le pietre e scaldare la notte. Ogni angolo del paese diveniva il palcoscenico di un racconto figurato: passodopo passo si faceva tappa ad assistere la storia de “ru rite de’ re sette sporte”, tra l’angoscia dei castellani in pensiero per i figli malati, la paura dell’ignoto ed un sabba ballato da streghebellissime. Apprezzavamo il racconto dei culti da mantenere, così vicini ai nostri giorni eppure tanto distanti. "Qui un tempo non lontano si credeva alle streghe, e ce ne sono che ci credonoancora. Quando una creatura si ammalava e il medico non ci capiva nulla e non c'era medicina per guarirla, subito si sospettava che le streghe di notte se la succhiavano. Estupidamente si credeva che le streghe entravano nella casa dal buco della chiave o dal tetto. I parenti, gli amici e i vicini, tenevano subito consiglio, e si deliberava che bisognava fare ilgiro del paese di notte e passare sotto sette sporti. Il giro si faceva verso la mezzanotte quando le vie erano deserte, e la comare del battesimo doveva portare in braccio la creaturaseguita da altre donne tutte in silenzio e, se pure si incontrava qualcuno non si doveva fare una parola, con tutto questo credevano di allontanare le streghe e far guarire la creatura. Sifaceva anche in altro modo, si vegliava la creatura per otto o dieci notti, nell'ultima notte anche ad ora tarda si prendevano panni della creatura, si andava fuori dal paese dove due strade siincrociavano, e li si mettevano i panni sopra un pezzo di legno, si battevano fortemente e poi si bruciavano. Qualche volta capitava che la creatura si guariva, e si rafforzava la credenzanelle streghe..."  (Testo tratto da "Se ascoltar vi piace. Dai Quaderni di Francesco Giuliani"). Tutte le informazioni sulla “notte delle streghe” sono riportate nel sito: www.lanottedellestreghe.org

domenica 12 agosto 2012

Fonte Grotta di Monte Camicia

Fonte Grotta si raccoglieva rannicchiata sotto il grande Paginone, a malapena si distingueva, si vedeva appena la traccia che sulgrande ghiaione conduceva al suo ingresso. Un cespuglio di ortiche faceva da compagnia all’ormai arrugginita portad’ingresso, talmente vecchia e malandata che per aprirla bisognava spiccarla. Sentivamo il respiro della montagnagiungere sui nostri volti, entravamo nel freddo tepore della Terra, che in ogni cavità manifestava la sua condizione materna.Animavamo la grotta con la luce delle nostre lampade, e più ci addentravamo nella sua profondità più ci rendevamo conto cheera lei ad animarsi. L’acqua limpidissima scorreva sotto di noi modellando da millenni forme lattiginose, quel bianco assoluto sifaceva forza della notte, e appariva ai nostri occhi come quanto di più luminoso possa esserci. Quel buio era la dimora di antichecolonie di farfalle e di tricotteri, che da millenni risiedevano in quella cavità come ci suggerivano i loro fossili. Assistevamo allospettacolo del Tempo, alla trasformazione della materia, all’alchimia della concrezione che riportava ogni cosa al suostadio originale, mentre le farfalle, a loro volta, assistevano al nostro passaggio non curandosi della nostra presenza.

sabato 11 agosto 2012

Anello in MTB tra Barisciano, Rocca Calascio e Santo Stefano di Sessanio

L’erba rasa seguiva le forme della montagna, la vestiva con diverse tonalità di verde, da quelle cariche di linfa a quelle spente dell’erba secca. Su quegli altipiani scivolava il rumore del vento,le tombe a tumulo su Colle Biffone dimostravano che la loro collocazione era stata scelta con cura, con un panorama adatto per morire, visto la sua alta concentrazione di bellezza, e con ilvento che correva veloce sulla sua schiena prima di spiccare il grande salto nel vuoto sottostante: una posizione perfetta. La carrareccia passava sopra la zona delle Locce e di Santa Maria aiCarboni, così piccola vista da lontano ma così grande nella sua storia, mi ricordava l’importanza della mia terra data per scontata, tra la sufficienza e l’ignoranza di chi dimentica, ma forseanche tra la fortuna di essersi preservata così da sola, senza interventi artistici di ristrutturazione. La mia terra era bella perché da sempre si lasciava a se stessa. Il Gran Sasso siriprendeva tutto, ne portavano testimonianza i grandi maceroni visibili ovunque in lontananza, quelle pietre di terra dissodata erano grigie come l’umore della montagna, e stavano in silenzio afarsi passare addosso i giorni e notti, le stagioni e i decenni. Quei sassi erano l’origine e la fine di tutto, tornavano a farsi guardare come nel tempo degli antenati, sacri come era sacra la montagna.